Una rappresentazione teatrale dell’impotenza

La messa
in scena è come sempre impressionante: ecco che la cancelliera tedesca si
indigna per la «vergogna» che proprio quelle banche, “che ci hanno portato alla
rovina”, della catastrofe debitoria della Grecia fanno un affare e promette un
“nuovo ordinamento per i mercati finanziari internazionali”. Ecco che il capo
dello Stato francese Nicolas Sarkozy strilla di una “degenerazione del
capitalismo” ed esige, come un tempo soltanto facevano gli attivisti di Attac
[ndt.: Associazione per la Tassazione delle Transizioni finanziarie e per
l'Aiuto ai Cittadini],
l’ “imposizione fiscale sulla speculazione” contro la “pazzia furiosa dei
mercati finanziari”. Ecco qui il primo ministro del Lussemburgo Claude Junker,
in nome di tutti i governi dell’Eurozona, minacciare che agli speculatori si
mostreranno gli “strumenti di tortura” e lo stesso presidente americano Barack
Obama tuonare contro i “bonzi di Wall Street” e come un ragazzo di strada ostentare
di essere “pronto alla lotta, se quella gente la vuole”. Così sembra del tutto
chiara la promessa dei governanti, in Europa e negli Stati Uniti: l’addomesticamento
dell’industria finanziaria a favore del resto dell’economia gode della massima
priorità e i responsabili fanno tutto quello che serve “perché una simile crisi
non si ripeta”, come ha assicurato Angela Merkel.
Eppure questo teatro è profondamente falso. In realtà Merkel, Obama e i loro
combattivi colleghi non sono andati avanti su questa strada di un solo passo.
Lo sfoggio moralistico delle loro promesse è in rapporto inversamente
proporzionale con le misure realmente prese e sposta l’attenzione su un
fallimento della politica che minaccia, presto o tardi, di fare a pezzi
l’intera rete dell’economia globale.
Sono trascorsi quasi tre anni da quando, con l’esplosione della bolla
immobiliare americana, le prime banche, come la IKB tedesca o il
gigante finanziario svizzero UBS, subirono perdite per miliardi. E al
più tardi a partire dalla
caduta di Lehman Brothers nel settembre 2008 e dalle azioni di
salvataggio del
restante mondo bancario, costate miliardi, è ben chiaro che la
deregolamentazione dei mercati dei capitali ha prodotto un “mostro”
distruttivo, come ha deplorato il presidente della Repubblica Federale
Tedesca
Horst Köhler. A causa di ciò in tutto il mondo per lo meno 100 milioni
di persone
hanno perso il loro lavoro. Il danno economico è più grande del valore
complessivo di tutti i beni e i servizi prodotti negli Stati Uniti in
un anno e
per la sua parte l’indebitamento pubblico è ora una minaccia.
Ciononostante fino a oggi nessuno dei responsabili è stato chiamato alla resa
dei conti. Al contrario: i massimi artefici della crisi sono adesso perfino i
vincitori e si attribuiscono di nuovo stipendi milionari a due cifre. E diventa
sempre più evidente che lo sviluppo perverso del mondo finanziario globale ha
messo nelle mani di una piccola cricca, ai piani di comando di circa 15
conglomerati monetari globali, un potere che si sottrae a qualsiasi controllo
democratico.
Il tutto ha avuto inizio dal fatto che i monarchi delle banche hanno dettato
essi stessi le condizioni in base alle quali, con i denari delle imposte, sono
stati salvati i loro conglomerati finanziari. In Germania la situazione si è
spinta al punto che il rappresentante dell’economia monetaria, il capo della
Deutsche Bank Josef Ackermann, ha potuto concordare personalmente i punti
chiave [del salvataggio] con l’inconsapevole Cancelliera e col suo sovraccarico
ministro delle Finanze. Successivamente lo studio legale Freshfields, attivo su
piano mondiale nel settore finanziario, ha redatto il relativo progetto di
legge che poi, a mo’ di golpe, è stato portato avanti in Parlamento a colpi di
frusta. Le cose sono andate del tutto analogamente a Londra, Parigi o
Washington. In tale modo si è impedito fin dall’inizio che i creditori, con
buone disponibilità monetarie, degli istituti finanziari pericolanti, quindi
proprio coloro che avevano investito denaro nelle speculazioni farlocche,
dovessero pagare anche per il risanamento – cosa che è ovvia per qualsiasi
altro fallimento. Lo scardinamento di questo principio basilare dell’economia
di mercato ha reso molti gruppi finanziari, come Unicredit o JP Morgan e
soprattutto Deutsche Bank e il primo della classe di Wall Street Goldman Sachs,
i più grandi beneficiari della crisi da loro stessi provocata.
Così la sola Deutsche Bank ha ricevuto per il salvataggio dell’assicurazione
USA AIG, ai cui cercatori di bonus i banchieri tedeschi avevano rifilato
i loro rischi derivanti dalle speculazioni ipotecarie americane, più di dieci
miliardi di dollari. Per le altre operazioni di salvataggio la banca ha
incassato una somma di denaro per lo meno equivalente e di altrettanto hanno
approfittato i colleghi di Goldman Sachs. Intanto erano proprio questi giganti
del denaro alla testa della commercializzazione di quei “pacchetti di crediti”
tossici che ancor oggi devastano i bilanci dei loro clienti. Ma c’è di peggio:
mentre quelli della Goldmann e della Deutsche sistemavano i crediti fasulli
presso i colleghi meno furbi delle casse di risparmio o dei fondi pensione, gli
strateghi commerciali sempre delle stesse finanziarie fin dall’autunno 2006
preparavano la rovina proprio di questi investimenti. Quando si verificò la
caduta del valore dei titoli da loro stessi commercializzati, guadagnarono
ancora una volta – una pratica inaudita, che nel resto dell’economia sarebbe
semplicemente impensabile. I fabbricanti di beni di consumo garantiscono per
danni causati da prodotti difettosi perfino se non sussiste alcuna colpa. Ma
qui senza alcun scrupolo sono stati venduti prodotti dei quali i venditori
dovevano sapere quali gigantesche perdite avrebbero causato ai loro clienti.
Già solamente questo episodio documenta che la comunità dei banchieri
d’investimento e dei loro collaboratori delle agenzie di rating e degli hedgefunds
si è sviluppata come una società parallela, per la quale non valgono le norme e
i valori della società normale. Nello stesso tempo fino a oggi riesce loro di
manipolare a piacere il processo politico attorno ai loro affari. Simon
Johnson, ex economista capo del Fondo Monetario Internazionale, descrisse il
saccheggio delle casse dello Stato per il sostegno del sistema bancario come un
”Silent coup”, un colpo di Stato silenzioso, da parte di una piccola
cricca di manager finanziari contro le regole di base dell’economia di mercato
e della democrazia.
La base di questo potere è la pura e semplice dimensione. Nessun governo può
mai lasciare fallire conglomerati finanziari che amministrano investimenti fino
a duemila miliardi di dollari, perché ciò distruggerebbe il sistema dei
pagamenti e causerebbe incalcolabili danni. Questa implicita garanzia di Stato
procura loro non soltanto illimitato credito a basso prezzo e quindi una grave
distorsione della concorrenza. Contemporaneamente in caso di crisi rende i
governi ricattabili e già la minaccia di una possibile riduzione dei crediti è
sufficiente a rendere docile ogni governo. L’unica via d’uscita dal problema
del ”too-big to-fail” [troppo grande per fallire], così arguisce
Johnson, sarebbe la radicale riduzione dei conglomerati finanziari a importi di
bilancio di 100 miliardi di dollari come massimo, equivalenti a circa un decimo
dell’attuale dimensione della Deutsche Bank. Al di là di questo limite non vi
sarebbe più alcun vantaggio economico gestionale basato sulla dimensione, ma
esclusivamente un potere economico che conduce all’abuso. In modo del tutto
simile argomentano anche Mervyn King, capo della Banca d’emissione britannica,
l’ex capo della Federal Riserve Paul Volcker e l’attuale direttore della FED
Richard Fisher, tutti quanti professionisti specializzati insospettabili di
inclinazioni per l’estrema sinistra. E non da ultima anche la cancelliera
tedesca ha dichiarato che nessuna banca dovrebbe “più essere tanto grande da
poter ricattare gli Stati”. Questo sarebbe il “punto più importante”.
Eppure Merkel e i suoi colleghi non hanno neppure dato inizio alla
necessaria guerra
di potere. Invece di ciò nei loro vertici finanziari, pomposamente
messi in
scena, si sono dedicati alla comoda strategia di rendere il sistema
sicuro
dalle crisi mediante migliori regolamentazioni e funzionari addetti
alla
vigilanza. Inoltre si sono fatti formulare dai loro funzionari norme
melodiose,
come suppergiù la pretesa che non ci debbano più essere prodotti
finanziari,
mercati e società finanziarie prive di regolamentazione. In più tutti i
protagonisti dovrebbero in futuro costituire quote maggiori di capitale
proprio
come cuscinetto anticrisi e giocare meno d’azzardo sul credito. Tutti
inoltre
hanno poi delegato alle commissioni internazionali di tecnocrati, come
la Commissione di Basilea per la Supervisione bancaria o la Commissione
Europea. In quelle sedi le medesime persone, che prima chiaramente
hanno fallito,
adesso dovrebbero negoziare, libere da qualsiasi controllo
parlamentare, un
consenso fra 27 Stati riguardo alle nuove regole della sorveglianza.
Poiché gli
Stati e le loro banche sono colpiti ogni volta in misura diversa,
questo
procedimento è un invito alla lobby della finanza per mettere i
funzionari
nazionali gli uni contro gli altri tanto a lungo che il compromesso
risultante
rimarrebbe completamente inefficace.
Un saggio di questa stupidaggine politica lo forniscono le linee guida
dell’Unione Europea per la regolamentazione degli hedgefund e delle
agenzie di rarting. Entrambi nulla cambieranno al business model
di queste forme imprenditoriali, coinvolte in criminose faccende di insider
trading e di truffa organizzata con titoli fasulli. Le note valutative, più
volte dimostrate false, delle agenzie di rating sono fino a oggi parte
costitutiva, fissata per legge, della regolamentazione bancaria. E proprio nel
commercio dei cosiddetti credit default swap (CDS), in quelle strategie
d’affari distruttive, che il fallimento Lehman per primo ha reso un evento in
grado di distruggere il sistema, non è accaduto assolutamente nulla.
Per questo gli “speculatori” possono sempre assicurarsi contro le perdite di
prestiti che essi stessi non possiedono minimamente, proprio come se fosse
permesso l’acquisto di assicurazioni contro gli incendi su immobili di gente
estranea. Questo è inutile sotto l’aspetto politico-economico, ma farebbe diventare
gli incendi dolosi un affare esplosivo. Esattamente questo organizzano gli hedgefund,
sempre ancora non regolamentati, in combutta con le banche d’investimenti e con
le agenzie di rating, nei confronti della Grecia. Per prima cosa si
sono coperti con tali pseudo-assicurazioni (nel gergo del settore: “CDS nudi”)
sui prestiti greci presso Goldman & Co., che per questo ottennero grassi premi
assicurativi. Poi, all’improvviso, le agenzie di rating
retrocessero la
solvibilità dei greci, nonostante sapessero da molto tempo prima che le
finanze
statali di Atene erano gestite male e le statistiche taroccate –
dopotutto ne
erano ufficialmente a conoscenza. In seguito a ciò i prezzi dei CDS per
i
titoli greci si raddoppiarono, perché adesso gli effettivi titolari dei
prestiti volevano assicurarsi contro la perdita di valore. E una stampa
economica compiacente diede una mano a fomentare ancor più la paura,
come ai
vecchi tempi schematizzando “i mercati” col massimo di violenza, alla
quale la
politica deve adeguarsi. I fondi intascarono proprio allora un guadagno
del 100
percento. Ora però gli alti premi assicurativi segnalavano più alti
rischi, il
che rendeva più onerosi gli interessi pagati per i debiti di Atene, e
adesso
gli analisti di Moody’s hanno giusto in mano di che precipitare
definitivamente la Grecia nella bancarotta. Se essi abbassano un’altra
volta il pollice, la Banca Centrale Europea, secondo le sue sorpassate
regole, non può accettare i prestiti greci
in garanzia e la conseguente, forzata vendita in massa di questi titoli
spingerebbe i tassi dei premi tanto in alto che l’accresciuto servizio
del
debito [ndt.: termine tecnico per costo degli interessi passivi]
manderebbe in
fumo tutti gli impegni di risparmio di Atene.
Tutto questo è così bizzarro che gli oppositori della riforma in seno
all’Amministrazione si vedono adesso costretti a rappresentare una volta ancora
la vecchia messa in scena. Quindi ecco il ministro delle Finanze Wolfgang
Schäuble che dice una parolina sul divieto, richiesto già dall’autunno 2008,
dei “CDS nudi” e i direttori della Banca Centrale Europea che prendono in esame
la messa al bando delle agenzie di rating dal regolamento ufficiale.
Nello stesso tempo tutti gli interessati rimandano una volta di più al
coordinamento internazionale e ci si deve attendere che anche l’ escalation,
intenzionalmente messa in opera, della crisi dell’euro nulla verrà a
cambiare
nelle pratiche commerciali distruttive. Nello stesso tempo la Banca
delle Banche di emissione a Basilea, i cui economisti avevano predetto
con precisione
anche la crisi precedente, mette ora in guardia sul fatto che “le
imprese
finanziarie ritornano ai comportamenti aggressivi dei tempi precedenti
la
crisi” e operano una “assunzione di rischi eccessiva”.
Questo fallimento della politica dimostra che in gioco vi è molto più della
congiuntura e delle finanze statali. Quanto più a lungo gli oligarchi della
finanza mettono in ridicolo i governi, tanto più la democrazia degrada in uno
spettacolo di impotenza, che trascina i cittadini nelle braccia di pericolosi
populisti. Colpa di questo è anche l’inerzia dei molti che certo si arrabbiano,
ma in ogni caso limitano la loro partecipazione democratica alla prossima
votazione. “L’insegnamento più importante della crisi dovrebbe essere che non
possiamo più concedere alcun influsso politico alle banche, dobbiamo rompere il
potere di Wall Street”, richiede Johnson. Con ciò i soli governi sono
evidentemente sotto eccessiva pressione. È arrivato il momento di coinvolgersi.
Chi manca a questo ottiene presumibilmente già ben presto la crisi che si
merita.


















