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LE RAGIONI DELLO SCIOPERO

Un mare di posti di lavoro a rischio, domande di cassa integrazione che esplodono, i soldi che non bastano mai. Il governo che ti offre con la social card la patente di miserabile e un paio di caffè al giorno.

La precarietà del lavoro che ha liberato le braccia dalla catena e ha occupato per intero le menti: un incubo di insicurezza che ti porti a casa nel computer, che invade il giorno e la notte, ogni spazio e ogni tempo. E diventa precarietà della vita. Ma prima ancora che gli crolli addosso il mondo del lavoro, ci pensa la scuola a schiacciare i giovani sotto i suoi soffitti, precari. I finanziamenti verranno ripristinati ma solo per le scuole paritarie come ha chiesto la Cei (e anche il pd). Intanto fuori di un liceo fiorentino un cartello ricorda il dolore di Rivoli, Vito dovunque tu cammini adesso, cammina a testa alta. Già a testa alta. Con l'orgoglio della tua vita giovane, così invisibile per i ministri in tailleur e youtube.

 Lo sciopero generale indetto dalla Cgil e dal sindacalismo di base nasce da questo disastro e da questa rabbia. Nasce dal basso, da quelli che sul lavoro ci muoiono tutti i giorni, senza che nessun sindaco li abbia mai guardati negli occhi e si sia incatenato per loro. Altri sindacati hanno preferito non isolarsi - dal governo e dalle sue tavole. Stanno serenamente su un altro pianeta rispetto al paese reale e la loro legittimazione è una concessione della controparte.

 Ma questo sciopero non è espressione solo della rabbia. Le ragazze e i ragazzi delle università hanno insegnato  che si possono costruire insieme relazioni e conflitto. Durare nel tempo se si resta vivi e vivaci, con l'energia che viene dall'appartenere a una comunità in divenire, ricca di sapere e creatività. Che parte dai bisogni negati, ma anche dal desiderio di senso e di identità, di relazioni collettive e invenzione di sé. Si può fare società nel conflitto. Anzi si deve, perché è in quella distruzione di polis che crescono solitudini, paure, destre indecenti e sinistre pure.

 Certo la nottata sarà lunga e immaginare conquiste concrete, per quanto parziali, non è affatto facile. La sola vertenzialità non credo basti. Resistere oggi vuol dire prima di tutto esistere, collettivamente. Come una rete di comunità locali forti, un moto ondoso di correnti calde, anche sotterranee. Quando il governo ha minacciato di mandare la polizia a sgombrare le università, qualcuno dalle fabbriche ha detto, saranno gli operai a difenderle. Memoria di un'alleanza antica. Ma forse è qualcosa di nuovo. La ricostruzione di un'identità collettiva che non cancella le singolarità ma intreccia i fili di tante storie e soggettività: dà loro voce, le riconosce, impara dal femminismo a nominarne la vita concreta. Fatta di molta fragilità, ma anche di conoscenze e desideri altri: quelli che non possono essere rappresentati dalla Lega, pagati con qualche elemosina o soddisfatti dalla televisione con i suoi reality. Quelli che definiscono chi siamo noi, quell'altra Italia che esiste malgrado tutto, si autorappresenta (nell'attesa che qualcuno della sinistra capisca qualcosa della società) e non ha nessuna intenzione di pagare la crisi. Quella che camminerà dappertutto vicina il 12 dicembre. Come Vito, a testa alta.

 

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