Rileggendo la Costituzione

Di questi tempi è diventata una abitudine, da parte dei politici che si dimostrano incapaci di svolgere i propri compiti, tentare di cambiare le norme che li regolano; facendo anche ampio ricorso alla fantasia e arrivando a mettere in dubbio la 'legge delle leggi', cioè la nostra Costituzione.
Proprio in questi giorni, che vedono il Senato impegnato nell'esame dell'ennesimo tentativo di stravolgere il nostro sistema democratico parlamentare, verrebbe invece forse la pena di rileggere con attenzione quei 139 articoli, per riscoprirne la saggezza e la lungimiranza.
La Carta del 1948 è un testo volutamente scarno (al contrario delle successive spesso disastrose modifiche): paragrafi brevi, vocaboli di uso comune la rendono comprensibile quando delinea, come è compito delle 'leggi fondamentali' quei principi ispiratori cui sarebbe poi spettato al legislatore ordinario dare concreta attuazione per far fronte anche a evoluzioni allora imprevedibili.
Il nostro Paese, come un po' tutti gli Stati europei, si trova ora a far fronte all'attacco della speculazione finanziaria, che però non è, come si vorrebbe far pensare, un fenomeno recente. Si tratta solo della logica evoluzione del progressivo sganciamento dei circuiti finanziari dalla economia reale: le transazioni finanziarie relative a scambi di beni e servizi rappresentano infatti da tempo solo una piccola frazione del totale mondiale. Tutto il rimanente essendo composto da operazioni di compra-vendita di titoli di credito e quote di rischio così complessi nella loro struttura da essere quasi incomprensibili, ma accomunati dalla caratteristica di consentire la produzione di plusvalenze o utili assai maggiori di altre forme di investimento, senza che ne derivi alcuna utilità reale in termini di occupazione o qualità della vita.
I meccanismi della borse consentono anzi, ai pochi soggetti che dispongono di sufficienti risorse, di influire sulla economia reale anche molto negativamente; con la speculazione al ribasso, ad esempio, che può mettere in crisi le aziende i cui titoli possono essere massicciamente venduti 'allo scoperto' facendone scendere la quotazione, e successivamente acquistati a prezzo inferiore dagli stessi speculatori. Fenomeno questo che ora alcuni governi cercano di impedire, con limitata efficacia. Visto anche che le dimensioni di alcuni operatori finanziari (ad es. i fondi sovrani) li rendono incontrollabili da parte dei singoli Stati.
Cosa c'entra questo con la nostra Costituzione, scritta nel 1947? Il legame è rappresentato da quell'articolo 41 che nei mesi scorsi qualcuno si era riproposto di modificare (anche quello!!) e che, dopo aver stabilito che fra i diritti dei cittadini c'è anche quello di 'fare impresa' (L'iniziativa economica privata è libera...), sancisce però che l'impresa non può 'svolgersi in contrasto con l'utilità sociale ….', e quindi tanto meno a danno della stessa 'utilità sociale'.
Viene da pensare che i nostri Costituenti avessero già previsto che ci sarebbero stati alcuni 'imprenditori' (anche meno di quell'1% di cui si parla oggi) disposti a mettere in crisi interi Stati pur di guadagnare. Non avevano però, comprensibilmente, previsto che i leader europei che li avrebbero seguiti nel tempo, impegnati a invocare il 'dio mercato', non avrebbero provveduto a impedirglielo.
Rileggere la Costituzione dovrebbe convincerci ancora di più che il nostro primo dovere è attuarla, prima di pensare a cambiarla.


















