Lettera aperta al Presidente della Repubblica GIORGIO NAPOLITANO

Sig. Presidente della Repubblica,
le sue dichiarazioni, rese alla stampa il 5 gennaio u.s., sulla situazione a Gaza mi lasciano stupefatto e indignato. Lei ha affermato che “la situazione nella striscia di Gaza è molto dura”. “Dura” Sig. Presidente? E’ questo l’unico aggettivo che è riuscito a trovare nel suo forbito vocabolario per classificare una vicenda che ha i tratti di un mostruoso massacro? “Dura” la situazione mentre i tanks israeliani sparano ad alzo zero sui quartieri di Gaza e gli F16 e gli elicotteri d’assalto Apache seminano morte e distruzione dall’alto, mentre centinaia di feriti, privi di ogni assistenza, muoiono dissanguati e intere famiglie, decine di bambini, figliolanze intere, vengono annientate dal fuoco israeliano? “Dura“, secondo la sua autorevole opinione, una criminale operazione in cui vengono utilizzate, come a Falluja, bombe al fosforo bianco e bombe di ultima generazione, le famigerate DIME (Dense Inert Metal Explosive), contro una popolazione inerme che non ha vie di scampo, sigillata come è in una immensa prigione, un ghetto a cielo aperto?
Di fronte a questo massacro a cui è stato dato il nome adatto (Piombo fuso), Lei fa intendere che il problema, e dunque le responsabilità, non sono di Israele ma di Hamas. Hamas sarebbe “l’elemento di complicazione di una crisi già pesante che si trascina”. Lei in questo modo si fa portavoce della versione che di questa carneficina forniscono i capi dello stato di Israele, il corrotto primo ministro dimissionario Olmert, il ministro degli esteri Livni Tipzi, il presidente Shimon Peres. Costoro dichiarano che l’operazione è condotta non contro i palestinesi ma contro Hamas. L’obiettivo è eliminare Hamas. Ma Hamas rappresenta il legittimo governo palestinese, democraticamente eletto. Voler annientare Hamas significa voler annientare il popolo palestinese. Ma Hamas sarebbe una organizzazione di terroristi. Sono costretto a ricordarLe che durante la nostra Resistenza, anche i partigiani erano considerati “banditi”, “terroristi”, e con questa etichetta torturati, uccisi, impiccati nelle piazze e nei viali della nostra Italia, deportati nei campi di sterminio. L’accusa di terrorismo dunque non è discriminante; si può facilmente ritorcere contro chi la lancia. La discriminante è fra chi opprime e chi è oppresso, fra chi occupa e chi è invaso nella propria terra e nelle proprie case, nei propri beni, fra chi pone in atto genocidio, apartheid, pulizia etnica e chi li subisce. Nel caso “Palestina” la distinzione è nettissima.
Sig. Presidente: Gaza è messa a ferro e fuoco! Siamo di fronte ad un crimine che dovrebbe rivoltare le coscienze del mondo intero. I responsabili dovrebbero essere chiamati a risponderne di fronte ai tribunali penali internazionali. Lei sembra incapace di distinguere le vittime dai carnefici, e si schiera con questi ultimi. Non è la prima volta. Già nel 56, Lei fu con i carri armati sovietici che soffocarono nel sangue la giovane rivolta ungherese. La sua posizione attuale, di appoggio e di giustificazione ai carri armati israeliani è, se possibile, ancora più grave. Nel ’56 Lei era solo un esponente per quanto importante della nomenclatura comunista. Oggi Lei è il capo dello Stato che rappresenta tutti gli italiani, il primo custode e garante dei valori supremi della nostra Costituzione che affonda le sue radici nella Resistenza al nazifascismo.
Lei si è recato recentissimamente, in visita di stato, in Israele, mentre i tanks israeliani scaldavano già i motori. E’ stato informato, sia pur in via riservata, dell’operazione che stava per essere lanciata contro Gaza? E cosa ha suggerito ai suoi ospiti? E se non ne è stato informato, non le sembra di essere stato ancora una volta (è già avvenuto alla Fiera del Libro di Torino) miseramente strumentalizzato dalla macchina propagandistica dello Stato di Israele e dai suoi massimi rappresentanti, a cominciare dalla Sig.ra Tipzi Livni, candidata presidente alle elezioni politiche del 10 febbraio prossimo?
Sig. Presidente non credo di aver scalfito le sue convinzioni, ma nel dissentirne profondamente mi auguro di non dover aspettare altri cinquanta anni per un suo tardivo ripensamento.
Vincenzo Tradardi
Parma 6 gennaio 2009


















