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Azzariti: “Via il pareggio di bilancio. M5S e sinistra sostengano la nostra battaglia”

Depositata in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per modificare l’articolo 81 della Costituzione, il giurista ci spiega le ragioni: “Quella riforma, votata quasi all’unanimità, è espressione di una povera visione neo-totalitaria nonché il frutto del peggior revisionismo costituzionale”. Una lotta che ora spera sia appoggiata dalla sinistra – che deve ripartire da scelte “coerenti e coraggiose” – e dal M5S: “Governino l’Italia in nome dei diritti fondamentali delle persone e non più dei mercati”.

intervista a Gaetano Azzariti di Giacomo Russo Spena

“L’introduzione del pareggio di bilancio rappresenta una rottura con la storia del costituzionalismo pluralista e democratico del nostro Paese. Come si può pensare di escludere dalla Carta ogni opzione diversa da quella neoliberista?”. Archiviate le elezioni del 4 marzo, il professor Gaetano Azzariti – dopo aver avuto un ruolo di rilievo nella vittoria del NO per bloccare la riforma Renzi-Boschi – si appresta alla prossima battaglia: una legge di iniziativa popolare per modificare l’articolo 81. Il pareggio di bilancio in Costituzione è stato inserito, di soppiatto e nel silenzio generale, nel 2012 dal governo Monti e sostenuto da centrosinistra e centrodestra. Contrari soltanto M5S e sinistra radicale. Ora la sfida per eliminarlo. Serviranno 50mila firme da raccogliere, entro la fine di luglio. “Il Parlamento appena eletto deve invertire la rotta – sostiene Azzariti – Quella riforma, votata quasi all’unanimità, è espressione di una povera visione neo-totalitaria nonché il frutto del peggior revisionismo costituzionale”.

Professore, facciamo un passo indietro. Dopo la vittoria referendaria del 4 dicembre 2016 si aspettava altri scenari rispetto a quelli attuali? Possiamo dire che quel voto ha tradito le aspettative?

Senza alcun dubbio. E non è neanche una storia nuova: evidenzia tutta la fragilità del nostro sistema di rappresentanza. La totale impermeabilità dei nostri governanti rispetto a certi decisioni del corpo elettorale. Un’amara conferma.

Si sta riferendo ad altri episodi nei quali i governati hanno disatteso le volontà popolari?

Ci sono due espliciti precedenti: la riforma costituzionale respinta dal corpo elettorale nel 2005 che non ha interrotto la smania revisionista, e il referendum sull’acqua pubblica vinto nel 2011. In quest’ultimo caso, i cittadini si espressero in maniera inequivocabile, eppure due mesi dopo il governo ripropose la normativa appena abrogata, sterilizzando il voto popolare. È un fenomeno preoccupante. Se tanto ci dà tanto, rischiamo con questa legislatura di vedere anche di peggio. Diceva Marx: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. La tragedia l’abbiamo già avuto nel 2005, la farsa nel 2016. La terza volta non so come si ripresenterà.

Perché il Coordinamento per la democrazia costituzionale (erede del comitato per il No) ha rilanciato depositando in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione? Perché sposare questa battaglia?

Innanzitutto per reagire alla stasi, rilanciando con una proposta che riaffermi il valore dei diritti. In secondo luogo, per dimostrare – al di là della propaganda e dei falsi miti – chi sono i conservatori e chi gli innovatori.

Chi sarebbero i veri conservatori?

Sono coloro che vogliono perpetuare lo status quo adeguando la Carta alle peggiori ricette economiche di natura restrittiva, misure lesive dei diritti fondamentali delle persone. I veri conservatori sono tutti coloro che vogliono fermare la spinta rivoluzionaria e di cambiamento insita nella nostra Costituzione. Conservatore è chi, accecato dall’ideologia, tende a limitare, in ogni caso, la spesa pubblica, dimenticando che è dovere della Repubblica riconoscere e garantire i diritti inviolabili. Il pareggio di bilancio è frutto di questa visione.

Centrosinistra e centrodestra – che hanno voluto la riforma dell’art 81 – potrebbero replicare dicendole che nel Paese esiste un problema di disavanzo e che va arginato il debito pubblico...

Ma questo è un problema di natura propriamente politica (e i diversi governi proporranno le loro ricette), non si può pensare di indicare un’unica soluzione in Costituzione, a pena di negare la sua natura più profonda. Il costituzionalismo che si è affermato nel Dopoguerra è definito “democratico e pluralista”. “Pluralista” non è una qualificazione generica, indica un carattere preciso che deve essere rispettato nella fissazione dei principi in Costituzione: essi non possono imporre un’unica ideologia, né liberista né comunista né socialdemocratica. La nostra Carta, infatti, è il frutto di una sintesi tra le culture liberale, comunista e cattolica, e ha retto per ben 70 anni. È per questo che i nostri costituenti hanno assegnato al Parlamento la scelta del tipo di politica economica e sociale da attuare. Con la modifica dell’art 81 si è rotto tale schema: il liberismo entra ufficialmente in Costituzione, come unica ideologia, come pensiero unico. Si impone una specifica politica economica a scapito di ogni altra. E sto parlando solo di garantire il pluralismo costituzionale... non sono neanche entrato nel merito delle politiche liberiste imposte con la modifica dell’art 81.

Allora entriamoci... qual è il suo giudizio?

La politica del pareggio di bilancio si è rilevata fallimentare. Non solo non ha assicurato alcun vantaggio all’economia reale, ma la norma costituzionale è sempre stata derogata. Mai applicata direttamente, ha prodotto solo perversi effetti collaterali. È un atteggiamento che dimostra la scarsa lungimiranza del nostro revisore costituzionale. Per mostrarsi compiacenti coi Paesi del Nord Europa, il governo Monti ha inserito in Costituzione una norma ineseguibile. Un monumento alla miopia di una classe dirigente incapace di perseguire gli obiettivi che essa stessa si impone.

Qui, però, introduciamo il discorso dell’Europa. Non è Bruxelles che ci ha chiesto di introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione?

È un falso, non ce l’ha imposto l’Europa! L’art 3 secondo paragrafo del Fiscal Compact, a cui si imputa questo obbligo, in realtà parla di porre vincoli di natura permanente ai bilanci, per poi aggiungere “preferibilmente a livello costituzionale”. Già dal punto di vista grammaticale mi pare chiaro, basta conoscere il senso delle parole. “Preferibilmente” indica una possibilità. Spetta poi ad ogni singolo Stato valutare se ritenere politicamente opportuna, o meno, la modifica della propria Carta. D’altronde v’è una riprova empirica: alcuni Paesi non hanno toccato la propria Costituzione, altri sì. Quindi nessun obbligo europeo. La scelta di “costituzionalizzare” il principio del pareggio di bilancio ricade pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Altra cosa, ovviamente, è dire che la normativa europea è stringente sui vincoli di bilancio, ma allora dovremmo allargare il discorso al complesso delle regole che operano entro lo spazio europeo: dal Patto Euro Plus al Two Packs, alle altre tante ricette di austerity.

Possibile che da anni in Italia si cerca soltanto di manomettere la Costituzione e si rifiuta, invece, di applicarla?

Dopo il 4 dicembre, la questione è ripartire dai valori della Carta per realizzare un reale cambio di passo. Molti esponenti politici promettono, a parole, un cambiamento ma poi indugiano in una stasi mortifera. Basterebbe guardare ai primi cinque articoli della nostra Costituzione che salvaguardano i diritti fondamentali delle persone, essi ci indicano la rotta da intraprendere.

In che consiste la vostra proposta di legge popolare?

Oltre a pretendere il ritorno al vecchio art 81, afferma che i vincoli di bilancio debbano essere definiti non in Costituzione ma dalla legge generale sulla contabilità e la finanza pubblica. In tal modo l’equilibrio necessario per chiudere i bilanci opererebbe entro la complessiva manovra di politica economica. Questo renderebbe possibile anche il rispetto degli obblighi contratti in Europa ma con un fondamentale limite: i vincoli devono sempre operare nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. È un’indicazione chiara.

Chi vi sta sostenendo finora in questa campagna?

Abbiamo incontrato diversi partiti e forze sindacali, in alcuni casi abbiamo riscontrato freddezza, altre volte no. Conclusa la campagna elettorale, spero si riescano a superare certe reticenze. Vorrei capire chi, in questa fase, a sinistra, possa sottrarsi dalla riaffermazione di politiche economiche solidali? Per chi ci dirà no, sono curioso di sentire le argomentazioni.

La sinistra è morta definitivamente o può rinascere da questa battaglia sul pareggio di bilancio?

La sinistra sta morendo perché s’è chiusa in se stessa. Non riesce più a prospettare un cambiamento reale della vita delle persone, le quali si sentono sempre più abbandonate dalle forze politiche di sinistra. E infatti i “dimenticati” guardano altrove, spesso alla destra populista. Per provare a sopravvivere la sinistra deve smetterla di pensare alle proprie piccole cose, che troppo spesso coincidono con la difesa di rendite di posizione personale e la voglia di regolare i conti solo all’interno delle proprie organizzazioni politiche ormai esangui. La battaglia per modificare le regole d’equilibrio finanziario a favore di una tutela rafforzata dei diritti fondamentali che noi proponiamo è una prospettiva “coraggiosa” e “concreta”. Per mio conto posso solo sperare che la sinistra non si faccia sfuggire l’occasione. Non ce ne saranno molte altre.

Il M5S è uscito vincitore dalle elezioni di domenica. E i grillini sono stati anche protagonisti nella battaglia per bloccare la riforma Renzi-Boschi nel referendum del 4 dicembre 2016, oltre ad aver votato contro l’introduzione del pareggio in bilancio in Costituzione. Il loro trionfo è una buona notizia, o no? Il M5S non può aiutarvi a sostenere questa battaglia sulla modifica dell’art 81?

Sarà un ottimo modo per mettere alla prova i nuovi governanti. I 5 Stelle sino ad ora hanno potuto sfruttare la condizione di oppositori. Hanno svolto in alcuni casi una importante funzione di argine alle degenerazioni della politica. La battaglia contro la controriforma costituzionale, che lei richiamava, è assai indicativa e, personalmente, la ritengo la loro migliore performance. Ora però – se vogliono realmente governare il Paese – dovranno passare dalla contestazione alla realizzazione di politiche sociali condivise. Mi auguro che ci possano stupire e superare le ambiguità (né destra né sinistra) o le incompetenze (dimostrate da diversi amministratori locali) facendosi promotori di una reale inversione di rotta raccogliendo le bandiere del costituzionalismo democratico e progressista. Se dovessero sostenere la proposta di modifica dell’articolo 81 sarebbe un ottimo segnale. E magari, in tal modo, potrebbero trovare anche i numeri e le alleanze per governare l’Italia in nome dei diritti fondamentali delle persone e non più dei mercati e della finanza.

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