Mario Pijo

Appena condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi, Mario il Mariuolo trovò un comodo impiego alla Compagnia delle Opere, braccio finanziario di Cl, che certe professionalità le ha sempre apprezzate. Tentò pure di riaffacciarsi sulla scena politica, presenziando a un congresso di uno dei tanti partiti socialisti nati nell’ultimo decennio, ma ne fu cacciato da Bobo Craxi. Non perché aveva rubato, ma perché aveva parlato.
Ora si scopre che s’era rimesso in attività nel ramo rifiuti, per diversificare (prima andava forte nel settore sanità & assistenza). Come abbia fatto a superare l’handicap di aver confessato, che lo rendeva inaffidabile nell’ambiente della mazzetta, non è dato sapere. Forse l’ha aiutato l’esperienza specifica maturata sul campo, forse qualche segreto gelosamente custodito.
Quel che è certo è che stavolta,
diversamente dal 1992, il suo arresto non farà crollare alcun sistema:
tra indulti, depenalizzazioni, prescrizioni e immunità, soltanto un
fesso confesserebbe, anche perché è sempre più difficile trovare un pm
suicida interessato alla cosa. Piuttosto, va più che mai denunciata la
«giustizia a orologeria» che ha portato al suo arresto all’indomani del
congresso del Pdl con standing ovation a Bettino Craxi. L’avessero
ammanettato qualche giorno prima, Al Tappone non avrebbe potuto negargli
una «ola» di gratitudine e un posto in lista alle europee.


















