Riflessioni di un economista da strada

Da questo punto di vista non appare ragionevole, né utile la tesi della imprevedibilità di quanto è accaduto, e continuare a credere nella capacità del ‘mercato’ di autoregolarsi per garantire sviluppo e benessere.
Non è infatti possibile negare che tutto sia nato proprio dalla assenza di regole e sistemi efficaci di controllo dei mercati finanziari.
La ricerca ossessiva e spregiudicata di plusvalenze da distribuire a una platea di azionisti totalmente disinteressati alla stabilità delle ‘public company’ che li producevano, non poteva non condizionare una casta di manager il cui successo (non solo economico) dipendeva proprio dalla soddisfazione nel breve periodo degli azionisti.
Si sono così inventati prodotti creditizi che per essere redditizi dovevano essere sempre più rischiosi, perché destinati a una clientela di dubbia solvibilità, e contemporaneamente sempre più complessi (per scaricarne la aleatorietà su altri soggetti), ma che contemporaneamente erano funzionali a una crescita esponenziale dei consumi (soprattutto di quelli non essenziali), diventata il metro di misura di un malinteso ‘sviluppo’.
Il finanziamento del sistema era basato su un meccanismo di affidamenti incrociati fondati sulla sopravvalutazione delle garanzie e alimentato da risparmiatori-investitori forse inconsciamente non meno avidi.
La crisi di questo meccanismo, sempre più lontano dalla economia reale della produzione e degli scambi, era prevedibile ed è stata prevista, anche se le modalità con cui si è verificata sono forse andate al di là della fantasia degli analisti.
Il suo ‘inceppamento’ ha privato gli anelli deboli della catena della liquidità che consentiva loro di sopravvivere, spesso (clamoroso il caso Madoff) con il vecchio trucco della ‘catena di S. Antonio, e ha innescato un ‘processo domino’ incontrollabile che si è esteso rapidamente ai settori manifatturieri, facendo mancare loro il credito; le conseguenze sulla occupazione non potevano non portare a un crollo della domanda, chiudendo la spirale involutiva.
Compito della politica è ora cercare di ridurre le conseguenze di tutto questo sulle persone, ma anche evitare che le condizioni che l’hanno provocata si ripresentino. E' dunque inevitabile prendere atto che da questa situazione non si può uscire tornando alla condizione precedente, che ne è stata la causa, e che le dimensioni del problema impongono meccanismi di 'solidarietà' collettiva.
C'è una intera biblioteca di riflessioni sulle conseguenze della equivalenza fra il livello dei consumi delle nostre società e i concetti di 'sviluppo' o addirittura di 'progresso', e sono stati già proposti numerosi intelligenti metodi alternativi di valutazione non basati sul PIL, ma piuttosto sul benessere percepito. Forse se queste queste 'eresie' economiche fossero maggiormente penetrate nella nostra cultura le cose sarebbero andate diversamente, ma ora non è più possibile ignorarle.
Intanto però è almeno lecito pretendere che 'i politici' cerchino di evitare che il costo delle precedenti scelte sbagliate venga pagato da chi le ha già subite. E dato che il meccanismo si è inceppato sul piano finanziario non c'è dubbio che occorrano iniezioni di liquidità che solo i governi possono deliberare.
Evitando però di creare semplicemente nuova moneta, che innescherebbe processi inflazionistici disastrosi.
Dunque il problema, che dovremmo pretendere venisse pubblicamente discusso (e affrontato a livello sovra-nazionale), ha due aspetti: dove immettere questa nuova liquidità e da dove prelevarla.
Alla seconda domanda ragione e giustizia suggerirebbero di operare proprio sui grandi capitali speculativi che si sono formati o sensibilmente incrementati grazie a quei meccanismi finanziari che sono all'origine della crisi. La reazione della amministrazione Obama e del governo francese del ‘destro’ Sarkozy ai 'premi' destinati ai dirigenti dei gruppi finanziari che per sopravvivere hanno richiesto aiuti pubblici mi sembra eticamente, oltre che economicamente, ineccepibile.
Occorre anche tenere conto che dalla crisi qualcuno uscirà ulteriormente più ricco: il crollo dei mercati immobiliari e la urgenza di 'fare cassa' stanno consentendo a chi, per varie circostanze, dispone di grandi liquidità (e fra questi c’è sicuramente la malavita organizzata) di fare acquisti a prezzi ottimi, in altri momenti impensabili.
Dunque mai come ora la previsione di un sistema fiscale progressivo dell'art. 53 della nostra Costituzione appare lungimirante e un impegno serio contro l'evasione fiscale irrinunciabile.
Molto meno accettabile mi sembra l'ipotesi che una parte dei fondi possa derivare dal taglio di servizi pubblici, essenziali proprio per garantire un livello di vita minimamente dignitoso alle categorie a più basso reddito, già più colpite.
Rimane il problema di dove immettere i fondi: l'idea che traspare dalle notizie di cronaca è che i governi siano intanto impegnati a salvare dalla bancarotta le banche e le finanziarie, che negli anni scorsi hanno accumulato e distribuito ai propri azionisti (e in alcuni casi sperperato) utili immensi. Non possiamo però ignorare che nel nostro Paese a fronte dell'abbattimento del tasso di riferimento europeo (euribor) le banche, che risultano già essere più care di quelle estere, hanno in genere praticato una politica di rialzo del loro spread, trasformando quello che doveva essere un aiuto alle aziende in plusvalenza per i loro azionisti. Non dovrebbero pertanto essere accettabili interventi pubblici se non dopo una seria riforma della legislazione bancaria, che colpisca i comportamenti poco etici e recuperi gli utili ingiustificati.
Poi ci sono le altre aziende, che giustamente devono continuare a lavorare se non altro per retribuire i dipendenti; e le famiglie, che devono sopravvivere.
La formula magica è ‘sostenere la domanda’, cioè la capacità di acquistare i prodotti delle aziende e evitare che queste falliscano, licenziando e trascinando con le sé le banche. Ma tutti gli economisti sanno da sempre che la percentuale di reddito destinato alla spesa immediata è inversamente proporzionale al reddito stesso: un aumento di reddito in una famiglia ‘normale’ si trasforma, per ovvi motivi, in acquisti; lo stesso aumento in una famiglia ‘ricca’ diviene risparmio o investimento speculativo.
Se dunque ci deve essere un aiuto alle famiglie, esso non può che essere inversamente proporzionale alla loro ricchezza; altro motivo per combattere l’evasione fiscale, che quella ricchezza ci impedisce di valutare correttamente.
A questo punto l'economista 'da strada', che ha solo sentito parlare di Keynes, si pone un quesito: è possibile fare in modo che risorse comunque fornite dalla collettività (quindi nel caso italiano solo da chi non evade le imposte) non finiscano nelle mani dei 'soliti noti', ma servano invece a creare una economia (e una società) più giusta e trasparente?
Invece che per opere pubbliche faraoniche, inutili e futuribili (su cui già aleggia il fantasma di appaltatori sin troppo noti) e centrali nucleari, per coprire le insolvenze causate da amministratori incapaci o poco onesti o per incrementare i consumi di prodotti in gran parte provenienti dall’importazione come l'auto e l'elettronica di consumo (e quindi che generano essenzialmente ricchezza solo per gli importatori), non potremmo usarle per migliorare i servizi pubblici e l'ambiente, creando in quei settori nuovi posti di lavoro per i nostri giovani disoccupati ad alta qualificazione? Quel reddito si trasformerebbe immediatamente in consumi.
In questa fase di panico sono molti gli imprenditori che ricorrono a drammatici tagli del personale anche non in presenza di perdite che mettono in pericolo la sopravvivenza delle imprese, ma solo di una contrazione degli utili. Gli stabilimenti chiudono, le manifatture si trasformano in società commerciali di import-export, gli investimenti così ritornano ‘liquidi’ e disponibili per speculazioni finanziarie e immobiliari, mentre la disoccupazione dilaga.
Così rischiamo di uscire dalla crisi, se e quando ne usciremo, con una situazione di sperequazione esplosiva e una distribuzione del reddito da quarto mondo.
Non possiamo investire nel sostegno di questo modello economico le (poche) risorse disponibili.
L'economista 'da strada' non ha ricette miracolose, ma si chiede, per esempio, se non sarebbe il caso di riflettere anche sulla legislazione relativa alle società di capitali, che consente ai soci di realizzare utili quando tutto va bene, mentre in caso di perdite il fallimento non intacca il loro patrimonio.
Altre perplessità gli sorgono in merito alle decisioni degli organismi europei in campo alimentare, che sistematicamente penalizzano i prodotti tradizionali di qualità per aprire le porte alle fantasiose creazioni delle grandi industrie: OGM, vino invecchiato coi trucioli, aranciata senza frutta, eccetera.
Si chiede poi se in una situazione drammatica come l'attuale sia ancora sensato mantenere aree 'grigie' a livello internazionale, dove capitali speculativi anche di origine illegale possono muoversi in piena libertà grazie all'ospitalità dei cosiddetti 'paradisi fiscali' e al segreto bancario, influenzando in modo anche determinante le stesse borse.
Ma che senso ha riflettere su queste cose in un Paese dove leggi più o meno 'ad personam' hanno legalizzato il falso in bilancio, ostacolano le inchieste della Magistratura e proteggono i monopolisti; dove la certezza, prima o poi, di un condono rende la violazione delle norme edilizie e fiscali un fenomeno di massa e il capo del Governo dichiara l'evasione e l'esportazione dei capitali 'legittima difesa' nei confronti dello Stato?


















