Primarie, politica e antiberlusconismo

Forse i candidati alle primarie che sono, l’estrema opportunità per non mettere la pietra tombale sul PD e per non affossare definitivamente l’opposizione, avrebbero motivo per riflettere in primo luogo sulla domanda che alcuni giorni fa poneva nella sua rubrica Fatti nostri Giorgio Bocca: “Dicono che ridurre la politica all’antiberlusconismo sia un errore, ma il berlusconismo non è la cattiva politica che ci ritroviamo, non è la mancanza di correttezza, di responsabilità, di serietà necessaria alla buona politica?” Questa domanda è anche la risposta migliore alla molto celebrata battuta di Bersani “il più antiberlusconiano di tutti è quello che manda a casa Berlusconi” di effetto più incisivo se non provenisse da un esponente di quella nomenclatura di partito che si è prodigata alacremente ad affondare dall’interno l’unico, che con i noti limiti, per due volte aveva mandato a casa Berlusconi. Pier Luigi Bersani è peraltro il candidato che ha vinto il congresso facendo il pieno in Campania e Calabria con l’80 per cento dei voti, dove i signori delle tessere sono Antonio Bassolino e Agazio Loiero e dove gli iscritti risultano ormai più numerosi degli elettori: nella provincia di Napoli sono quasi dodici volte quelli dell’intera Lombardia.
Lo sponsor maxìmo di Pier Luigi Bersani, D’Alema che notoriamente ha sempre riservato grande attenzione Sud ed è anche l’uomo di riferimento degli inquisiti della Tangentopoli sanitaria barese, recentissimamente ha messo in guardia contro l’antiberlusconismo che sconfina in “anti- italianità” e all’indomani della disintegrazione del lodo Alfano ha ribadito che in nessun paese democratico un leader va a casa per una sentenza.
Poi per sostanziare meglio l’affermazione ha ritenuto opportuno salutare calorosamente il Berlusconi furioso contro la Costituzione, da “prendere per le corna” e distruggere una volta per tutte, e ha gli ribadito la sua sempiterna disponibilità “per il bene del paese”.
Naturalmente ad usum primarie in sostegno del suo candidato ha rilasciato dichiarazioni un po’meno impopolari presso il suo elettorato e vagamente antiberlusconiane del genere “In un paese democratico un leader che si trova in queste condizioni viene sostituito, se non avviene è perché il partito di Berlusconi è ‘suo’ in senso proprietario”.
Il suo compagno di partito di lungo corso, Goffredo Bettini parla, si presume con cognizione di causa, di “doppiezza comunista” di ascendenza togliattiana e a sua volta D’Alema risponde a chi gli rimprovera ambivalenze o stili di vita e frequentazioni sconsigliabili che “il PCI era un partito serio e non c’era questo qualunquismo”.
Secondo Gianpaolo Pansa, che ha notoriamente abiurato dalle pagine di Libero e affini l’insuperato Dalemoni, il problema è che i noti demonizzatori e disfattisti, con in testa “il corsaro” Di Pietro, il vero “caimano” e “dissanguatore” del PD, mirano a D’Alema per affondare Bersani. E così stretto nella morsa giustizialista anche il Lìder Maxìmo, animato nei confronti della magistratura da sentimenti ed intenzioni sostanzialmente non dissimili da quelle di Berlusconi, è costretto a “disseppellire l’ascia di guerra” e a resuscitare obtorto collo l’armamentario “giustizialista”.
Anche la calze azzurre di Franceschini devono avergli dato parecchio ai nervi e infatti pur costretto ad esprimere formale solidarietà a Mesiano ha premesso “io le calze le porto di un altro colore…”.
Il suo candidato, come a ribadire che a lui della giustizia importa relativamente e farebbe volentieri a meno di occuparsene, concetto espresso ripetutamente anche a Ballarò ha precisato “solidarietà, sì, calzini turchesi, no.. Tira un’aria pesante ma lasciamo in pace questo giudice”.
E speriamo che si riferisse ai “professionisti” di Canale 5.
Di Franceschini D’Alema ha detto che la sua candidatura raccoglie quasi tutta la nomenclatura e cioè Marini, Rutelli, Fassino, Veltroni, “persone carissime, amici miei, ma vanno cambiate perché i risultati sono stati negativi”. E ha aggiunto “.. per andare sui giornali ha bisogno di attaccare me..”.
Che dietro Franceschini ci sia un bella fetta di nomenclatura e di personaggi che sarebbe auspicabile approdassero ad altri lidi è palese, ma l’altra, quella fetta più sostanziosa e “qualificata” che include Bassolino, Loiero e Jervolino dove sta? Analogamente per quanto riguarda l’opposizione, D’Alema sibila “lui è stato vice e poi segretario.. Non abbiamo fatto opposizione? Ci spieghi perché, non può venire lì a protestare… c’è un problema di accountability”.
Ma sentire da D’Alema pretendere assunzioni di responsabilità e reclamare il dovere di rendere conto agli elettori, dopo quindici anni di protagonismo perdente e distruttivo in prima file e dietro le quinte, tra fondazioni retribuite da Tronchetti e dagli Angelucci, tifoseria attiva nelle scalate per spartirsi economia ed informazione, bicamerali per tutte le stagioni, affossamento di leggi che sancivano dal 1957 l’ineleggibilità di Berlusconi, è un po’ più che “paradossale”. L’aggettivo “paradossale” lo ha usato “il militante semplice” D’Alema per l’eventuale vittoria di Franceschini, che rischia di portare turbamento” tra gli iscritti.
A proposito di “turbamento” consiglierei a D’Alema di chiedere sia agli iscritti che agli elettori del PD, cosa hanno pensato quando a proposito delle vergognose assenze, prima sulle questioni di pregiudizialità, poi sulla votazione di quell’abominio giuridico e morale che è lo scudo fiscale, ha dichiarato testualmente, lievemente infastidito per dover rispondere a tali banalità: “.. Assenze inopportune, ma non è che se ci fossimo stati avremo vinto noi.. Succede… Il problema è che il gruppo dovrebbe cercare di farlo capire…”.
Chissà se essere presenti rischiava, Dio non voglia, di ridurre la politica all’antiberlusconismo.
Almeno Franceschini ha avuto la decenza di scusarsi.


















