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ITALIA: NON È UN PAESE PER GIUSTI

L’Italia democratica, nata dalla Costituzione, è ormai avviata verso un punto di non ritorno, per scelta di una classe politica e istituzionale che mortifica i principi fondanti di una Repubblica abbandonata e senza difese

C’era una volta l’Italia, patria del diritto, capofila della battaglia contro la pena di morte, Paese basato su una Costituzione incantevole, frutto del nobile compromesso di un gruppo di uomini di elevato spessore morale e culturale, guidati dall’idea di creare uno Stato moderno e democratico, tutelandolo da possibili tentativi autoritari.

A sessant’anni di distanza dove è finita quell’Italia? Non c’è più, è stata offesa, ferita, smembrata, violentata da un sistema di potere che ha affondato i propri tentacoli marci nella sua carne, infettandola, debilitandola, approfittando della debolezza di chi avrebbe dovuto difenderne l’integrità.

Il popolo italiano, che popolo non fu mai e mai lo sarà, ha consegnato questa nazione ad un moderno Trimalcione che si diverte e si sollazza tra banchetti, vulcani finti, prostitute d’alto bordo, lettoni made in Russia, “eroici” stallieri. Un Nerone dei nostri tempi che canta insieme ai suoi fidi menestrelli mentre a colpi di fiducia e di leggi vergogna l’Italia democratica arde in un incendio che dietro di sé lascia soltanto l’odore acre della distruzione.

E gli italiani lo acclamano, lo osannano, anche se poi si vergognano a dire che lo hanno votato. È come una sorta di trasgressione indicibile: il segno leggero della matita sulla scheda con il suo nome o simbolo diviene trasparente, come se non fosse mai esistito, perché apertamente nessuno ammette di averlo tracciato.

Intanto, però, i segni che il governo di destra sta lasciando sulla pelle dell’Italia sono solchi profondi che bruciano, feriscono, irritano chi crede ancora nel valore della Repubblica, della democrazia. Il decreto sicurezza traccia una linea di confine tra ciò che è moderno, civile, morale e ciò che è ingiusto, arcaico, barbaro. L’approccio neonazista della Lega, che ha identificato un capro espiatorio su cui scaricare il male del mondo per poterne ricavare profitto, ha segnato il ritorno di una Storia tragica che l’Europa e il mondo da più di mezzo secolo cercano di allontanare.

Chi, dieci anni fa, avrebbe potuto immaginare il ritorno delle ronde? Una scelta folle, un’idea malsana che produrrà abusi e scontri, nata dall’operazione propagandistica e mediatica di induzione ad una paura illogica e immotivata, frutto di una percezione dell’assedio che non trova riscontri nei dati e nei fatti reali. Non ci sono picchi di criminalità e di reati, anzi, i dati dicono proprio il contrario, eppure la classe politica attuale soffia sul fuoco di una questione che mira a mettere i cittadini gli uni contro gli altri, spingendoli ad armarsi e a dotarsi di dispositivi di sicurezza, con grande soddisfazione dei gruppi economici del settore (in grande espansione mondiale) e di coloro che, a fini elettorali, hanno architettato tale strategia.

Così, se da un lato si esaltano e si difendono le forze dell’ordine, anche quando sbagliano, dall’altro le si priva di mezzi e risorse, preferendo affidare la sicurezza dello Stato a gruppi di volontari appartenenti all’estrema destra, gli stessi che la domenica vanno allo stadio a pisciare sui caschi dei poliziotti, ad insultarli, ad attaccarli con sassi e spranghe dentro e fuori gli stadi, nelle strade delle città. Si dà in mano a questa gente il potere di decidere chi è sospetto e chi non lo è, si rischia, in certe zone del Paese, di consegnare alla mafia e alla camorra preziosi aiutanti e attente vedette, pronte a far filare tutto liscio nei quartieri in cui gli “affari” non si devono fermare mai.

Già, perché è impensabile che queste ronde possano svolgere, per conto dello Stato, attività di controllo in quartieri e zone dominate dai grandi gruppi criminali, i quali provvederanno subito a rendere a proprio favore la presenza di questi gruppuscoli di esaltati in divisa coloniale. L’impressione è che, come ai tempi delle leggi razziali, tutto ciò sia finalizzato esclusivamente a colpire il target, il capro espiatorio scelto dalla destra italiana: gli immigrati, che la legge sulla sicurezza punisce indiscriminatamente e condanna alla clandestinità, assimilandoli a dei criminali, mettendoli insieme a mafiosi, pedofili, stupratori.

Di fronte a tutto ciò, l’opposizione reagisce con debolezza e le istituzioni di garanzia somigliano sempre di più a Ponzio Pilato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per l’ennesima volta mostra la sua incapacità di garantire la tutela della democrazia italiana, promulgando la legge senza riserve, limitandosi ad una lettera di “consigli” sulle modalità di applicazione che hanno il sapore amaro di una ipocrita quanto inefficace presa di distanze. L’ennesimo errore di un Capo di Stato che, come il predecessore, bada alla forma ed ai riti, senza mai far pesare le proprie prerogative, eccezion fatta per il lodo Alfano. In una fase di sfascio dello Stato, Napolitano è il più degno rappresentante di un’Italia che non agisce, ma accetta l’avvento di un pericoloso regime, che controlla l’informazione e che punta ad azzerare il dissenso, a soffocarlo.

Il solo Di Pietro ha giustamente criticato l’operato del presidente della Repubblica, subendo per questo le reazioni scomposte della maggioranza e perfino dei colleghi di opposizione, oltre che dello stesso Napolitano, il quale ha incredibilmente controreplicato offendendo personalmente il leader di Idv.

Napolitano si difende dicendo che non poteva fare altro, che ciò non rientra nei suoi poteri, affermando che chi sostiene il contrario non conosce la Costituzione. Siamo sicuri che al Quirinale vi siano copie corrette della Costituzione? È possibile che manchi la parte in cui si specifica che tutte le istituzioni della Repubblica sono soggette al diritto di critica e, ancor più, quella in cui si legge che il presidente della Repubblica ha sì l’obbligo di promulgare le leggi del Parlamento, ma può decidere, prima della promulgazione, nel caso in cui il testo di legge presenti punti oscuri o costituzionalmente dubbi, di rinviarlo alle Camere affinché venga sottoposto a nuova deliberazione?

Forse questo sfugge al presidente Napolitano, troppo impegnato, in questi anni, a prendere ufficialmente posizione contro magistrati integerrimi come De Magistris o ad attaccare un leader politico solo perché gli ha mosso una critica più che legittima.

Ha ragione Di Pietro: Napolitano sta usando la piuma per difendere la Costituzione da chi la attacca con il pugnale e con la spada. È questo il problema dell’Italia: non solo la gente, ma anche l’afasia delle istituzioni che potrebbero far qualcosa per evitare il tracollo.

L’Italia si è spezzata e si avvia al naufragio, ma tutto viene celato dall’ipocrisia di un nuovo patriottismo che ci chiama all’unità quando muore un soldato o quando un terremoto colpisce una regione, mentre si nasconde e tace quando, ogni giorno, un lavoratore muore sul proprio posto di lavoro.

Siamo il Paese della “brava gente”, del Papa e del crocifisso, però poi accettiamo che le persone vengano trattate come bestie solo perché hanno altro colore o nazionalità. Siamo il Paese che chiama eroi i soldati che volontariamente hanno scelto un lavoro in cui è prevista la possibilità di andare e morire in guerra, e poi dimentica i veri eroi, come coloro che hanno combattuto contro la mafia oppure gli operai, tutti quelli, insomma, la cui morte, in una nazione civile, non avrebbe mai dovuto essere legata al proprio lavoro.

Siamo il Paese che piange solo per i morti italiani e mostra indifferenza per chi finisce in fondo al mare mentre insegue la propria sopravvivenza, per coloro che muoiono, dopo ore di atroce agonia, con il proprio bimbo in grembo, in un porto libico in cui lo Stato italiano le ha mandate, senza nessuna remora, con la massima indifferenza.

Questa è l’Italia, prendiamone coscienza.

 

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