Né di Venere, né di Marte...

In questi giorni un gruppo marmoreo di età imperiale è al centro dell’attenzione e di commenti piccanti e un po’ sbracati. Si tratta delle statue che rappresentano Venere e Marte, in atteggiamento di complice intimità. Un soggetto molto amato da scultori e pittori del passato, da Botticelli a Canova, ma questo gruppo marmoreo è ancora più antico: è un capolavoro alto 228 centimetri, che risale al 175 dopo Cristo e raffigura l’imperatore Marco Aurelio nelle sembianze di Marte e sua moglie Faustina in quelle di Venere. Si trova attualmente nel portico d’onore di Palazzo Chigi, in momentaneo prestito dal Museo delle Terme di Diocleziano, attualmente in restauro.
Come si vede dalle foto a Venere mancava la mano destra e a Marte la mano destra e il pene. Niente di strano: capita spesso che statue così antiche manchino di qualche parte: la Venere di Milo non ha le braccia, alla Nike di Samotracia mancano le braccia e la testa, ma per fortuna a nessuno è venuto in mente di risarcire le parti mancanti.
Invece al nostro ineffabile cavaliere sì: ha avuto un’altra delle sue geniali idee goliardiche e con soldi pubblici ha voluto ripristinare mani e pene: uno scherzo costato 70mila euro. Una spesa inutile, perché quando questo governo cadrà e il gruppo marmoreo tornerà al Museo delle Terme, le protesi verranno tolte, perché nei musei seri questo tipo di restauri sostitutivi non sono ammessi. Spesa ingiustificabile, dunque, e in assoluto contrasto con l'attuale regime di austerity che, seguendo le direttive di Tremonti, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha imposto alla tutela del patrimonio artistico e che prevede il 46% di fondi in meno per il 2011. Non sono compresi nei tagli, naturalmente, i soldi dati in beneficenza ai parenti bisognosi della sua compagna.
Ovviamente questo restauro ha scatenato proteste, frizzi e lazzi, nonché battute di dubbio gusto, data la natura delle protesi.
In realtà le cose più grottesche e involontariamente umoristiche le ha dette l’autore di questo ridicolo restauro ( e anche bruttissimo: la mano di Venere sembra deforme!), l’architetto Mario Catalano. “Il pene che ho aggiunto? Il trucco c’è, ma è rimovibile” e poi ha aggiunto “Sono risarcimenti regolari che servono a far vedere l’opera nella sua interezza e nelle fattezze complete di quando fu scolpita”, mentre in una nota del ministero dei Beni Culturali si dice che “le ricostruzioni delle parti mancanti sono state fatte nel pieno rispetto della carta del restauro del 1972”. E si precisa che “Per le integrazioni sono stati adottati materiali assolutamente reversibili, ricostruzioni in resina fatte aderire ai punti di frattura dell’originale tramite magneti”. E ancora: “Ci siamo mossi su linee guida già sperimentate, facendo ricorso a metodologie e soluzioni tecniche innovative, per la prima volta applicate su di una scultura di età classica” E meno male! Non ha parlato, tuttavia, della rinoplastica fatta a Venere e dello sbianchimento alla varecchina di entrambe le statue, collocate poi, come ultimo sfregio, davanti a un pannello di un lancinante celeste.

A questo punto c’è pure chi si è giustamente lamentato della disparità di trattamento riservata al seno della Verità, nell’affresco «La Verità svelata dal Tempo», raffigurata nella sala stampa di Palazzo Chigi, che contrariamente all’esibito pene nuovo di zecca della statua di Marte “... è stato invece coperto con un velo posticcio, nel 2008. Per paura che fosse politicamente ed esteticamente scorretto far vedere quel petto nudo durante le trasmissioni televisive, anche in mondovisione, e nel timore che si scandalizzassero gli ospiti stranieri che arrivano a Palazzo Chigi e si trovano davanti quella mammella (pitturata) al vento...” evidentemente chi ha ordinato questo occultamento ignora che nei paesi civili non si hanno queste patetiche pruderie davanti alle opere d’arte.
Infatti, a proposito del restauro di Marte e Venere, i giornali stranieri fanno commenti imbarazzanti:“Nuovo pene per una statua nell’ufficio di Berlusconi” titola esplicito il Guardian, ricordando che “l’entusiasmo” di Mr B per la chirurgia estetica “è ben documentato”. Il Daily Mail s’indigna: “Berlusconi spende il denaro dei contribuenti per dare mani e genitali finti a statue romane”. La storia gira per le agenzie di stampa di tutto il mondo e approda anche sull’Independent, Les Echos, Nouvel Observateur, Le Figaro, Liberation, Abc, El Mundo, etc.; ma valica anche l’Atlantico per approdare al blog d’arte sul NYT: ”Statue di Marte e Venere rifatte intere” da Mr B., come viene chiamato il cavaliere sui giornali di lingua inglese.
In effetti si può leggere questo restauro voluto dal cavaliere in tanti modi, anche come lo specchio della sua paura della vecchiaia, della morte, della perdita della virilità, la stessa paura che lo spinge continuamente a ritoccare la propria immagine fisica, sottoponendosi a trapianti di capelli, a lifting, a blefaroplastiche e botulini, coprendo la sua faccia di alti strati di cerone, tingendosi sopracciglia e testa laddove non ci siano capelli. Restauri che lo stanno facendo diventare sempre più simile alle caricature e ai mascheroni di cartapesta dei carri viareggini di carnevale. La paura del tempo che passa e che si porta via la vita, lo induce a circondarsi di donne sempre più giovani, come se la giovinezza fosse un virus contagioso, o come bastasse un bisturi o un po’ di cerone a cancellare gli anni, ad allontanare ed esorcizzare la morte.
Ma al di là di tutte le implicazioni psicologiche – che è meglio forse lasciare a professionisti del settore – e di tutte le battute da pochade che si possono tirar fuori su questi restauri, emerge in modo pesante e grave la visione che quest’uomo e il suo governo hanno dell’arte, della storia, dell’archeologia, della cultura. E non si tratta solo di una superficialità spaventosa e di criteri estetici da centro massaggi, da chirurgia estetica per pidocchi rifatti, da trasmissioni TV spazzatura, da settimanali di gossip, dietro c’è molto di più. C’è la volontà di contraffare, manipolare, cambiare, cammuffare, riciclare, nascondere la realtà, come si ritocca una statua mutila, appunto, senza alcun rispetto della verità, della oggettività dei fatti, della storia, del tempo e del significato dell’opera nel suo contesto storico. Questo restauro è insomma un esempio tangibile, emblematico, visibile del suo programma e del suo modo di governare.
Ma è anche indice di una incapacità di andare
oltre il dato più superficiale, ovvio, banale: il cavaliere ha visto
infatti solo una donna monca e un uomo evirato, non conosce il
significato simbolico dell’abbinata Venere e Marte, il senso del
contrasto fra amore e guerra, del principio vitale dell’amore che
genera e popola la terra e del principio opposto della guerra che
uccide gli esseri viventi; ignora tutto di quel connubio difficile
eppure forte e indissolubile, fra la gioia e le lacrime, fra il
piacere e il dolore, fra eros e thanatos, fra yin e yang. E il senso
profondo che c’è dietro la scelta di una coppia imperiale colta e
unita, come quella di Marco Aurelio e Faustina, di farsi raffigurare
nelle vesti di questi due dei e non di altre coppie divine.

Proprio davanti a Palazzo Chigi c’è la colonna alta 42 metri che racconta e celebra le imprese belliche di Marco Aurelio, così come la statua equestre che orna il Campidoglio ne esalta la forza e il valore, il che spiega la scelta di essere raffigurato nelle vesti di Marte. Infatti era importante che i sudditi dell’impero lo vedessero come colui che è in grado di combattere e di difendere la propria patria e il proprio popolo. Ma lui era anche un uomo di cultura, un letterato e un filosofo. E per giunta un filosofo stoico, dunque alieno dalle vanità, dai piaceri del mondo, in perenne fuga dalla materialità della vita, dal potere che i beni materiali hanno sull’uomo. La sua anima dunque era lacerata, divisa e Venere perciò non è solo Faustina, la moglie devota che gli ha dato 13 figli e che è stata la compagna della sua vita, è anche l’amore cosmico che stempera la crudezza della guerra, il principio positivo della speranza, la lusinga del sentimento, il simbolo di una vita interiore che superi l’animalità guerresca. Venere e Marte come l’alfa e l’omega.
C’è insomma una scelta precisa e un messaggio chiaro, calibrato e ragionato, che spiega chi siano i personaggi raffigurati nella loro essenza, al di là della rappresentazione di maniera data dallo scultore imperiale. Il cavaliere ha visto solo una statua senza un pene. Ognuno capisce quello che può.
Barbara Fois


















