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“Nessun bambino dovrebbe entrare in carcere”

I drammatici fatti accaduti all’interno della sezione nido della Casa Circondariale di Rebibbia, hanno rotto l’assordante silenzio mediatico, politico e sociale che caratterizza da sempre le condizioni di vita delle persone detenute. Un’intervista a Roberto Sbrana, psicologo che da 40 anni lavora negli istituti detentivi

Sono passati diversi giorni dai fatti accaduti all’interno della sezione nido della Casa Circondariale di Rebibbia. Le notizie che si sono susseguite parlano di una giovane donna di nazionalità tedesca, Alice, detenuta in custodia cautelare preventiva dal mese di agosto assieme ai due figli piccoli, per essere stata trovata in possesso di una considerevole quantitativo di marijuana. Una persona, dunque, arrestata in flagranza di reato e che era in attesa di eventuale conferma dello stato detentivo da parte del Gip. Secondo Stefano Anastasia, garante dei detenuti della regione Lazio, Alice non rappresentava un pericolo e dunque non si sarebbe dovuta trovare in carcere. Avrebbe invece potuto beneficiare, assieme ai figli, di misure alternative volte anche a tutelare il benessere di questi ultimi. Le cose invece sono andate diversamente, e il giorno in cui era in programma l’udienza del Riesame, la donna ha spinto per le scale i figli (una di sette mesi e l’altro di due anni); gesto che ha determinato la successiva morte dei due bambini.

Questa drammatica notizia ha di fatto rotto l’assordante silenzio mediatico, politico e sociale che caratterizza da sempre le condizioni di vita delle persone detenute. Le sbarre infatti non rappresentano solo uno strumento di restrizione e di limitazione delle libertà personali, ma divengono immediatamente confine netto – materiale e immateriale – tra il “fuori” e il “dentro”.  Di carcere, infatti, si parla poco e male. E se ne parla esclusivamente in casi limite, al seguito di tragedie che spesso potevano essere evitate.

Anche la recente uscita nella sale cinematografiche del film che racconta gli ultimi giorni di Stefano Cucchi – Sulla mia pelle – ha prodotto un dibattito mainstream che invece di trattare il tema della tortura per mano delle forze dell’ordine e quello delle morti di Stato, ha ceduto il passo alla questione delle distribuzione della pellicola e delle “proiezioni clandestine”.

Provando ad andare controcorrente, e nel tentativo di raccogliere voci e posizionamenti diversificati sul tema della detenzione e dell’istituzione penitenziaria, abbiamo chiesto un commento ad una persona che lavora in veste di psicologo all’interno degli Istituti.

Se infatti l’idea di fondo è che il carcere non dovrebbe esistere (perché di carcere si muore, fisicamente e mentalmente), è forse quanto mai necessario confrontarsi con la sua esistenza ma, soprattutto, con le esistenze delle migliaia di persone detenute.

Il Dottor Roberto Sbrana ha partecipato nel 1976 alla prima selezione nazionale per professionisti in materia psicologica e criminologica, a seguito dell’approvazione della Legge di Riforma n. 354/1975 (Norme dell’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà). Dal 1977, cioè da 41 anni, lavora negli istituti detentivi italiani, tra cui quelli di Massa, Montelupo Fiorentino e La Spezia.

 

Chi è e di cosa si occupa, all’interno degli istituti, una figura professionale come quella psicologica?

Attualmente ho un incarico di consulenza presso la Casa Circondariale di La Spezia, ai sensi dell’articolo 80 L. 354/75. Quest’articolo prevede l’osservazione della personalità da parte di psicologi o criminologi. Lo psicologo ex articolo 80 effettua l’osservazione dei detenuti soprattutto definitivi, che sono quelli che possono accedere alle misure alternative. È uno degli elementi che compongono un equipe multiprofessionale che vede anche figure tra cui l’assistente sociale del U.E.P.E. (Ufficio Esecuzione Penale Esterna); quelli che una volta si chiamavano educatori e che ora si chiamano funzionari giuridici pedagogici ed il rappresentante della polizia penitenziaria. L’equipe è diretta e coordinata dal direttore dell’istituto. Periodicamente ci sono queste riunioni di equipe durante le quali ogni figura professionale riferisce del proprio ambito e, mettendo assieme i diversi punti di vista, decide un orientamento che può essere favorevole o sfavorevole alla misura alternativa. La documentazione arriva poi al Magistrato di Sorveglianza, che è la figura deputata alla decisione. Non è mai successo, a mia memoria, che un Magistrato capovolgesse il parere sfavorevole dell’equipe. È invece successo il contrario, cioè che a parere favorevole dell’equipe non sia seguito il parere favorevole del Magistrato di Sorveglianza e in quel caso il detenuto rimane in carcere. Devo dire che in questi 41 anni di lavoro non ho mai visto una persona cambiare senza “mettersi alla prova” all’esterno. Quindi la detenzione in cella – anche se ora vengono chiamate stanze, sono comunque celle – non ha mai prodotto nessun cambiamento se non in termini negativi e di peggioramento. E i dati del DAP sulla Recidiva ce lo dimostrano con una chiarezza disarmante.

 

Che tipo di idea si è fatto di quanto accaduto nel carcere di Rebibbia?

Sul caso specifico, in primo luogo mi auguro che il Ministro Bonafede lo conosca, perché ha anche preso dei provvedimenti. Dico mi auguro perché io non conosco nei dettagli ciò che è accaduto e nessuno di noi può pensare di conoscerlo fino in fondo. Il commento che si può fare, che posso fare, è più di tipo giornalistico sulla base delle notizie che sono uscite. Quello che so è che nessun bambino, in quanto bambino e in quanto incolpevole, dovrebbe entrare nel meccanismo della certezza della pena. I bambini piccoli, quindi, non dovrebbero assolutamente stare in carcere, perché non hanno nessuna condanna da scontare. Siccome al momento non si può creare una condizione di non punibilità delle donne madri, l’unica cosa che si può fare è creare quello che è già stato creato ma come spesso accade non applicato. Quindi, al di là delle strutture che sono già gestite dal Ministero della Giustizia (le ICAM) e che non sono carceri tout court ma comunque luoghi pur sempre detentivi, esiste anche una norma (Legge n.62/2011 – Detenute madri) rarissimamente applicata – per non dire quasi mai – che prevede la possibilità di collocazione delle madri con i figli piccoli in strutture tipo “Casa Famiglia”. Se venissero concesse, queste strutture offrirebbero la possibilità di scontare la pena per la madre condannata (ammesso che sia colpevole), senza nuocere al bambino perché non sono carceri. C’era in cantiere un’enorme Riforma Penitenziaria che prevedeva tutte queste cose di cui ora sto parlando. Questa Riforma della Riforma si è fermata inesorabilmente con le elezioni del 4 Marzo e l’esito elettorale fa capire che sarà del tutto cancellata ed eliminata, come se non ci fosse mai stata. In realtà c’è stato un lavoro di anni a cui hanno partecipato molte persone di esperienza. Il problema di fondo per me resta il fatto che la classe politica italiana pesa qualunque iniziativa che prende in termini elettorali e in termini di attenzione del problema. La maggioranza dei cittadini italiani non si interessa delle carceri e quindi le iniziative volte ad un miglioramento delle condizioni di vita in carcere sono praticamente inesistenti.

 

Sui diversi giornali è stata proposta un’associazione quasi deterministica tra i possibili problemi di tossicodipendenza della donna ed il gesto che ha compiuto. Associazione che non tiene conto della specificità del contesto e delle conseguenze che la detenzione può determinare sul benessere psicofisico delle persone (specialmente quando ci sono di mezzo dei figli).

Le cose che ho detto precedentemente e in termini generali sul senso della pena e sulle modalità di esecuzione della condanna vale per qualunque tipo di pena, a maggior ragione vale per le persone con problemi di tossicodipendenza che, di fatto, non vivono condizioni psicologiche analoghe ad altre persone detenute. La detenzione in carcere, specialmente per chi è tossicodipendente, è veramente una cosa fuori dal mondo che, purtroppo, esiste in numeri stratosferici. Circa il 35% della popolazione detenuta riporta problematiche di tossicodipendenza ed è chiusa in cella, dove non dovrebbe assolutamente stare. Ci sono delle strutture che costano la metà di quanto costa un detenuto in carcere, se volessimo fare un discorso di vantaggio economico, e ci sarebbe la possibilità di affrontare le problematiche specifiche di queste persone. Per cui il modo in cui vengono “trattate” le persone che fanno uso di sostanze è un modo assolutamente a-scientifico, a-storico, a-un mucchio di robe. Di questa donna so poco, quello che so è quello che è apparso sui giornali. Il gesto che ha fatto, per le informazioni di cui dispongo, può risultare estremamente incomprensibile ma dobbiamo smetterla di pretendere di capire tutto. Ci sono delle cose che non si capiscono e questo va accettato. Il punto è che non ci dovrebbero essere le condizioni per cui queste cose che non si capiscono possano attuarsi. Credo davvero che la signora si trovava nel posto sbagliato ed era nelle condizioni per fare una cosa che, se non fosse stata nel posto sbagliato, probabilmente non avrebbe fatto.

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