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Molise, analizzare la sconfitta per vincere domani

Di questi tempi anche il voto del Molise che ha coinvolto un numero limitatissimo di elettori finisce, inevitabilmente per assumere una valenza sovradimensionata ed il risultato viene tirato come un elastico da ogni parte, con l’esito finale un po’ paradossale e molto da prima repubblica: alla fine hanno vinto tutti.

I dati più significativi in estrema sintesi sono semplicemente questi: il candidato del centrodestra, sostenuto anche dall’UDC di Casini e al suo terzo mandato vince su quello del centrosinistra (proveniente, chissà perché, dallo schieramento avverso) per una percentuale risicatissima e cioè lo 0,79%; l’affluenza è calata di ben 6 punti percentuali rispetto a 5 anni fa, attestandosi al 59,79%; i grillini ottengono il 5,6%.

Un dato alquanto significativo da sottolineare è che il vincitore Michele Iorio ha fatto la campagna elettorale in modo esattamente antitetico a Letizia Moratti a Milano e cioè tenendo il più possibile lontano fisicamente Berlusconi, occultato anche sui manifesti elettorali, a scanso di brutte, anzi pessime sorprese.

Ovviamente, l’occultato, canta vittoria e sottolinea come “Casini appartenga storicamente al centrodestra” e vinca solo quando si presenta con il PDL, richiamandolo “all’inevitabiltà” di una intesa nazionale. Il dettaglio che Iorio abbia preteso di spendere esclusivamente il suo nome, e non quello del “mito fondativo” per citare l’ineffabile espressione dell’insuperabile Straquadanio, è naturalmente del tutto irrilevante.

Ma quello che più ci deve interessare è la reazione, abbastanza prevedibile, visti i precedenti, del maggiore partito di opposizione che si è mantenuta tra i due poli consueti: minimizzazione della sconfitta e addossamento delle responsabilità unicamente alla “sconsideratezza” dei grillini.

Anzi D’Alema si è spinto oltre, affermando che “E’ andata bene, il resto sono chiacchiere”, mentre Bersani ha ripetuto il copione già consolidato nell’analisi delle sconfitte, da dopo la débacle di Mercedes Bresso, scaricando ogni responsabilità sui “guastafeste” a cinque stelle.

Molto strano, per usare un eufemismo, che i perdenti non si siano invece minimamente interrogati su quel 6% di elettori in più che ha deciso di non recarsi alle urne rispetto alla tornata precedente; tanto più che i dati sulle intenzioni di voto a livello nazionale, vedono in tutti i sondaggi una percentuale di astensione che si attesta sul 40% .

Al di là delle scelte e delle responsabilità della lista di Beppe Grillo, che pur avendo un buon risultato non è riuscita a conquistare un seggio, forse bisognerebbe considerare come ha sottolineato Fabio Martini su la Stampa che il mancato accordo con il centrosinistra dei grillini non è certamente una novità, in quanto il movimento di Grillo non fa mai accordi. Dunque l’assioma che il movimento di Grillo “ha regalato la vittoria” al centrodestra andrebbe ribaltato e cioè più verosimilmente è il centrosinistra che “ha regalato voti” al movimento di Grillo, che pur non essendo presente in TV, in modo analogo ai verdi tedeschi, si attesta su risultati sempre più considerevoli.

Al di là dei demeriti o delle responsabilità politiche altrui, finché gli sconfitti, anche se per meno di una manciata di voti,

non faranno un’analisi adeguata del voto, e non si interrogheranno sulla capacità effettiva dei loro candidati di ottenere il consenso di tutto il proprio potenziale elettorato e di portare al voto gli astensionisti da demotivazione e disgusto, si troveranno sempre allo stesso punto. Per sperare di conseguire questo risultato le priorità sono sempre le stesse, bellamente ignorate: coerenza, credibilità, trasparenza, coesione su un programma condiviso.

Come ha sempre lucidamente indicato il commentatore Fabio Martini, anche l’esperienza americana docet. Se è vero che l’indipendente e non allineato Ralph Nader favorì indubbiamente la vittoria a Bush, è altrettanto vero che i Democratici hanno ottenuto la loro più clamorosa e storica affermazione solo quando, dopo Al Gore, si sono fatti rappresentare da un outsider come Barak Obama che si è conquistato la vittoria, gradino per gradino, conquistandosi la fiducia dei suoi elettori.

 

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