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Università: due interventi di Pardi al senato

Di seguito due interventi sull'università pronunciati dal senatore pardi il 29 e il 27 luglio 2010

Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 416 del 29/07/2010

PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Brusìo).
Colleghi, consentite al senatore Pardi di svolgere l'intervento.
PARDI (IdV). Signora Presidente, non che voglia essere circondato da un silenzio rispettoso, però vorrei un minimo di ambiente favorevole.
PRESIDENTE. Senatore Pardi, aspetti un momento, così da permettere a chi intende lasciare l'Aula di farlo.
PARDI (IdV). Signora Presidente, colleghi, membri del Governo, signora Ministro, a questo provvedimento è stato dato da qualche parte il nome di riforma, anche se a noi esso non appare tale: ci appare piuttosto come il risultato di una procedura di implosione, certamente misurata ed aggiustata, ma pur sempre di una procedura di implosione.
Innanzitutto c'è un fatto essenziale e stringente: mancano le risorse. Molti colleghi hanno già insistito su questo argomento. Io voglio dire però qualcosa di più malizioso: le risorse mancano, ma non in assoluto. In realtà, una parte delle risorse che profittevolmente potrebbero essere destinate all'università pubblica vengono riservate da tempo dal ministro Tremonti all'Istituto italiano di tecnologia, che è una sorta di fantasma accademico, che si ingolfa di qualche finanziamento di cui non sappiamo l'ammontare. Quello che sappiamo, però, è che quei fondi molto più giustamente dovrebbero andare all'università pubblica, mentre così non è, perché vanno ad inguattarsi all'interno di una struttura che non dipende nemmeno dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, perché è l'università privata del Ministro dell'economia.
Ci sono poi dei fondi della Presidenza del Consiglio (è utile ricordarlo), di entità smisurata e incontrollabile, che crescono di anno in anno e che, in parte, stanno dentro la Protezione civile: tutti sappiamo quanto negli ultimi anni questi fondi abbiano attirato una selva di roditori privati interessati al loro uso, legittimo e illegittimo. Sotto questo profilo, mi permetto di osservare che le speranze del senatore Rutelli sull'impegno di spesa del Governo forse sono mal riposte.
Questo provvedimento, dicevo prima, non è una riforma, ma il risultato di una procedura di implosione perché in realtà realizza una brutale troncatura del corpo docente, una contrazione estrema dei processi di reclutamento, e blocca il ricambio generazionale.
Alla base di questa procedura di implosione c'è una filosofia assai più aziendalistica che non poggiata sul senso dell'utilità pubblica. (Il sottosegretario Viceconte conversa con la ministro Gelmini). Mi scusi, signora Presidente, vorrei pregare il sottosegretario Viceconte di permettere alla Ministro di ascoltarmi, dal momento che forse è più interessata a sentire me che lui, dato che lo frequenta costantemente.
Tale filosofia aziendalistica si manifesta anche, ma non solo, all'interno del processo di rovesciamento gerarchico tra senato accademico e consiglio di amministrazione. Tutti noi qui sappiamo - ed in particolare quelli di noi che hanno insegnato - che i senati accademici non sono l'ottava meraviglia del mondo, ma stabilire che l'università debba essere comandata da un'entità che essenzialmente tiene il conto dei soldi, piuttosto che da un'entità che - perlomeno come progetto - deve avere a mente l'intensità della ricerca e l'efficacia della didattica, è ai nostri occhi una distorsione irreparabile.
A cosa punta poi questa aziendalizzazione? Nella filosofia del Governo io trovo che vi sia anche una visione dell'azienda profondamente discutibile. A questo Governo, e ne ha dato più volte dimostrazione, non interessa la produzione. È abbastanza indifferente a ciò che le forze produttive della società riescono a fare, ma è assolutamente interessato alla vendita. A me sembra che la filosofia centrale del Governo sia l'impeto pubblicitario e la vendita, e ciò spiega anche una certa indifferenza all'entità interna della ricerca.
La ricerca, come la didattica, è qualcosa di abbastanza misterioso, il frutto di un'alchimia di mezzi e vocazioni, che non è detto che funzioni sempre nella stessa maniera. Avere interesse alla ricerca significa avere anche interesse alle persone dei ricercatori, e io trovo che dentro questo provvedimento manca proprio, e nel modo più smaccato, l'interesse per le persone dei ricercatori. La ricerca non vive in una dimensione astratta, ma attraversa i cervelli e le lingue delle persone attive e, se ci si disinteressa di questo processo di capacità costruttiva interiore e comunicazione interno alla comunità scientifica, per forza di cose si va verso una sorta di dimensione asfittica dell'università.
Il destino dei ricercatori è avvilente. I cosiddetti vecchi - l'ha ricordato il collega Livi Bacci - hanno un'età media di 46 anni; i nuovi un po' meno. Essi saranno probabilmente, anzi quasi sicuramente, messi in competizione: due generazioni che si guarderanno in cagnesco, invece di riuscire a concordare piani significativi di azione intellettuale.
Poi ci sono i dottori di ricerca, bravissimi ma ridotti senza speranza. Ne ho già parlato stamani, come del resto hanno fatto, anche meglio di me, altri colleghi. La dimensione è quella di un precariato infinito che si affaccia sull'orizzonte - ne ho parlato a suo tempo, ma sono costretto a ripeterlo - del lavoro gratuito, che sta diventando un orizzonte pratico all'interno della vita intellettuale del Paese.
In considerazione di tutto ciò, non posso non ricordare che a molti colleghi è già venuto in mente che potrebbe esservi l'intenzione di rottamare una generazione per sostituirla - io temo - con una leva di ubbidienti giovani, tirati su nel culto del rispetto e del conformismo.
Inoltre, voglio sottolineare che la ricerca, come del resto anche la didattica, deve essere anticonformista, irrispettosa. Entrambe non devono ubbidire a nulla e devono avere degli orizzonti che gli altri non sanno vedere: ogni individuo deve esercitare la propria capacità proprio nella direzione di una creatività personale. Se invece tiriamo su, come temo, una leva di ubbidienti, questi produrranno ubbidienza, ma non ricerca e capacità creativa.
Ci sono studi internazionali molto accurati che dimostrano che l'efficacia della nuova dimensione universitaria poggia su una giusta alchimia tra risorse e autonomia degli istituti nella capacità di scelta e nella valutazione. Qui invece non vi sono né le risorse, né l'autonomia. Le risorse sono assenti e l'autonomia è solo di facciata; viene recitata, è una messinscena: tant'è vero che le stesse procedure di valutazione, su cui molti nostri validi colleghi si sono esercitati direttamente nell'attività promozionale, restano una sorta di vacuo mistero. La valutazione è affidata a un'entità che corrisponde ad una scatola chiusa, viene inquadrata in una sorta di dimensione ignota.
Infine, c'è un ultimo elemento. Questo Governo si fa forte di una filosofia rispettosa dei localismi, dei regionalismi, del federalismo e produce ancora una volta, come ha già fatto molte altre volte in questa legislatura, un provvedimento che in realtà, a grattarlo appena in superficie, se ne mette in rilievo la natura intimamente centralistica.
C'è la retorica dell'interlocuzione, su cui devo dire una parola. Ogni tanto capita che nelle Aule parlamentari ci si spertichi in complimenti a vicenda: quanto ci siamo ascoltati, quanto abbiamo parlato, quanto abbiamo interloquito. A costo di apparire poco cavalleresco, sono costretto a ricordare, anche se non vorrei, che la signora Ministro ha interloquito con la discussione generale di quest'Aula intervenendo con un discorso scritto, chissà, una settimana prima, tre giorni prima, e non ha potuto materialmente interloquire con quello che era stato detto in quest'Aula, a meno che non avesse una rara capacità di divinazione.
Per questi motivi essenzialmente, e per tante altre cose che qui non posso dire, perché il tempo mi viene meno (ma credo di aver toccato gli elementi fondamentali), il Gruppo dell'Italia dei Valori è nettamente contrario a questo progetto non di riforma, ma di implosione delle strutture universitarie. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Stradiotto e Zanda).




Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 412 del 27/07/2010

PARDI (IdV). Signora Presidente, signor Ministro, membri del Governo, onorevoli colleghi, intervengo dopo che vari validi colleghi del Partito Democratico sono già intervenuti sull'argomento, e farò il tentativo di non ripetere le numerose osservazioni che ho condiviso.
Per dare la dimostrazione del fatto che non parlerò a vantaggio di una visione del centrosinistra precostituita, sottolineo che il centrosinistra storico non ha motivi per vantarsi della propria azione sulla realtà universitaria: innanzi tutto perché anche il centrosinistra ha fatto mancare risorse significative nel passato (i tentativi del Governo Prodi sono stati lodevoli, ma in realtà insufficienti), e poi perché non ha fronteggiato molti motivi di difficoltà che ha avuto di fronte. Così, la moltiplicazione delle sedi di corsi di laurea ha disperso le risorse universitarie; l'ampliamento crescente delle fasce docenti superiori, e quindi il restringimento relativo della fascia dei ricercatori, hanno trasformato la forma della piramide universitaria quasi ad una forma di parallelepipedo, con la base uguale all'altezza (a tanti ricercatori corrispondono tanti associati e tanti professori ordinari).
Hanno contribuito a rendere farraginoso il meccanismo anche l'attribuzione, peraltro inevitabile, di compiti didattici ai ricercatori, per coprire insegnamenti che non avevano copertura, e la trasformazione fisiologica del ruolo dei ricercatori anche con i dottorati di ricerca, che ad un certo punto, per il fabbisogno dell'insegnamento, vanno ad intasarsi nell'imbuto della necessità della didattica. Sappiamo che oggi, in molti atenei, quasi la metà dei corsi è attivata con contratti a titolo gratuito: questo voglio sottolinearlo, perché quasi nessuno lo ha detto. Nella mia università, a Firenze, più della metà dei corsi è attivata con contratti a titolo gratuito. Detto tra noi, questa è una contraddizione in termini: che cosa potrà mai contrattare un ricercatore, una volta che ha sottoscritto un contratto a titolo gratuito? Non gli resta che sperare nella bontà dell'istituzione.
Bisogna anche considerare, tra i motivi di difficoltà pregressi, un aspetto non indifferente, cioè la banalizzazione dei corsi di laurea «3+2». Forse questa innovazione era partita secondo un'intenzione valida, che però poi si è disseccata dentro un'applicazione discutibile, che mi limito ad accennare. Se i tre anni dei corsi «3+2» costituiscono una preparazione semplificata, generica, in ciò stesso sta la difficoltà del passaggio ai due anni successivi di corso specialistico, perché chi arriva all'approdo, al corso specialistico, lo fa non sulla base di un cammino mirato a quell'obiettivo, ma sulla base di un cammino mirato a conseguire un diploma generico e spesso insoddisfacente.
A questo bisogna aggiungere una certa tendenza del popolo degli studenti (su cui anch'esso dovrebbe fare autocritica, perché è un elemento non indifferente) ad affollare le facoltà facili e a rifuggire le facoltà difficili. Se ci troveremo nella condizione, tra breve, di importare insegnanti di matematica indiani, ciò dipende anche dal fatto che molti studenti italiani preferiscono la laurea in scienza delle comunicazioni e in psicologia e rifuggono dalla frequentazione delle scienze "dure".
Di fronte a questo quadro molto problematico, di cui le responsabilità sono molteplici e non attribuibili a nessuna parte politica in particolare, il Governo ha esercitato un'azione nell'ambito del discorso pubblico e un'azione nell'ambito del discorso parlamentare. Come molti altri colleghi, riconosco ad alcuni membri della Commissione istruzione, in particolare al relatore, un'attenzione alla natura interna dei problemi; però, dal punto di vista del discorso pubblico - che spesso ha prevalso su quello parlamentare - le scelte del Governo si possono riassumere in maniera abbastanza semplice: una riduzione assassina, letteralmente micidiale delle risorse, tanto che le strutture universitarie sono sostanzialmente deprivate del minimo necessario per continuare ad andare avanti, e una retorica contro il baronato (che forse in questa sede non è stata condotta, perché sono stati svolti ragionamenti tra colleghi che hanno trovato un terreno comune, non di intesa, ma di confronto).
In realtà, la scena pubblica del Popolo della libertà è stata saturata dall'idea di una lotta contro il baronato: insomma, il PdL si è presentato come forza progressiva che smonta il baronato. Ora, dentro questa retorica pubblica c'è una strana aporia: è come se i baroni fossero tutti di centrosinistra e il centrodestra fosse il gigante buono che arriva e libera tutti. Ma questa, se mi consentite il paragone, è una retorica affine a quella per cui il centrodestra lotta contro i magistrati di sinistra. Purtroppo, negli ultimi mesi abbiamo visto molti magistrati di centrodestra compromessi fino al collo in rapporti indicibili di tipo affaristico, rapporti curiosi o quanto meno degni di osservazione critica.
Bisogna quindi vedere la prova dei fatti. Penso che la prova dei fatti sia segnata da un fatto essenziale: la mancanza di risorse volontaria, che nasce fin dal decreto-legge n. 112 del 2008, e poi dai successivi. Tremonti ha essiccato praticamente le fonti di alimentazione dell'università. In questo provvedimento, se non sarà cambiato con gli emendamenti, si dice ben 16 volte che gli interventi da realizzare sono senza oneri per lo Stato.
C'è poi un atteggiamento d'insieme che va osservato: mi riferisco alla tendenza centralistica, che è in antitesi con la visione del pluralismo a cui tutti spesso fanno riferimento, e anche, in particolare, con la visione pluralistica che i colleghi della Lega vorrebbero esercitare attraverso la loro attenzione al federalismo. Esiste una tendenza centralistica nei confronti dell'autonomia universitaria, e dobbiamo vedere alla fine cosa ne verrà fuori. Sento di poter dire che, anche se esponenti autorevoli del centrodestra ogni tanto spezzano lance a favore dell'autonomia universitaria, in realtà quello che domina poi è un criterio di imperio centralistico.
La questione del rapporto tra senato accademico e consiglio d'amministrazione forse è stata ridimensionata rispetto all'inizio quando c'era un totale predominio del consiglio d'amministrazione nei confronti del senato accademico che, in realtà, fotografa una filosofia aziendalistica: l'idea che c'è chi si occupa del pensiero, ma chi tiene in mano i cordoni della borsa è quello che decide. Siamo ancora in attesa. Temo, per quello che vedo nei testi e nelle dichiarazioni, che vi sarà una prevalenza netta del consiglio d'amministrazione sul senato accdemico. Non dico questo per difendere le antiche nobiltà del senato accademico, che forse non esistono più, che forse non sono mai esistite o che forse sono decadute da molto tempo; però persone che il consiglio d'amministrazione, l'organo che dovrebbe vagliare sulla spesa, rivesta il ruolo di decisore effettivo mi sembra rientri più in una filosofia d'azienda che di università.
Dentro questo corpo di cose molto problematiche, su cui si sono fatte scelte pesanti, c'è fondamentalmente l'inadeguatezza del reclutamento. A me sembra che si possa parlare, così come siamo ridotti oggi, di una sorta di università troncata. È la fine di un mondo. Forse per il centrodestra è positivo; a me fa venire in mente - se mi passate il paragone, che è il solo di tipo letterario che farò - la Sinfonia degli addii di Haydn, dove man mano che la sinfonia finisce gli orchestrali spengono la loro candela, si alzano e se ne vanno. Alla fine non resta più nessuno. Temo che nell'università pensata in questa maniera il troncamento decisamente brutale del corpo docente, con il blocco sostanziale del reclutamento, determini un'interruzione del ricambio generazionale, che è il corrispettivo del predominio del precariato.
C'è una moltiplicazione di figure precarie, su cui adesso non insisto; se però mi permettete l'ironia, verrebbe la voglia, in questo mondo in cui si è esagerato prima a produrre nuove discipline, di suggerire alla facoltà di sociologia di istituire il corso di sociologia del precariato, universitario e non solo, perché il mondo del lavoro è ormai totalmente dominato dall'insorgenza del precariato e, qualche volta, anche del lavoro non pagato.
Francamente resto esterrefatto di fronte al disinteresse che verso questo fenomeno mostrano quasi tutti. Sembra che non tengano conto di un futuro possibile: verrà un giorno in cui tutte queste forze del precariato troveranno una forza per manifestarsi, un'intenzione! Ma non ci pensa nessuno. Oggi tutti considerano il precariato una forma plastica e mobile di gestione del lavoro, per cui chiunque deve essere prono alle esigenze del mercato, prestare la propria opera a basso prezzo e con scarse garanzie ed essere pronto a farsi fare fuori appena l'autorità superiore decide che così deve essere: entri ed esci dal mercato del lavoro in una forma che dipende dall'occasionalità, dalle ragioni di bilancio, dalla volontà di un consiglio d'amministrazione. Questo si vede tra l'altro, in parte, anche nei dipendenti irregolari del Parlamento, però, in confronto, questi sono dei privilegiati. Ci sono tutti gli altri che sono un esercito industriale di riserva, che con acume e serietà andrebbe visto in maniera diversa.
Credo che nei confronti dei ricercatori, dei precari e dei dottori di ricerca un maggiore interesse verso la loro natura di risorsa umana preparata sia d'uopo. Trovo che considerare "a perdere" una generazione di ricercatori confermati e determinare una situazione di incertezza per tutti i nuovi ricercatori significhi avere un atteggiamento indifferente alla ragione e al sentimento di chi si appresta a diventare soggetto di didattica e di ricerca. Chi si misura con questo lavoro non ha un grandissimo interesse per i soldi. Penso che la severità della selezione di mercato sia una cosa anche giusta nei confronti di chi compete duramente in un mercato vero, in cui la posta è diventare ricco, ricchissimo oppure no. Ma un soggetto, uomo o donna, che ha questa sorta di furiosa vocazione altruistica alla trasmissione della conoscenza ed alla stimolazione della curiosità per la ricerca non può essere trattato alla stessa stregua di un aspirante di un laboratorio di broker finanziari o di un tecnico della grande industria.
Qui c'è una specie di forzatura: si immagina una forma di competizione, ma questo non è un libero mercato. Tutti voi sapete che il libero mercato in Italia è una finzione e che la concorrenza non esiste, e che, in particolare nel mondo universitario, non è detto che la cosiddetta competizione faccia emergere i migliori: qualche volta fa emergere le migliori raccomandazioni.
Vi è poi il nodo dell'insufficienza delle misure relative ai diritti allo studio. Le borse di studio ai meritevoli e bisognosi sono incerte; i prestiti d'onore scivolano pericolosamente verso la figura dell'indebitamento alla cieca. Come si fa a realizzare qualità senza investimenti? Qui ci viene detto che sostanzialmente la valutazione della qualità è fondamentale. Ma la qualità senza investimenti? L'ANVUR che c'è e non c'è? E la delega al Governo sulla natura del rapporto di lavoro dei docenti? Viene detto che la qualità è mano libera degli atenei, ma davvero c'è mano libera degli atenei? Molti sono gli studi di valutazione: non li posso citare, ma si trovano riassunti su «Lavoce.info»: sono parecchi ed interessanti quelli scritti da ricercatori italiani all'estero, che mettono a confronto il volume di spesa per l'insegnamento ed il grado di autonomia decisionale degli atenei e dimostrano che conta di più il grado di autonomia degli atenei rispetto all'impegno di spesa. È un dato molto interessante, però, il problema è questo: davvero noi concediamo agli atenei la capacità di valutare liberamente? Ho l'impressione di no.
Vi è poi il problema interno della valutazione. La valutazione dei lavori scientifici e delle scienze "dure" è filtrata attraverso «Science & Nature», e il meccanismo dei referees. Ma le scienze umanistiche non hanno questa applicazione così facile: intanto, spesso non esistono riviste guida internazionali. Non può valere in quel settore lo stesso tipo di ragionamento: se hai un certo numero di citazioni da quella rivista allora per forza sei un genio. Spesso, nelle scienze umanistiche esistono meccanismi parcellari di discipline separate, collegate ma che fanno riferimento a mondi editoriali diversi. Non è facile. Qui mi sarebbe piaciuto che ci fossimo posti il problema in maniera più approfondita. Penso che insomma - se devo dare una valutazione - anche adottando la logica del centrodestra che non condivido, questo provvedimento avrebbe potuto provare a costruire un po' di più, e soprattutto avrebbe dovuto rispondere ad un atteggiamento più problematico. Tra alcuni colleghi in Commissione io l'ho trovato; però alla fine il disegno di insieme non appare problematico, non appare interrogativo.
Voi direte che si tratta di un provvedimento di legge che come tale deve funzionare e siamo d'accordo, però qui siamo di fronte alla necessità di una modificazione profonda. Forse sarebbe stato più giusto per il futuro, dovendo produrre uno sforzo di lungo periodo, che anche all'interno del centrodestra si incorporassero molti dubbi.
Con riferimento alle facoltà e ai dipartimenti, c'è un dualismo irrisolto: è vero che le facoltà sono un vecchio arnese e che i dipartimenti potrebbero rappresentare il nuovo, però anche in questo caso non siamo del tutto sicuri che alla fine le facoltà andranno verso un'onesta pensione e che i dipartimenti verranno fuori come protagonisti fondamentali.
In conclusione, temo che si sia agli albori di una sorta di processo malthusiano di riduzione e restringimento: produrremo dunque un'università più piccola e meno costosa, e le prime vittime rischiano di essere, innanzitutto, il diritto universale all'istruzione superiore, che in realtà non è veramente garantita, e in secondo luogo, la trasmissione della conoscenza, con tutto ciò che di problematico e critico ha dentro di sé, e dunque non una scienza di partito - per Giove! - ma la capacità di capire che il reale è complesso. Considero infine fondamentale la stimolazione e la curiosità della ricerca: se i ricercatori sono costretti a lavorare per niente e ad avvilirsi nell'inedia, è difficile riuscire a sviluppare nella società italiana la curiosità per la ricerca. Penso che di tutti i compiti fondamentali quello dell'istruzione alta sia proprio questo: educare e stimolare alla curiosità della ricerca, però non se ne vedono i segni, se non nelle affermazioni di singoli colleghi.
Mi auguro che si possa superare questo momento, ma non trovo motivi di fiducia per vedere realizzato positivamente di questo disegno. Penso che di fronte a noi abbiamo un compito molto più vasto, al quale ci accingeremo. (Applausi dal Gruppo IdV).

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