Se l'Italia di Andreotti ha sconfitto quella di Ambrosoli

di Daniela Gaudenzi - Liberacittadinanza - 10/09/2010
Bocca aveva scritto l’articolo “Giorgio Ambrosoli l’uomo che sfidò Sindona e la mafia”, concludeva chiedendosi se l’eroe borghese aveva vinto o perso la sua scommessa sull’onestà

Non illudiamoci, non troveremo nemmeno un decimo dell’indignazione e dell’allarme che ci ha investito con dichiarazioni politiche, editoriali, commenti, interviste, invettive a seguito delle contestazioni a Dell’Utri e Schifani, fino a quella con fumogeno (e obiettivamente di altra natura) a Bonanni, per le parole raccapriccianti, in perfetto stile con il dichiarante, di Giulio Andreotti su Giorgio Ambrosoli.

Il sette volte presidente del Consiglio nonché senatore a vita, osannato e corteggiato da destra, centro, sinistra, prescritto per associazione mafiosa fino al 1980 e graziato dall’assoluzione per l’omicidio di Mino Pecorelli dalla sentenza definitiva della Cassazione, ha detto che Giorgio Ambrosoli, la sua fine annunciata per mano di un killer di Sindona in quel lontano luglio del ’79 “se l’è andata a cercare”.

Un po’ come Falcone e Borsellino un decennio dopo e tutti quei “professionisti dell’antimafia” additati come carrieristi persino da un intellettuale della levatura di Leonardo Sciascia che si è lasciato fuorviare e strumentalizzare dal pseudo- garantismo di facciata a copertura dell’impunità e della collusione permanente tra politica e criminalità in un paese senza memoria e coscienza civile che sta ripercorrendo in questa crisi di fine regime i suoi giorni più bui.

Per una di quelle coincidenze molto più significative di qualsiasi evento pianificato, il rappresentante più imbarazzante della storia repubblicana oltre che della prima repubblica mette finalmente la firma sulla vicenda Ambrosoli (che è poi la vicenda Sindona- Calvi e la storia del tentativo sventato dal consapevole sacrificio di Giorgio Ambrosoli di far ricadere sulla collettività con l’avallo del mondo politico il salvataggio della banca dissanguata dalle imprese criminali di Sindona) mentre il governo Berlusconi sta implodendo sotto le macerie della corruzione, delle leggi ad personam, del “ciarpame” dentro e fuori il Parlamento e da ultimo sotto i colpi del “dissociato” Gianfranco Fini.

Al di là di qualsiasi intenzione e nonostante le false cesure tra prime, seconde o terze repubbliche, il filo rosso della peggiore continuità nella plateale ed ostentata irrisione della legalità e dei suoi più strenui ed eroici rappresentanti da parte di rappresentanti delle istituzioni di ieri e di oggi, si evidenzia con chiarezza e mostra il male più grave ed incancrenito della politica italiana. Giulio Andreotti dice tranquillamente che Giorgio Ambrosoli la sua morte solitaria al termine di una lotta “impari” come l’ha definita puntualmente Giorgio Bocca se l’è cercata, e lo dice dopo che un senatore della Repubblica condannato per associazione mafiosa in secondo grado, ha ripetuto a più riprese che Vittorio Mangano, un mafioso pluriomicida, è un eroe.

Ma l’indignazione di politicanti e maitre à penser non è per Marcello Dell’Utri e non sarà per Giulio Andreotti, tutt’al più ripreso per un certo “cinismo” ma per chi ha l’ardire di accogliere il “bibliofilo” scopritore del Mussolini segreto e molto verosimilmente farlocco, al grido di “via la mafia dallo Stato”. E lo stesso avverrebbe, probabilmente con uno slancio bipartisan ancora più vibrato se un episodio analogo si ripetesse, come è altamente auspicabile, nei confronti quello che si era manifestato già dai suoi esordi, secondo l’impareggiabile definizione di De Gasperi, come “un giovane talmente capace che lo credo capace di tutto”.

Quello che “se l’è andata cercando” non era nemmeno “il solito” servitore dello Stato o “vincitore di concorso”, come dice in senso ovviamente spregiativo nei confronti dei magistrati l’attuale presidente del Consiglio, lasciato progressivamente dallo Stato in balìa di poteri infinitamente più forti di lui e della sua possibilità di azione. Era un avvocato stimato ed affermato che accetta l’incarico delicatissimo che gli affida il governatore della Banca d’Italia Guido Carli nel ‘74, quello di liquidatore della banca Privata Italiana, una delle banche di Michele Sindona, un siciliano che ha fatto fortuna a Milano sotto l’ala protettiva di Giulio Andreotti, uno che verrà tra l’altro considerato dai più influenti uomini politici di allora “salvatore della lira”, uno che potrà inscenare un finto rapimento in Sicilia mentre risiede in uno degli alberghi più esclusivi di New York e di lì pianifica e conduce indisturbato le sue operazioni criminali. Giorgio Ambrosoli è solo quando viene ripetutamente minacciato, è solo in quell’estate a Milano quando è rimasto a lavorare per portare in salvo davanti al giudice il suo monumentale lavoro probatorio che inchioderà Sindona, è solo quando viene freddato con tre colpi mirati dal killer italo-americano sulla porta di casa, è solo, nell’ultimo percorso, quando avrà accanto solo familiari, amici e colleghi, senza un rappresentante delle istituzioni.

La sua battaglia solitaria è durata cinque anni, nella piena consapevolezza dell’esito finale, come conferma quel testamento morale tanto elevato e toccante nella sua semplicità indirizzato alla moglie, ed è stata per dirla con le parole di Giorgio Bocca “una lotta impari tra “quel ‘borghese’, o si potrebbe dire quel cittadino quasi solo e la grande rete di poteri sommersi che proteggevano Sindona, la mafia, la P2, la finanza vaticana dello Ior, la democrazia cristiana di Andreotti, gli ufficiali e i magistrati corrotti, i circoli americani più reazionari”. (la Repubblica del 26/8/2005).

In perfetta sintonia con lo spirito dei tempi, il Divo Giulio che qualcosa deve pur aver imparato dal suo successore più ricco ma meno dotato, si è subito affrettato a dichiarare che naturalmente “è stato frainteso” e che è tutta colpa di quell’espressione romanesca “se l’è andata cercando” e che lui non voleva dire assolutamente quello che ha semplicemente detto e di cui, conoscendo l’uomo e la vicenda, “c’è ben poco da stupirsi” come hanno commentato all’unisono il figlio Umberto e Corrado Stajano, autore del puntuale e documentato Un eroe borghese.

Già diversi anni fa, quando in occasione di un ennesimo anniversario dell’assassinio passato nell’abituale silenzio e nel generale disinteresse, Bocca aveva scritto l’articolo “Giorgio Ambrosoli l’uomo che sfidò Sindona e la mafia”, concludeva chiedendosi se l’eroe borghese aveva vinto o perso la sua scommessa sull’onestà. E rispondeva testualmente “Personalmente l’ha vinta, storicamente l’ha persa. Negli anni passati dalla sua morte l’integrazione nel male, la ‘facilità del male’ sono aumentate non diminuite”.

Le parole “ciniche” di un co- protagonista onnipotente dietro le quinte come Andreotti, a 31 anni di distanza da quell’assassinio e mentre continuano a morire in modo analogo dentro e fuori le istituzioni cittadini un po’ troppo “rigidi” che dicono qualche no di troppo, sono la più eloquente conferma di questa amarissima constatazione di cui la politica odierna sembra compiacersi o tutt’al più disinteressarsi.

 

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