THE WORLD UNIVERSITY RANKINGS 2010, POVERA ITALIA !

Non conosciamo la metodologia della ricerca ed i criteri valutativi di ciascun ateneo, tuttavia il rigore scientifico di questo studio è sufficientemente garantito dalla professionalità dell’autore, una delle più prestigiosa agenzie d’informazione del mondo.
Dall’esame del documento della Thomson Reuters apprendiamo che le università degli Stati Uniti primeggiano, rispetto a quelle dei restanti paesi del mondo, con un ampio vantaggio (71 classificate tra le prime 200). Agli USA seguono: l’Inghilterra con 29 presenze, la Germania con 14, l’Olanda con 10, il Canada con 9, la Cina, il Giappone e la Svezia con 6, Hong Kong, la Corea, Taiwan e la Francia con 4, la Danimarca con 3, la Turchia , la Spagna il Belgio e l’Irlanda con 2. Concludono la graduatoria la Finlandia, l’Egitto il Sud-Africa e la Nuova Zelanda, con una presenza ciascuno. Spicca l’assenza dell’Italia di cui, purtroppo, nessuna università, compare nell’elenco delle prime duecento del mondo, nemmeno all’ultimo posto.
Nel dodicesimo secolo le prime università della storia, fari di una nuova cultura destinata a conquistare l’intera Europa, nacquero proprio in Italia, ma oggi, dopo otto secoli, il livello delle nostre università è così basso che nessuna di esse è presente tra le prime duecento. Gli atenei italiani sono stati superati, vergognosamente, da quelli di numerosi paesi, paesi che non vantano venticinque secoli di storia culturale, paesi inferiori a noi come numero di abitanti ed estensione geografica.
Negli anni cinquanta cominciava l’emigrazione intellettuale dall’Italia: gli elementi più promettenti dei nostri giovani laureati venivano attratti dalle Università del Nord America o del Nord-Europa, dove trovavano l’humus culturale che consentiva loro la prosecuzione degli studi e lo svolgimento di una feconda attività di ricerca scientifica, così migliaia di cervelli abbandonavano il nostro paese, per non farvi più ritorno.
Gli uomini politici italiani, di ieri e di oggi, in tutt’altre faccende affaccendati, in oltre mezzo secolo non hanno mai fatto nulla per prevenire o tamponare questa emorragia, non si sono mai accorti che essa rappresenta una grave perdita non soltanto per la cultura ma anche e per l’economia del nostro paese.
Oggi in Italia non solo non si fa più nemmeno quel poco di ricerca scientifica che, malgrado tutto si riusciva a svolgere fino a poco tempo fa, oggi il degrado delle università non è più circoscritto al lavoro di ricerca ma ne ha, altresì, intaccato l’attività didattico-formativa.
In questi ultimi anni la fuga all’estero si è ulteriormente espansa, essa non riguarda più soltanto i giovani laureati, in cerca di una sistemazione dignitosa e coerente con il proprio titolo di studio, ma si sta estendendo anche verso gli studenti e persino le matricole, man mano che percepiscono l’attuale débacle della scuola italiana, appesantita da riforme distruttive e castrata da tagli finanziari scellerati.
Da qualche anno i politici e i mass media ci parlano di una crisi finanziaria storica, senza precedenti, una crisi che, globalmente, sta colpendo quasi tutti i paesi ad economia avanzata. A differenza di altri paesi l’Italia non mostra ancora concreti segni concreti di ripresa, non tanto perché le industrie italiane sfornino sempre meno manufatti, quanto perché i nostri atenei, così squalificati, demotivati e sotto-finanziati producono sempre meno “cultura”!.
Davanti a questa grave crisi senza fine, Signor Ministro della Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ci consenta di esclamare: “Mio Dio, come siamo caduti in basso !!!”.


















