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Muoiono 6 italiani in un agguato a Kabul

e si rimanda la manifestazione a Roma per la libertà di stampa

Purtroppo altri sei soldati italiani sono morti in un attentato “kamikaze” a Kabul e altri 4 sono rimasti gravemente feriti. Una notizia luttuosa che ci addolora e intristisce profondamente, come italiani, come donne e uomini di pace, non importa se laici o credenti. Immediatamente la Federazione Nazionale della Stampa e i sindacati hanno annullato la manifestazione per la libertà di stampa che si sarebbe tenuta a Roma sabato 19. Sinceramente non capiamo il nesso fra le due cose, né quale possa essere il rapporto di causa e di effetto. Quella del 19 non era certo una festa da ballo, né una sagra popolare della salsiccia e neppure una caccia al tesoro con “ricchi premi e cotillons”. Non solo a Kabul ci sono emergenze! Anche noi qui in questo paese disperato viviamo una emergenza democratica non meno pericolosa e micidiale di quella del tritolo e delle bombe. Gli attentati alla libertà di pensiero e di informazione, la limitazione della libertà di stampa, i privilegi e le impunità di una classe politica ormai insopportabilmente arrogante e liberticida, forse non dilanieranno i nostri corpi, ma stanno uccidendo le nostre coscienze e l’ anima e la dignità dei cittadini di un intero paese. E dalle notizie che abbiamo, dalle organizzazioni che si stavano muovendo, dai pullman già prenotati e pronti a partire, siamo certi che sarebbe stata una grande, imponente e importante manifestazione, che avrebbe dato una bella scossa al cavaliere e al suo governo, ma soprattutto sarebbe stata una iniezione di fiducia e di ottimismo per tutti noi, sempre e costantemente in apnea.

La domanda che dobbiamo farci è a questo punto: ma davvero questo cavaliere è così fortunato che c’è sempre qualcosa che gli salva il popò, o ci sono altre considerazioni e valutazioni che dobbiamo fare sulle forze che dovrebbero opporglisi? Eh sì, perché dire che questi opportuni salvataggi stanno cominciando a irritarci notevolmente, è usare un eufemismo da dame timorate.

E allora vorremmo capire se questa così degna e dignitosa esibizione di rispetto esonera non solo dal partecipare a una manifestazione giusta e indispensabile, ma anche dal porsi qualche domanda sul perché stiamo lì in Afghanistan e realmente a fare cosa, oltre a rischiare inutilmente la vita. E come è cominciata e perché questa guerra e cosa speriamo di poter fare contro dei talebani che sono stati creati e foraggiati, già dai tempi di Carter e di Regan, da un occidente demente e guerrafondaio.

E ancora: perché i blindati sui cui stavano i nostri ragazzi si sono accartocciati come scatole di sardine. Con quali criteri e perché sono stati scelti i veicoli “Lince” e non altri più robusti e sicuri e chi fornisce armi e veicoli all’esercito italiano.

Qualcuno ha chiamato “missione di pace” la partecipazione a una guerra distruttrice e insensata e ha ingaggiato tanti nostri ragazzi senza lavoro, con la speranza e il miraggio di un salario e di un futuro.

E allora ci sarebbe da sputare in faccia a tutti quegli ipocriti che piangono sui poveri ragazzi che hanno mandato a morire per motivi politici, economici e di potere che con noi, gente comune, non hanno niente da spartire.

Invece vedremo quelle facce marce avvolgersi nel tricolore e piagnucolare banalità retoriche che offendono il sacrificio della vita di questi giovani. E noi staremo a casa, non potremo nemmeno gridare la nostra rabbia e il nostro dolore in piazza, ostacolati ancora una volta - e proprio da quelli che dovrebbero essere dalla nostra parte - nella nostra lotta per rendere migliore e più giusto, onesto e pulito il nostro paese. Ma quanto deve essere grato il cavaliere a una opposizione come questa?

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