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Quando la Costituzione si fermava ai cancelli delle fabbriche

Ricorrono i 40 anni dello Statuto dei Lavoratori, la Legge 20 maggio 1970, n. 300, che rappresentò una svolta epocale non soltanto nei rapporti all'interno del mondo del lavoro ma un cambiamento profondo anche sul piano sociale, politico e culturale.

La Legge 300 portò a compimento il dettato costituzionale che pone il lavoro a fondamento della nostra democrazia, eliminando la stridente contraddizione che vedeva proprio i luoghi di produzione esclusi dalla applicazione dei principi costituzionali.
Oggi forse le conquiste in tema di dignità, tutela e relazioni sindacali che lo Statuto assicurò ci sembrano scontate e, pertanto, forse non attribuiamo loro l'importanza che meritano e, di conseguenza, corriamo il rischio di indebolirle di fronte ad attacchi che, sotto la falsa veste di un presunto "riformismo", tendono in realtà a riportare indietro di decenni l'orologio della storia. In effetti lo Statuto dei Lavoratori costituisce una delle più evidenti dimostrazioni della grandezza del nostro impianto costituzionale che, all'interno di un rigoroso sistema democratico-parlamentare, "disegna" per lo Stato nuovi compiti e nuovi obiettivi predisponendo le "linee guida" di una legislazione avvenire.
Una Costituzione che prefigura, nelle sue norme, uno Stato socialmente e politicamente più evoluto, lasciando alle forze politiche il tempo di attuarlo. Figli di quello spirito politico e culturale sono i partiti democratici che, in un periodo di grande travaglio per il paese, stretto tra l'inizio della stagione del terrorismo e le grandi lotte operaie, seppero " pur con diverse idee e prospettive " licenziare un documento che ancor oggi, al di là delle critiche interessate, pone l'Italia all'avanguardia nella tutela giuridica dei diritti dei lavoratori. A riprova di un senso di responsabilità politica ben diverso da quello attuale, anche il partito liberale " tradizionalmente vicino alle esigenze delle imprese " votò la Legge riconoscendo il grande sforzo di sintesi operato, la valenza giuridica e la necessità sociale.
Va ricordato tuttavia che erano occorsi oltre venti anni per giungere alla concreta traduzione legislativa dei principi costituzionali in tema di lavoro e che, evidentemente, il percorso non era stato agevole. Ecco perché è giusto ricordare ed onorare in questo anniversario la memoria dei tre uomini che tenacemente vollero e consentirono il provvedimento. Il primo fu Giacomo Brodolini, sindacalista socialista e Ministro del Lavoro che purtroppo morì prima di aver visto nascere la "sua" Legge ma che ebbe la fortuna di passare il testimone ideale al successore nel dicastero Carlo Donat Cattin, anch'egli di formazione sindacale quale dirigente dei sindacati cattolici. Il terzo è Gino Giugni, intelligente e brillante giurista cui si deve l'impianto tecnico\giuridico della Legge. L'intento di questo modesto omaggio a quegli uomini non è retorico in quanto stiamo vivendo una stagione di costanti ed ofidici attacchi alla Costituzione ed alle sue conquiste da parte di forze politiche e culturali (ma sostanzialmente ispirate e guidate da "poteri economici") che vedono nei diritti civili e del lavoro un serio ostacolo ai loro interessi e progetti. Il disegno di Giugni, Brodolini e Donat Cattin era diametralmente opposto a questa "nuova cultura", coerente con quella Costituzione che da uomini e da politici amavano e cioè il progetto di una Società equilibrata, capace di tenere insieme i diritti ed i doveri di tutti, ma nella giustizia ed equità sociale : in una parola una democrazia sostanziale e non formale.
Carta 48 chiede a tutti di condividere il ricordo di quei personaggi e di quello spirito, di difendere lo Statuto dei Lavoratori, anzi di rendere ancor più efficaci alcune irrinunciabili tutele, basti pensare alle migliaia di infortuni e morti sul lavoro che ancora registriamo. Una difesa necessaria ad evitare che una cultura debole di contenuti e manovrata negli scopi, ci faccia perdere la memoria storica, oggi tanto necessaria per affrontare i problemi del lavoro e della democrazia che nel nostro Paese sono oggi centrali.

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