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Cosa vuole il terrorismo?
di Maria Ricciardi- Liberacittadinanza
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21 ottobre 2011
Cosa vuole il terrorismo?

leggo in questa rubrica alcune note sui fatti di Roma e sulla violenza che si è scatenata, segno che da parte dei lettori esiste e insiste una certa preoccupazione, anche se i quesiti che vengono posti indicano come sfugga all'attenzione il nocciolo duro del problema.
Ho letto una domanda:
"Perché questi violenti se la prendono con la città e i cittadini ?";
la domanda è corretta perché conduce al chiarimento; l'obiettivo della violenza non può diventare una delle sedi delle Istituzioni, perché non servirebbe allo scopo.
Scopo di queste manifestazioni di cieca violenza è quello di seminare il terrore nella popolazione indifesa; la paura del peggio che dovrebbe spingere ad auspicare soluzioni di forza, anche con provvedimenti autoritari.
Chi vuole seminare terrore nelle popolazioni non può che essere identificato come terrorista, ma
cercare di chiarire il concetto di terrorismo, in questa sede, ci porterebbe lontano e sarebbe un discorso lungo e articolato. Assumiamo per buona l'identificazione che la cultura contemporanea si spreca a propagandare.
Dovremmo, così, esaminare alcuni quesiti che, con molta accuratezza, ci viene vietato di valutare e fornire ipotesi di risposte.
Dobbiamo però chiederci:
" Qual è lo scopo dei terroristi ?"
"Quale strategia li ispira ?".
Innanzitutto si deve prendere atto di avere di fronte una costellazione frazionata e non un soggetto monolitico; le definizioni siamo noi stessi a fornirle legittimando il terrorismo con l'attribuzione di una compattezza ideale, programmatica e operativa che non ha.
Questa compattezza viene riconosciuta identificando nel terrorismo un nemico da abbattere con una dichiarazione di guerra totale. Ma le guerre si fanno in due e il terrorismo è, per definizione, unilaterale, non porta divise, non innalza bandiere, opera e agisce all'improvviso, vilmente, e colpisce nel mucchio con il solo scopo di seminare terrore. Il suo obiettivo non è "il nemico" da abbattere e combattere, ma il popolo-spettatore, vittima passiva, primo attore di una tragedia che non vuole recitare.
Il terrorismo non ha una strategia perché non ha un modello di società da proporre; una eventuale destabilizzazione nazionale non gli servirebbe; il terrorismo, anzi, si ribella a questa pretesa, mirando a terrorizzare, non a conquistare: il terrore è un mezzo, mentre il programma di conquista è un fine.
La guerra totale al terrorismo veste, però, gli stessi panni del terrorismo, colpendo nel mucchio, evitando lo scontro, stimolando, così, quella reazione rappresentata dagli atti terroristici.
Dalla guerra totale bisogna trasferirsi sul terreno della politica e del dialogo accettando, riconoscendo e rispettando le differenze sociali, culturali e antropologiche e neutralizzando i progetti di restaurazione autoritaria che del terrorismo si servono per autogiustificare una stretta alle libertà conquistate con la Costituzione.
I primi passi si stanno compiendo con il bavaglio alla informazione, con l'abolizione delle intercettazioni, con il far venir meno alle forze dell'ordine i mezzi indispensabili per operare.
C'è poi quella intercettazione Lavitola/Berlusconi, dove si parla di milioni di cittadini nelle piazze, eliminare il tribunale di Milano e assediare il quotidiano Repubblica, espressioni che un capo di governo non dovrebbe mai neppure pensare.
Stanno qui i pericoli paventati che potrebbe correre la fragile democrazia italiana, facilmente ipnotizzabile da miraggi futuri che negano la concretezza del presente, mentre godono del diritto di urgente priorità solo le manovre a favore di pochi o, peggio, di uno solo.
Circondare, assediare, condurre alla resa il terrorismo si può e di deve, ma non con l'ipotesi di una restaurazione autoritaria che legittimerebbe ben altre violenze, come la triste storia appena trascorsa ci insegna.
L'unica alternativa possibile è l'assedio da parte della politica propositiva e non politicante,, per ricondurre queste drammatiche controversie nell'alveo della politica e del dialogo, nella consapevolezza di riconosce il diritto di tutte le classi all'autodeterminazione, senza corporativismi di parte.
Gli interessi esclusivi delle classi più agiate, così bene tutelati, conducono verso un mare in tempesta, che finirebbe con l'annientare tutte le parti .
Rosario Amico Roxas