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Il decreto Salvini e la grande balla della sicurezza

La logica ci dovrebbe suggerire che, quando in cielo le nuvole cominciano a diradarsi e lasciar spazio al sereno, non vi è alcun bisogno di uscire con due ombrelli. La logica, appunto. Ossia quella cosa che, nel nostro Paese, è stata barbaramente sacrificata sull’altare delle paure irrazionali e della strategia del terrore di Salvini e dei suoi complici di governo. Così accade che, in Italia, in una nazione nel quale i reati sono diminuiti sensibilmente rispetto, ad esempio, agli anni ‘70, ma anche rispetto a tempi più recenti, si scateni l’orgia dell’emergenza sicurezza. Una follia collettiva fomentata da chi, sulle paure irrazionali della popolazione e sulla percezione distorta della realtà, ha costruito il proprio fortino politico.

Matteo Salvini ha alzato il tiro. Ancora una volta. Ha costruito due ombrelli e li ha consegnati ai cittadini, entusiasti e soddisfatti nonostante non vi sia alcuna avvisaglia di pioggia. A ciò ha aggiunto la sua personale firma, quella di una linea politica di stampo estremista, razzista, disumana, cattiva. Una disumanità patologica, un sadismo istituzionale finalizzato a squarciare il futuro e i diritti di migliaia di migranti presenti nel nostro Paese. Peraltro, politicamente la sua azione va esattamente nella direzione opposta di quanto promesso da lui e dai suoi alleati, perché va a colpire soprattutto le situazioni di regolarità, con il rischio elevato di trasformarle nel loro tragico opposto.

E cosa può accadere a un mondo che sposta le persone da una condizione regolare, quindi associata a identità, diritti e alla speranza di riconoscimento, a una condizione di clandestinità, ossia solitudine, povertà, esclusione, impossibilità di riconoscimento? La tanto declamata sicurezza, la cui urgenza è solo finta e drogata dalla propaganda, finirà a farsi benedire. Perché si lasceranno tantissimi esseri umani in una condizione di assenza di diritto, un’assenza che li condannerà a vivere da emarginati, a diventare potenziale manovalanza per la criminalità, ma soprattutto a subire le angherie degli sfruttatori, la violenza della miseria, l’umiliazione di una vita da ombra dentro un Paese che quell’ombra la spreme e la schiaccia quotidianamente.

Un giorno tutto questo potrebbe partorire una tensione sociale pericolosa. Soprattutto potrebbe facilitare il lavoro di chi nell’esclusione e nella rabbia si può infilare con teorie radicali, politiche o religiose che siano, attraverso cui stimolare una lotta eversiva e violenta contro un sistema che agli ultimi riserva solo bastonate e umiliazioni. Il decreto Salvini, che sarebbe meglio chiamare decreto Lega e 5 stelle, parimenti complici, parimenti autori di questa vergogna, è uno sparo sulla democrazia e sulla (presunta) vocazione solidale dell’Italia.

È un pugno in faccia all’immagine di un Paese che ancora si percepisce come luogo di accoglienza, di volontariato, di carità cristiana e che, invece, in gran parte sta sostenendo la politica dei porti chiusi, degli sbarchi negati, dei diritti umani violati, del razzismo istituzionalizzato. Un’Italia isolata, in rotta con l’Europa più moderna e sempre più legata ai paesi del Visegrad, guidati da leader folli e posizioni estremiste. Il decreto Salvini è una porcheria indegna, come indegno è gioire per aver eliminato la protezione umanitaria, che viene ridotta ad alcune fattispecie prestabilite, togliendo la possibilità di verificare le singole storie, che sono diverse da persona a persona, da contesto a contesto.

In poche parole, se già in Italia per avere un permesso umanitario un migrante doveva essere convincente, raccontando la sua storia in modo inappuntabile, cercando anche di non tradire emozioni di fronte ai drammi subiti, domani non potrà nemmeno raccontarla quella storia, se non rientra in una delle fattispecie contemplate (cure mediche, meriti civili, vittime di calamità naturali, e così via). Dopo gli orientamenti restrittivi dati qualche mese fa a prefetture e questure sui permessi di soggiorno, con il risultato di estendere l’arbitrarietà di chi deve decidere il destino di un essere umano, Salvini ha fissato in un decreto alcune delle sue odiose linee di propaganda, oggi divenute punti politici e aspiranti norme dello Stato.

Dopo aver chiuso i porti, con questo decreto si cerca di rendere quasi impossibile la vita a chi arriva nel nostro Paese ma anche a chi è già qui e attende da tempo di ottenere quella protezione che, se il decreto dovesse divenire legge, sarebbe molto più difficile. A ciò si aggiungano la limitazione del diritto alla difesa, i costi a proprio carico per i ricorsi dichiarati inammissibili, il ridimensionamento degli Sprar, il prolungamento del trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio da 3 a 6 mesi. Tutte misure studiate per colpire i migranti. Come se i problemi di questo Paese, le mafie, la corruzione, la disoccupazione, l’evasione fiscale e tutto il resto fossero colpa degli immigrati.

A proposito di lotta alla mafia, va sottolineato come in questo pacchetto non ve ne sia traccia. A meno che non si pensi che il Daspo o la vendita ai privati dei beni confiscati alla criminalità, attraverso asta, sia un modo per combattere le mafie, peraltro già pronte a usare prestanome per rientrare in possesso dei beni…. Ma le mafie, d’altra parte, non interessano né a Salvini né ai 5 stelle. Per rendersene conto, è sufficiente giocare con la memoria e ricordare che il leader della Lega è andato a Rosarno a parlare di tendopoli e migranti, senza spendere una parola sulla ‘ndrangheta. Così come Grillo, guru dei 5 stelle, a Palermo più di una volta ha negato che la mafia sia un problema per i cittadini.

Questa è l’Italia di oggi. L’Italia dei decreti sicurezza, quella che tortura i migranti, diffonde fake news, attacca la solidarietà, rifiuta l’umanità, ma blatera di pericoli, di legalità, di onestà. L’Italia che in questo decreto avrebbe dovuto inserire una norma fortemente repressiva contro chi truffa lo Stato rubando 49 milioni di euro di soldi pubblici. D’altra parte, cosa pretendiamo? Non ci si può certo autopunire.

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