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Quale presidente per gli States?

4 Novembre Presidenziali Usa

L’attenzione con cui i nostri media seguono le imminenti elezioni dell’uomo che, come Presidente degli USA, sarà in grado di determinare il futuro del nostro pianeta, non è certo ingiustificata, per le conseguenze che questa scelta può avere sulla vita di quanti vivono, come noi, apparentemente lontani dall’America.

Se il peso degli USA sul piano economico tende a ridimensionarsi a fronte della tumultuosa e rapidissima crescita della Cina, del nuovo imperialismo russo (supportato dalla enorme disponibilità di materie prime e fonti energetiche e dalla compiacenza di tanti ‘amici’ anche italiani)  e della crescente importanza di altri Paesi (India, Brasile, ecc…) in un mondo sempre più interdipendente, essi rimangono comunque la nazione di gran lunga più potente fra quelle che, come la nostra, si identificano in un modello di società fondato sulla democrazia rappresentativa.

E’ in effetti indubbio che, nonostante le sensibili divergenze sul ruolo dello Stato nell’economia e nei rapporti sociali, la distanza culturale fra USA e Europa occidentale è assai inferiore a quella esistente fra noi e, ad esempio, la Cina o la Russia, per non parlare degli stati che il fondamentalismo islamico sta riportando a livello di barbarie, come dimostrato dalla recente lapidazione di una giovane donna in Somalia.

Questo loro ruolo ‘naturale’ e sinora innegabile di simbolo del mondo occidentale ha amplificato gli effetti negativi degli otto anni della presidenza Bush, durante i quali ha  indubbiamente prevalso una immagine dell’occidente arrogante, aggressiva e sostanzialmente assai disinvolta sul

La attuale crisi finanziaria mondiale, innescata da un modello di finanza speculativa e poco trasparente, dominata dalla ricerca dell’utile immediato e refrattaria a qualunque tipo di controllo, non può non trascinare con sé anche il modello sociale ‘americano’, basato sul mito del consumismo a tutti i costi e degli status symbols come dimostrazione tangibile di successo individuale.

La cosiddetta 'globalizzazione', se ha consentito il formarsi di ingiustificabili nicchie di ricchezza grazie alla delocalizzazione delle produzioni e alle razzie provocate dalla mondializzazione della speculazione finanziaria, sta anche diffondendo la coscienza del rischio imminente di disastri ambientali e della crescente distanza fra gli sprechi dei Paesi ricchi e il permanere della sottonutrizione per milioni di persone.

La presidenza Bush ha risposto a questi fenomeni con una politica interna di redistribuzione a favore dei ricchi e col boicottaggio degli accordi internazionali sull’ambiente, il protezionismo, la strenua difesa del ‘modello di vita americano’, la teoria della ‘esportazione della democrazia’ con le armi, il sostegno di regimi autoritari e il rifiuto a sottomettersi alle regole di convivenza internazionali.

Purtroppo anche il nostro Paese ha avuto occasione di misurare questa arroganza in occasione dell’attentato che è costato la vita al commissario Calipari e più recentemente nella vicenda relativa al raddoppio della base militare di Vicenza.   

 

L’insistenza su questa linea politica non ha ridotto la violenza e il terrorismo, ma ha anzi contribuito alla diffusione nei Paesi più emarginati di sentimenti di ostilità nei confronti delle culture occidentali caratterizzate da principi irrinunciabili, quali la laicità dello stato, la libertà religiosa e di opinione, il rispetto dei diritti umani e civili di tutti gli esseri umani, e favorito la crescita di regimi teocratici e dittatoriali di inaudita ferocia.

Il prossimo Presidente degli Stati Uniti erediterà una situazione e una nazione in condizioni sicuramente peggiori di quelle che aveva lasciato Bill Clinton, ma avrà ancora nelle sue mani un potere immenso. Chiunque vincerà non possiamo certo aspettarci rivolgimenti spettacolari, ma l’Europa democratica non può non auspicare che la nuova amministrazione rinunci alla precedente  fallimentare politica sponsorizzata dai 'poteri forti', per collaborare a costruire sul piano internazionale strumenti efficaci che consentano di far fronte ai problemi del terzo millennio.

Per evitare la catastrofe sono necessarie politiche condivise per un utilizzo equo delle fonti energetiche e dell’acqua, per la riduzione delle emissioni inquinanti, per la salvaguardia della bio-diversità, per il controllo e il blocco della produzione e del commercio delle armi, per la regolamentazione dei movimenti finanziari e la lotta al riciclaggio, per la riaffermazione dei diritti umani e civili contenuti nella Dichiarazione approvata dalle Nazioni Unite 60 anni fa e che formalmente tutti gli Stati accettano.

Quattro anni sono sicuramente insufficienti per questi obiettivi, ma sarebbe importante che il Paese più forte dell’Occidente si incamminasse in questa direzione, come tenta di fare, pur con tante contraddizioni, l’Europa composta da Paesi che, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, hanno scelto la pace. Questo cambio di rotta non potrebbe non avere effetti anche sul nostro Governo che su molti temi (liberalizzazioni, privatizzazione dei servizi sociali, politica ambientale, ecc...) sembra scimmiottare il 'modello Bush'.

Ma questo potrà avvenire solo se dal voto (questa volta senza brogli) del 4 novembre uscirà vincitore Obama, restituendo il duo McCain-Palin alle loro precedenti occupazioni.

 

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