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Silvio Berlusconi vuole indebolire lo Stato per “salvarsi"

I suoi rinnovati attacchi contro la stampa, i giudici, il presidente della Repubblica e la Costituzione fanno pensare che, per salvarsi, il presidente del Consiglio abbia deliberatamente assunto il rischio di indebolire questi ultimi ostacoli

Toccato, tre volte toccato! In sei mesi Silvio Berlusconi ha appena incassato tre rovesci. Il primo riguarda la sua immagina di uomo di Stato sorpreso durante un incontro con una ragazza che è appena diventata maggiorenne o nel ricevere prostitute nelle sue residenze private. Se ne riprenderà: degli italiani, maschilisti e immemori, sono soltanto il 20% coloro che giudicano “importanti” questi fatti. Gli altri li ignorano o se ne infischiano. Il secondo riguarda il suo portafoglio dopo una condanna da parte di un tribunale di Milano a versare 750 milioni di euro al suo antico nemico Carlo De Benedetti, defraudato nell’affare della vendita dell’Editrice Mondadori. Il patrimonio del presidente del Consiglio, stimato a 8 miliardi di euro, dovrebbe permettergli di assorbire questo choc finanziario.

Il terzo, infine, riguarda il suo avvenire giudiziario dopo il rigetto, da parte della Corte Costituzionale, della legge che garantiva l’immunità penale di Berlusconi per tutta la durata del suo mandato. Circondato da un esercito di agguerriti avvocati, il Cavaliere, che non è mai stato condannato in via definitiva nonostante una ventina di processi, si appresta ancora una volta a giocare col tempo perché i fatti imputatigli (corruzione, fondi neri, frode fiscale) cadano sotto la mannaia della prescrizione.

Ma il prezzo da pagare per la propria sopravvivenza è pesante. Molto pesante per le istituzioni, lo Stato, la Costituzione e più in generale per i protagonisti della mediazione democratica. Piegando tutto alla sua volontà di opporre il popolo, dal quale egli dice di avere ricevuto il suo mandato, alle elite che gli impedirebbero di esercitarlo, il presidente del Consiglio ricorre a un sistema di difesa che rischia di sprofondare l’Italia un po’ più a fondo nella crisi dei valori e in un’opposizione sempre più isterica fra pro e antiberlusconiani. Cosa che avrebbe come risultato quello di trasformare la persona del capo del governo in soggetto unico del dibattito e dell’attività politici.

Per salvare la sua reputazione, il presidente del Consiglio ha innanzitutto preso di mira la stampa, accusata di pubblicare “menzogne”. Per fare cessare (senza risultato) le rivelazioni sugli scandali che colpiscono la sua vita privata, intenta causa contro due quotidiani di sinistra (la Repubblica e L’Unità), dai quali pretende somme ingenti per “diffamazione”. Nello stesso tempo ha spinto i giornali e le televisioni che gli appartengono a un’offensiva totale contro i media nemici e ha concluso la sua presa di possesso su due delle tre reti della televisione pubblica, alla nomina dei cui dirigenti ha provveduto personalmente.

Per salvare il suo impero industriale Berlusconi ha attaccato violentemente la giustizia, nella quale vede un’istituzione che si sarebbe interamente dedicata a portargli danno. “Giudici rossi”, “giudici di parte”, “giudici pagati dai contribuenti per nuocere agli italiani”: le sue accuse che denigrano lo Stato riprendono la sua politica, che mira a farlo dimagrire mediante tagli nella funzione pubblica. Esse completano le dichiarazioni del ministro della Funzione pubblica che insulta i suoi funzionari trattandoli come “fannulloni” e trasformando il governo in una vera e propria macchina da guerra contro lo Stato.

Per contestare la sentenza della Corte costituzionale il Cavaliere non ha esitato ad attaccare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Questo antico membro del Partito comunista è una delle personalità politiche più rispettate in Italia, il garante della Costituzione. “Si sa da che parte sta”, ha lanciato Berlusconi al culmine del furore, rinfacciandogli, senza dirlo esplicitamente, di non aver fatto ciò che lui, forse, non avrebbe esitato a fare: esercitare sufficiente pressione sui giudici della Consulta, nominati per un terzo dalla presidenza della Repubblica, per ottenere una sentenza favorevole agli interessi del presidente del Consiglio.

Logico equivalente di questo lavoro sistematico di scalzamento delle istituzioni: il partito anti immigrati e autonomista Lega Nord ha acquistato un peso sempre più grande nella coalizione al potere. Poiché gli attacchi contro lo Stato e le istituzioni urtano la cultura dei parlamentari provenienti dal partito postfascista Alleanza Nazionale, la solidità del governo dipende oggi dal partito più “anti-italiano”. Si può ben scommettere che questa influenza aumenterà ancora a mano a mano che Berlusconi avrà bisogno di sostegno. Per il momento la Lega non ha ancora presentato il conto. Le elezioni regionali di marzo prossimo le permetteranno di farlo: dal numero dei capilista ch’essa avrà ottenuto al Nord si potrà dedurre l’ammontare del prezzo pagato da Berlusconi per assicurarsi la fedeltà di questo partito, per il quale lo Stato non è altro che una finzione, un puzzle da disfare al più presto.

Che lo Stato italiano – pesante, inefficiente, spendaccione e in deficit – abbia necessità più che nessun altro in Europa di essere riformato non vi dubbio alcuno. Altrettanto che le sue istituzioni abbiano bisogno che si tolga loro di dosso la polvere. Berlusconi – che ha esercitato il potere durante la metà degli ultimi quindici anni – non vi è riuscito, non più di quanto ha fatto la sinistra. Rieletto nel 2008, durante qualche mese ha dato l’impressione di voler essere finalmente un “uomo di Stato”. La crisi economica e il terremoto in Abruzzo hanno rafforzato questa illusione. Ma i suoi rinnovati attacchi contro la stampa, i giudici, il presidente della Repubblica e la Costituzione fanno pensare che, per salvarsi, il presidente del Consiglio abbia deliberatamente assunto il rischio di indebolire questi ultimi ostacoli che si frappongono alla tranquillità di un cittadino gaudente e di un imprenditore disonesto chiamato Silvio Berlusconi.

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