Zanotelli: «Tornano all'assalto dei referendum»

È la rimonta del grande capitale» dice Alex Zanotelli, con una di quelle
espressioni un po’ millenaristiche che ne hanno fatto uno dei leader
dei movimenti in prima linea nella difesa dei cosiddetti “beni comuni”.
In questi torridi giorni d’agosto il comboniano di ferro gira come una
trottola per diffondere il “verbo”: mozioni, documenti, appelli,
manifestazioni contro la manovra di ferragosto, che minaccia seriamente
di affossare l’esito di almeno due dei quattro referendum di giugno. «Ha
perfettamente ragione il professor Lucarelli: è in atto uno scippo di
democrazia. Il popolo italiano si è espresso chiaramente, ma ancora più
chiaro, mi pare, era stato il verdetto della Corte Costituzionale quando
aveva ammesso i quesiti sentenziando che essi riguardavano un
principio: che i servizi pubblici essenziali intesi nel loro complesso
dovessero rimanere tali. Cioè non appaltabili ai privati».
Bisogna risanare il Bilancio dello Stato, padre: questa, almeno, la giustificazione del governo.
«Giustificazione? Lo chiami pure pretesto. Io sono choccato: abbiamo
votato solo due mesi fa. L’esito dei referendum non è mai stato
accettato da questo governo, che quindi ha ceduto volentieri alle
pressioni dei grandi potentati economici».
Pressioni? Si spieghi meglio.
«Il grande capitale sta
cercando di uscire dall’angolo in cui è stato cacciato dalla recessione
globale. L’assalto ai servizi pubblici è l’occasione per tornare a fare
profitti, sulla pelle della povera gente. Al varco, aspettando che
questa scellerata manovra diventi legge, ci sono tutti i più grandi
gruppi industriali».
Addirittura.
«Il
boccone è troppo ghiotto, e interessa a gruppi che operano nel settore
dello smaltimento rifiuti, dell’acqua, delle energie rinnovabili. Il
governo ha trovato la maniera migliore per continuare a togliere ai
poveri per dare ai ricchi. Eppure, ci sarebbero tanti settori dai quali
drenare le risorse necessarie per risanare i conti dello Stato, senza
intaccare i diritti della gente».
Per esempio?
«Quello
delle armi. Questa è una manovra da 45 miliardi complessivi: 20
miliardi nel 2012 e 25 nel 2013. Lei lo sa quanto ha speso lo Stato
italiano per armarsi negli ultimi anni?».
No, ce lo dica lei.
«Lo
dice il Sipri, l’istituto svedese che ogni anno pubblica le statistiche
sulla corsa agli armamenti. L’Italia ha investito, negli ultimi due
anni, 27 miliardi di euro. Quanto mezza manovra. Ma c’è di più: nei
prossimi anni spenderemo tra i 16 e i 17 miliardi di euro per acquistare
altri cacciabombardieri F35. Le risorse si potrebbero ricavare
dall’azzeramento della spesa per le armi».
Sarebbe troppo bello, padre.
«E
invece bisogna ripartire da qui, se vogliamo avere qualche speranza di
ribaltare completamente la cultura della privatizzazione ad ogni costo. È
agghiacciante pensare che ai Comuni, che sono il primo presidio di
democrazia sul territorio, venga sottratto il controllo di aria, acqua,
energia e terra. I quattro elementi base: per questo la resistenza ai
processi di privatizzazione, che si è sviluppata attraverso la
straordinaria battaglia referendaria, non deve conoscere battute
d’arresto. I Comuni sono l’istituzione di prossimità, quella nella quale
i cittadini hanno la possibilità di riconoscersi immediatamente. Ora
rischiano di perdere ulteriori pezzi della loro potestà: è una ferita
mortale per l’intero processo democratico».
Come si svilupperà la vostra battaglia?
«Resistendo
e coinvolgendo la gente. È una battaglia molto dura. Come quella che
abbiamo fatto sui rifiuti di Napoli. Ci pensi bene, e vedrà le analogie
con ciò contro cui combattiamo adesso: la presenza di grandi gruppi
industriali nel ciclo ha massacrato una città senza risolvere il
problema. Su cosa si fondavano le strategie industriali? Sui
termovalorizzatori. E quindi sui profitti derivanti dall’incenerimento
dell’immondizia. Il risultato è stato che la raccolta differenziata non è
mai partita, e Napoli ha conosciuto crisi devastanti in nome del dio
denaro».


















