TREMONTI E MARCEGAGLIA CI DICONO CHE...

Le dichiarazioni del ministro Tremonti, al meeting di Comunione e Liberazione, a Rimini, sulla necessità di limitare sempre di più i diritti nel mondo del lavoro, non possono essere inquadrate nel solito chiacchiericcio estivo della politica. In modo netto il responsabile dell'Economia ha detto che non possiamo più permetterci, economicamente parlando, di tenere in vita la legge 626, relativa alla sicurezza sul lavoro. Unico scudo e nemmeno tanto adeguato, per arginare la moria quotidiana di lavoratori.
Mentre scrivo, scorre la notizia di un operaio morto in una cisterna a San Ferdinando di Puglia, con in più due feriti gravi. Di un altro fulminato in un cantiere a Tramonti, nel salernitano. Impressionante che il ministro dica queste cose davanti ad una platea, che applaude, forse non consapevole di ciò, che va affermando Tremonti. E trattasi di un uditorio, che viene inquadrato come cattolicissimo. Si applaude dunque a quel che sarà "un crescendo di omicidi bianchi". Tanto dopo "il necessario" rito sacrificale, si può passare, come se nulla fosse, all'esercizio purificatore. Assolutamente nullo.
Arriva poi, puntuale la smentita del ministro, tramite il suo portavoce Bravi, anche se le parole sono state chiaramente pronunciate ed ascoltate dagli Italiani, senza possibilità di equivoci: "il ministro Tremonti ha a cuore la sicurezza sul lavoro". E di grazia, come perseguirla, nel momento che si pensa di abolire l'unico strumento di tutela?
La Marcegaglia, dallo stesso meeting, in conferenza stampa, dichiara che la FIAT ha ragione relativamente ai tre operai di Melfi, reintegrati dal giudice al loro posto di lavoro, ma che l'azienda torinese si ostina a mantenere fuori della fabbrica. Secondo la presidente di Confindustria, la FIAT ha agito nel solco della legge. Quale legge? Quella non scritta dai padroni? Quella legge "materiale" e di parte, senza valore e senso giuridico, che si vorrebbe applicare allo stesso modo di come si vorrebbe svuotare la nostra Costituzione? C'è da riflettere su questo capitalismo nostrano, che insieme all'amico governo di destra detta al Paese tempi e modi con autoritarismo, spacciato per autorità morale, che non può essere conferita ai "padroni del vapore", proprio per effetto della storia non edificante del capitalismo italiano.
Mentre negli anni '60, in Svezia, la Volvo cercava soluzioni migliorative per i suoi operai intenti alla catena di montaggio e per evitare loro devastanti guasti fisici, altro faceva la FIAT di Torino, unitamente a molte altre aziende italiane. Esistevano infatti reparti punitivi, dove "deportare" gli operai non del tutto allineati alle direttive aziendali. Soprattutto se essi risultavano sindacalizzati ed iscritti al PCI. Con una galassia di sigle sindacali, tese ad imbonire le masse secondo il dettato padronale, i cosiddetti sindacati gialli, somiglianti in maniera impressionante alla CISL e UIL di oggi.
Questo piccolo riferimento storico, per sottolineare la piccineria e soverchieria dei nostri imprenditori, rispetto agli altri in Europa, i quali nonostante la crisi, continuano ad investire in ricerca ed innovazione, mantenendo intatti i diritti.
Non c'è all'orizzonte un grande futuro per il nostro Paese, se prevale la ricerca ossessiva del solo profitto, a discapito dei diritti. E sacrificando quel poco di vivibilità, che rimane ai lavoratori italiani. Con il pericolo non peregrino di riportare le problematiche del mondo del lavoro ad una situazione pre - rivoluzione di ottobre e quindi, a scontri sociali accesissimi. Pericoloso togliere diritti a chi li ha conquistati, conosciuti a fondo ed assimilati. Per cui sembra giunto il momento di non accettare più passivamente quelli che sembrano diventati luoghi comuni, da ripetere con ossessione, tipo globalizzazione, competitività, libero mercato e ecc., ai quali immolare tutto. Essi non si percepiscono nel loro significato intrinseco e spesso diventano alibi per i profittatori, nel contempo negazionisti di diritti. Il voler capire non è ignorare il cambiamento dei tempi e delle società costrette ad adeguarsi ad un ritmo frenetico e non trattasi di un arroccamento retrogrado su posizioni acquisite. Ma è un voler capire l'estensione della posta in gioco ed attrezzarsi contro una situazione, che non produce sviluppo e ricchezza collettiva e nella sostanza si rivela essere una deriva antidemocratica.
Subire, rimanere inermi ed indifferenti fanno sì che si rimanga vittima di un tranello lessicale: nuovismo e veterismo. Un qualcosa di già visto in Italia e non positivo: il nuovismo fascista, il craxismo ed il berlusconismo. In tal logica il nuovo è sempre stato rappresentato da conservatori di segno assoluto, scaltri e senza scrupoli e magari vetero è la FIOM, che è rimasta sola a difendere i lavoratori.
La situazione italiana, in questo momento, non è come viene rappresentata e cioè di stallo, politico, sociale ed economico. In attesa di chissà quale ricetta salvifica. Piuttosto il nostro Paese sembra in discesa libera verso il baratro. Il momento è grave e tante volte, negli ultimi tempi, abbiamo pronunciato queste parole. Ma la misura della drammaticità del momento è data proprio dall'attacco indiscriminato ai diritti.
Di fronte a questa prospettiva barbara, bisogna smetterla, in campo progressista, con i distinguo, i se ed i ma ed unirsi in un grande progetto alternativo ed attuabile. Ciò può verificarsi, se si sceglie sul serio il bene comune ed il battersi per il futuro dell'Italia.














