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Migliaia di studenti in piazza

Non si ferma la protesta degli studenti che venerdì sono tornati in piazza in quasi tutte le città italiane.

E non sono mancati i momenti di tensione. A Roma, dove tre cortei hanno paralizzato la città, i manifestanti sono stati caricati dalla polizia nei pressi della stazione Ostiense: gli agenti in assetto antisommossa volevano “alleggerire” il corteo, che tentava di entrare dentro la stazione.Gli organizzatori del corteo raccontano che nello scontro un giovane è stato ferito alla testa. Anche una giornalista sarebbe rimasta lievemente contusa negli scontri.

Qualche problema tra polizia e manifestanti anche a Milano, dove gli agenti hanno impedito a un gruppo di manifestanti di deviare il corteo. Gli studenti sono comunque decisi a “occupare” la Galleria Vittorio Emanuele per tenere lezioni all'aperto. All’ombra del Duomo, la protesta della scuola si è unita con quella degli statali che mercoledì sono in sciopero per protestare contro il nuovo contratto voluto da Brunetta. «Siamo oltre 60mila», ha affermato dal palco Vincenzo Moriello, segretario Funzione pubblica della Cgil Lombardia. Moriello ha parlato di un'adesione tra il 50 e il 60%.

Ma la protesta mercoledì è montata ovunque. A Napoli la città è tappezzata da manifesti con scritto «Attenzione, generatore di crisi». A Firenze la giornata di mobilitazione sarà simbolicamente chiusa, alle 21, da una lezione dell'astronauta Umberto Guidoni al Polo Scientifico di Sesto Fiorentino. Mentre cortei di migliaia di studenti hanno attraversato anche Macerata, Cagliari, Catanzaro.

Intanto, continua anche l’opposizione in Parlamento alle norme volute dalla Gelmini. Le linee guida sulla riforma degli atenei, approvate giovedì dal Consiglio dei ministri, svelano le reali intenzioni del governo. Per coprire parte degli interventi del decreto Università, l’esecutivo ha intenzione di utilizzare 200 milioni del Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate. «Sarebbe paradossale – sostiene Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera – che le risorse per le aree sottoutilizzate andassero a finanziare interventi nelle università dei grandi centri sviluppati del paese. Se così fosse, in un modo o nell'altro, sarebbero proprio gli atenei meridionali a risultarne penalizzati».

Ma la Gelmini non convince nemmeno la Cgil. Il giorno dopo il varo delle linee guida su Università e Ricerca, il segretario generale della Cgil-Lavoratori della Conoscenza, Domenico Pantaleo, non ha dubbi: restano «i tagli disastrosi» e «c'è un insieme raffazzonato di provvedimenti improvvisati», con i quali il «governo cerca di mandare segnali di rassicurazione». Insomma, spiega Pantaleo il decreto varato dal governo «non incide sui punti di sofferenza prodotti dai provvedimenti di governo: non modifica nella sostanza la legge 133, né per quanto riguarda i tagli ai finanziamenti, né sul tema della trasformazione delle Università in Fondazioni». Non solo, spiega il segretario, la previsione di un allentamento del blocco del turn-over della docenza, che nel decreto passa dal 20 al 50% non avrà effetti concreti, perché da tale misura sono esclusi tutti gli Atenei che hanno già una spesa di personale oltre il 90% del finanziamento, per i quali il blocco del reclutamento è totale; «ma, per effetto dei tagli disastrosi, che restano, ben presto la quasi totalità degli Atenei sarà nelle medesime condizioni».

Giudizio negativo anche sul principio della “meritocrazia”, ovvero sulla destinazione di una parte del finanziamento per premiare gli atenei migliori: la norma è «inquinata dal fatto che tra i criteri della distribuzione c'è la soppressione dei corsi e la riduzione delle sedi, con ciò premiando chi ha inutilmente moltiplicato l'offerta e penalizzando chi ha praticato scelte virtuose». Inoltre, spiega ancora Pantaleo, «si cancella la riduzione del 10% delle piante organiche della ricerca, per ritornare, dopo un lungo giro, esattamente nella condizione di sofferenza precedente senza alcuna innovazione». Alla fine dei conti «l'unica vera novità è la crescita dei fondi per il diritto allo studio». La conclusione è amara: «Non è con questi piatti di lenticchie che si può fermare una protesta che cresce nella coscienza del Paese». Per questo, la mobilitazione non si ferma e il 14 novembre, senza se e senza ma, si torna in piazza.

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