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Israele: ritorno al medioevo

Lo Stato israeliano ha celebrato i settant’anni dalla sua fondazione …
… e finalmente è riuscito a dotarsi di una Costituzione scritta che, sinora, non era mai stata emanata in base all’idea che la vera Costituzione d’Israele è la Torah (le sacre Scritture). La legge approvata il 19 luglio dal Parlamento israeliano, la Knesset, ha rango costituzionale ed ha valore sostanziale di Costituzione, perché definisce la natura dello Stato ed i suoi caratteri fondamentali. Generalmente le Costituzioni guardano al futuro ed insediano la democrazia in un dato paese.

La Costituzione di cui si è dotato Israele, invece, separa definitivamente la democrazia dal sionismo, ripudia il diritto internazionale e punta ad instaurare un nuovo medioevo. Per essere più chiari, prendiamo in considerazione il primo articolo della Costituzione italiana che definisce l’identità dello Stato in questo modo: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…”. L’articolo corrispondente nella Costituzione israeliana è il seguente: “Lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione.

Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”. Tradotto in soldoni, vuol dire che Israele si autodefinisce come uno Stato etnico-religioso, nel quale l’autodeterminazione (cioè le pratiche della democrazia) sono riservate soltanto a chi professa la religione ebraica. In questo modo si restaura, in punto di diritto, l’apartheid e si ammaina la bandiera dell’eguaglianza innalzata dalla rivoluzione francese, che aveva posto fine – fra l’altro – ai ghetti etnico-religiosi. Ha osservato Gideon Levy in un articolo pubblicato dal quotidiano Haaretz (19/07/18): “La legge mette fine anche alla farsa di uno Stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno. Se lo Stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza.

Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica.” Date queste premesse, la nuova legge ripudia il diritto internazionale e stronca definitivamente il processo di pace, riconoscendo valore costituzionale (art.7) agli insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania, che sono stati definiti come illegali da centinaia di deliberazioni delle Nazioni Unite: “Lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l’insediamento e il consolidamento”. Ha dichiarato il celebre direttore d’orchestra Daniel Baremboim: “Non riesco a capacitarmi che il popolo ebraico sia sopravvissuto 2000 anni, malgrado le persecuzioni e infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi adesso in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo. Ma questo è esattamente ciò che fa la nuova legge.

Pertanto oggi mi vergogno di essere israeliano”. Ancora più drastico il commento di un esponente della cultura ebraica come Moni Ovadia, che parla di una catastrofe annunciata: “Con la promulgazione della legge razzista, Netanyahu e i suoi si preparano ad assumere la leadership assoluta dell’ondata nera ultrareazionaria che si sta espandendo in gran parte del pianeta dei privilegi. Esulteranno gli Orban e con lui gli altri governanti di Vysegrad,i Trump, i Salvini, le Le Pen. (..) È finito il tempo – conclude Moni Ovadia – delle proteste balbettanti e ritrose piene di ipocrite specificazioni ridondanti di ma e se, è il tempo di alzare alta e ferma la voce del diritto e della dignità per mobilitarsi in difesa della democrazia come valore irrinunciabile, altrimenti prepariamoci a nuove forme del disumano e dell’orrore.” Come dargli torto?

Domenico Gallo
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