Nemmeno l'audience è uguale per tutti

A chi ha osato rilevare la sovraesposizione ed il martellamento ininterrotto a reti unificate i telespettatori sull’assassinio di Sarah Scazzi con tanto di annuncio della morte in diretta, TG Rai monotematici, vivisezione delle espressioni della madre, dettagli in tempo reale della confessione dell’Orco che fino a qualche ora prima era semplicemente Michele, viene opposto come super- comandamento delle tavole della legge mediatica universale che il pubblico è interessato a questa roba e che l’audience schizza.
Il bombardamento scomposto su Avetrana, una gara dichiarata a chi ha rappresentato al meglio il reality dell’orrore, condito pure di indignazione ipocrita da parte del pseudo- giornalismo che l’ha scatenato contro il miserevole ma scontato turismo sui luoghi del delitto si giustifica dunque ed anzi si impone per la dittatura universalmente e gioiosamente accettata dell’audience e poco importa se gli effetti ovvi siano quelli di acuire paura, morbosità, confusione, distrazione dai problemi reali che ci affliggono, rimozione generalizzata sul degrado dell’istituzione familiare e dei rapporti di vicinanza a tutti i livelli.
Pensare dunque di affidare la rotta del servizio pubblico pagato con il canone dei telespettatori che, non dimentichiamolo devono contemporaneamente sorbirsi la pubblicità, esclusivamente ai dati dell’ascolto è già abbastanza discutibile, ma farlo come avviene spudoratamente in Italia solo in funzione di tutto ciò che serve a rincretinire o imbarbarire gli utenti è veramente paradossale, ipocrita e scandaloso.
Quello che è accaduto ancora una volta nei confronti di Annozero e che sta succedendo a Report vittima dell’ intimidazione del difensore-plenipotenziario Ghedini che incurante del ridicolo pretende “il contraddittorio” per l’inchiesta sulle impressionanti quanto oscure speculazioni immobiliari del presidente del Consiglio nel paradiso fiscali di Antigua, confermano oltre l’arroganza e la vocazione censoria, anche la considerazione che questo governo ha del servizio pubblico ed il rispetto nei confronti dei telespettatori che seguono in grande numero e con non comune partecipazione gli unici spazi di autentico giornalismo sopravissuto. E se ce ne fosse ancora stato bisogno, si riconferma in modo ancora più plateale la schizofrenia ipocrita da parte dei vertici Rai e del partito proprietario di Governo nei confronti del boom degli ascolti che è buono o cattivo e dunque da incoraggiare o da ostacolare con qualsiasi mezzo a seconda del contenuto del prodotto che fa audience: se è funzionale o penalizzante per il padrone del palinsesto, se distrae o viceversa catalizza l’attenzione su ciò che prioritariamente dovrebbe interessare la pubblica opinione.
Naturalmente il braccio di ferro tra un direttore come Mauro Masi che si muove esclusivamente su imput del suo capo esattamente come se fosse ancora suo segretario a palazzo Chigi, e un giornalista come Michele Santoro, sopravvissuto al diktat bulgaro solo grazie alla sentenza di un magistrato, nella vulgata televisiva e giornalistica si riduce al solito scontro personale, agli eterni duellanti, alla frizione tra protagonismi contrapposti..
Ma c’è anche chi da pulpiti autorevoli e da una indiscussa, non si sa bene perché, autorevolezza in materia, un critico blasonato come Aldo Grasso sostiene molto probabile che il buon Masi non faccia semplicemente la sua parte come testimoniano ampiamente le intercettazioni emerse nell’inchiesta di Trani, e cioè togliere con ogni mezzo AnnoZero dall’orizzonte di un Berlusconi ormai al tracollo, ma che al contrario lavori in sintonia con Santoro per il suo martirologio. Insomma l’abile Mauro Masi, già super stimato da D’Alema che l’aveva scelto come capo gabinetto nel suo governo e direttore Rai per realizzare “i desiderata” dettati da palazzo Grazioli, sarebbe invece, magari involontariamente o per eccesso di zelo, una specie di traditore o di velina ingrata come il perfido Gianfranco e la fedifraga Veronica, un guastatore dall’interno che favorisce con sanzioni non proporzionate e misure liberticide la propensione di Santoro ad arringare il popolo televisivo, a fare la vittima, a lucrare con una personalizzazione selvaggia indebiti consensi.
Le cose più serie e più gravi, gli attacchi più arroganti a diritti e principi fondamentali e intangibili in uno stato democratico e di diritto, tutto viene travolto in questo paese da una banalizzazione e un’ipocrisia crescenti e ridotto a teatro permanente, agone senza fine, duello rusticano o telenovela dove si scontrano secondo gli osservatori cosiddetti terzi, bipartisan o più prosaicamente opportunisti, il protagonismo di un signore che cumula con nonchalance la totalità dei poteri e di volta in volta il presunto protagonismo dei magistrati che indagano sui suoi sterminati ed illegali interessi o dei pochi giornalisti che si ostinano a parlarne. Se poi una trasmissione che si occupa delle inchieste e dei processi che riguardano il presidente del Consiglio e non possono essere celebrati, fa pure famigerate docufiction per illustrarli come avviene in tutti i paesi dove l’informazione non è “semilibera o parzialmente libera”, e soprattutto fa anche oltre sei milioni di spettatori e il 23% di share, allora bisogna sopprimerla almeno per le prossime due settimane e opporsi all’arbitrato che sospende la sanzione, e poi ricominciare a sabotarla con ogni mezzo, non firmare i contratti, dimenticarsi di pubblicizzarla ecc, finché si costringa il conduttore a fare le valigie.
Tanto poi ci sarà sempre un coro di commentatori terzi ed imparziali che griderà che ovviamente Berlusconi, Masi e compagnia al seguito avranno fatto un gran piacere a Santoro che se ne voleva andare da sempre e stava lì ad alzare l’asticella della sua liquidazione super milionaria mentre gli italiani non sanno come arrivare a fine mese e muoiono di fame.
Forse per non contribuire ad alimentare la barzelletta dello scontro tra duellanti indispensabili l’uno all’altro e del protagonismo fine a se stesso, si potrebbe, a margine, auspicare che Michele Santoro usasse con maggiore oculatezza il ricorso ai cori libertari con gli ospiti di turno che non aggiungono molto alla questione fin troppo seria del pluralismo, del conflitto di interessi, del servizio pubblico asservito ai partiti, ed in sintesi dell’Italia paese semilibero, senza virgolette.


















