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Il sangue dei giovani nel Paese senza giustizia

I giovani sono sempre stati dannati. Lo erano prima, quando occupavano le università e riempivano le piazze per rivendicare diritti e libertà e svecchiare un Paese che ricopriva di naftalina i salotti del potere e i pensieri, lo sono anche adesso che si trovano scaricate addosso tutte le colpe e le accuse generiche di superficialità e menefreghismo. Sono dannati perché dei giovani ci si accorge solo quando sono morti, quando restano schiacciati da un sistema che, da anni, li rinchiude dentro una macelleria nella quale i diritti e le aspirazioni vengono massacrati dai colpi d’ascia di una politica egoista e ottusa, aggrappata al presente e alla propria sussistenza, incapace di votarsi generosamente al futuro.

Devono morire i giovani, per fare in modo che si parli di loro e di quella appiccicosa ingiustizia che si portano addosso, dentro, nel profondo di fragilità e sensibilità che spesso sbattono su derisione, indifferenza, giudizi, solitudine, bullismo di Stato.

Nel 2001 erano migliaia i ragazzi e le ragazze che alzavano la voce e chiedevano un mondo migliore, nel quale la pace cancellasse le guerre e la solidarietà prevalesse sul razzismo. Un mondo nel quale la politica assegnasse priorità ai diritti, al lavoro, ai lavoratori, alla scuola, alla tutela dell’ambiente, alla lotta alle povertà, al contrasto alle mafie, al futuro di una generazione che aveva deciso di uscire dal sonno rampante degli anni ‘80 e di tornare a vivere nella realtà, occupandosi dei problemi, con la cultura, il volontariato, la partecipazione. Nel 2001, a Genova, quella generazione è stata spazzata via, la sua voce è stata soffocata con una violenza strategica, scientifica, minuziosa, studiata.

Sul selciato di piazza Alimonda, accanto a Carlo Giuliani e al suo sangue, ci eravamo anche noi. Così come eravamo dentro la scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Eravamo lì a vedere torturati quei corpi e con loro i nostri sogni, le nostre ambizioni, le nostre rivendicazioni pure, disinteressate, lontanissime da chi considerava la politica un triste sinonimo di carriera. Quei giovani non hanno avuto giustizia e non l’avranno mai, condannati al precariato o all’emigrazione, alla rabbia frustrante o persino a quella rassegnazione che permette di sopravvivere. Ma i giovani sono stati uccisi altre volte. Insieme ai loro sogni. In tanti ambiti.

Emanuele Scieri, nel 1999, è rimasto a terra per tre giorni, prima agonizzante e poi morto, dentro una caserma nella quale era appena arrivato per svolgere quella leva militare che, dopo quell’assassinio ignobile marchiato dall’odioso nonnismo, fu eliminata e che qualcuno, oggi, vuole ripristinare per fare un favore alla retorica fascista di chi i giovani li vorrebbe brutali, patriottici e obbedienti a qualsiasi oscenità del potere. Emanuele amava la giustizia, il diritto, era un giovane avvocato, costretto come tanti ragazzi dell’epoca a perdere un anno tra dementi in divisa che si masturbavano sul concetto di gerarchia. Emanuele è stato ucciso più volte, da alcuni commilitoni e poi dall’omertà dell’esercito italiano.

Così come è stato ucciso Tony Drago, nel 2014, anche lui siracusano come Scieri, anche lui assassinato a soli 25 anni dentro una caserma di uno dei corpi più prestigiosi dell’esercito italiano. Sognava di fare il poliziotto ed entrare nei reparti antimafia, combattere dalla parte dello Stato, lo stesso Stato che lo ha ucciso e che ora prova a nascondere la verità sotto il lenzuolo liso dell’omertà. Anche Soumaila Sacko sognava. Lottava per un mondo migliore, si batteva per i diritti dei lavoratori e degli sfruttati, generosamente, senza pensare a quello che rischiava in un luogo ostile, infame, dentro un Paese crudele, razzista e violento. Un Paese indifferente, che chiama emergenze i problemi che esso stesso crea per poi lasciarli galleggiare per anni, non toccando i colpevoli, ma piuttosto accanendosi sulle vittime.

Sono generazioni dannate, costrette a lottare ogni giorno dentro una società individualista, nella quale gli spazi di condivisione reale sono stati soppiantati dal virtuale, dal chiuso di stanze che vorrebbero essere piazze ma sono solo luoghi ermetici, solitari, protetti da mura. Viene da pensare a quanto dichiarato da Aboubakar Soumahoro, qualche sera fa, a Milano, in un incontro organizzato dall’Usb: “Siamo tremendamente soli”, ha detto. Siamo soli con noi stessi e ci fermiamo ai like sui social ma non riusciamo a stare insieme, a superare i momenti difficili attraverso la condivisione di sogni e paure. Vale per tutti gli aspetti e gli ambiti della nostra vita, compreso quello della partecipazione democratica.

In questi giorni si parla molto del film “Sulla mia pelle” che racconta la storia di Stefano Cucchi. Stefano non era solo un piccolo spacciatore, uno che aveva avuto dei problemi, era soprattutto e più semplicemente un ragazzo, con le sue fragilità, i suoi sogni, la sua voglia di essere ascoltato. Stefano è stato ucciso da uno Stato incapace di ascoltare e di rispettare anche chi ha commesso un errore. In quel film, in quella storia, negli ultimi giorni di Cucchi, c’è tutta la solitudine di una generazione condannata dai giudizi e dalla violenza, una generazione che troppo spesso ha vissuto sulla propria pelle la sospensione del diritto, il blackout della democrazia.  Questo Paese senza giustizia è colorato dal sangue dei giovani.

Stefano Cucchi è stato vittima di una cultura che criminalizza facilmente chi non ha difese, chi sbaglia o chi è fragile. In quella solitudine, in quella agonia straziante, in quella indifferenza che ghiaccia le vene e il cuore, ci siamo tutti noi. Ci sono almeno due generazioni. Ed è per questo che in tanti abbiamo pianto e stretto i pugni, perché Stefano potremmo essere noi, ciascuno di noi. Come potremmo essere Emanuele Scieri, Tony Drago, Soumaila Sakho, Carlo Giuliani. E tutti quei giovani che, anche oggi, hanno sogni che si scontrano contro un potere che si ciba con la nuova arroganza e con la spietata violenza di altri giovani che hanno tradito o che semplicemente non ci sono mai stati. I peggiori. Quelli che non sono mai scesi in piazza per un diritto. Quelli che hanno governato e quelli che oggi purtroppo governano.

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