Ingroia: “Monti sui pm di Palermo? Non lo condivido. Ed è la politica che sconfina”

“Ho apprezzato molto le parole che il presidente del consiglio Mario Monti ha pronunciato il 23 maggio, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, quando ha detto che l’unica ragion di Stato è la ricerca della verità. Non condivido invece le ultime rilasciate dal nostro presidente del Consiglio sull’operato della Procura di Palermo, ma ovviamente ognuno ha il diritto di sostenere le proprie opinioni”. Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia risponde a distanza la dichiarazione di Monti sulle intercettazioni delle conversazioni del presidente della Repubblica. Il premier aveva ritenuto un grave abuso l’ascolto delle conversazioni di Napolitano con l’ex ministro Mancino da parte dei pm palermitani. Costituisce, invece, “motivo di sollievo leggere le parole di un profondo conoscitore della costituzione come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della corte costituzionale, che ci ha assicurato che la procura di Palermo non ha commesso alcuna violazione ed ha solo applicato la legge”.
“Più in generale – sottolinea Ingroia – non posso non osservare che questi anni sono stati teatro di reciproche accuse e invasioni di campo. Io credo però che da parte nostra, della magistratura, non ci siano mai stati sconfinamenti; semmai ci sono stati da parte della politica. Detto questo: mi auguro che al più presto possibile si stabilisca un clima di maggiore collaborazione istituzionale”.
E poi quel sibillino “ci saranno novità” di Monti sulla questione della riforma della giustizia che coinvolgerebbe anche le intercettazioni, oggetto di “abusi”, ha detto il capo del governo. “Sullo specifico tema delle intercettazioni – ha chiarito Ingroia – ribadisco forte preoccupazione qualora si dovesse rimettere in moto il progetto di legge dell’ex ministro Alfano, in parte approvato dal parlamento, perchè comporterebbe una grave limitazione agli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata”.
“Non ho provato nessun senso di colpa per la morte di Loris D’Ambrosio, ma profondo dispiacere sul piano umano, questo sì” ammette Ingroia. “Dispiacere – spiega – per la perdita di un collega che conoscevo da tanti anni e che incrociavo nei corridoi del ministero della Giustizia allorquando era capo di cabinetto, facendo parte di commissioni tecniche, che ho apprezzato e con il quale ho collaborato in anni diversi”. Il magistrato ha poi sottolineato che “quando muore un collega che tu apprezzi, ovviamente sei dispiaciuto. So che non c’è e che non può in alcun modo esserci una relazione tra la sua morte e le nostre indagini. Nell’indagine D’Ambrosio era testimone e sempre come testimone era stato sentito. Nessun addebito gli era stato mosso dalla Procura di Palermo, quindi non vedo per quale motivo dovrei mettere in relazione le due cose”, conclude Ingroia.


















