Diaz: i veri colpevoli sono ancora liberi

di Gianluca Perricone - L'Opinione - 08/08/2012
Undici anni dopo, la Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne, ha di fatto chiuso la carriera di alcuni tra più importanti investigatori del Paese mentre i veri colpevoli del massacro ancora girano indisturbati

È da qualche giorno nelle librerie «Diaz» (ImprimAtur editore), il libro-intervista che Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo hanno realizzato sentendo la versione del comandante del reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini sui tragici eventi accaduti all’interno dell’edificio scolastico genovese il 21 luglio del 2001, durante il G8.

L’idea di realizzare il libro è nata, nei due autori, all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che, confermando le condanne,  ha, di fatto, “decapitato le eccellenze della Polizia di Stato”.

Ma dal libro dei due giornalisti de Il Giornale emerge una verità assai diversa rispetto a quella che è stata alla base delle condanne inflitte ad alcuni dirigenti ed agenti (soprattutto appartenenti al Settimo nucleo) della Polizia: «La storia della Diaz e degli scontri al G8 – sostengono i due autori - non è quella scritta nei tribunali o divulgata da un’informazione omologata».

Ed in effetti, prima dell’ingresso nella Diaz degli uomini di Canterini, erano già presenti dentro l’istituto uomini di Polizia abituati normalmente a reprimere le rivolte in carcere: insomma agenti dei cd. Gom che tanto “leggeri” nei loro interventi non sono.

È indubbio che nella scuola genovese ci sia stato il “massacro”, ma la giustizia nostrana non è riuscita ad individuare i veri colpevoli, andando invece a colpire chi, nel plesso scolastico, è stato fatto entrare a cose praticamente fatte o, quanto meno, già avviate. Le indagini non sono riuscite ad identificare quel nucleo di veri e propri “picchiatori” che, di fatto, avevano compiuto un vero e proprio assalto prima dei celerini.

Tra gli altri, viene raccontato un episodio per certi versi emblematico. Quello nel quale Canterini, appena iniziata l’irruzione, arriva al primo piano della Diaz: «Feci qualche passo – ricorda nel libro - e trovai uno dei miei, inginocchiato e senza casco, che soccorreva come poteva una ragazza rannicchiata su se stessa. Aveva i capelli rasati, le trecce sulla nuca, il cranio fracassato da cui fuoriusciva sangue a fiotti e materia cerebrale. Il poliziotto che aveva dato lo stop alla mattanza e che vegliava sulla moribonda aspettando l’ambulanza era Fournier». Per la cronaca, Michelangelo Fournier era il comandante del Nucleo sperimentale che era stato appositamente costituito per il G8.

«In quel caos epocale – racconta ancora l’oramai ex capo della Mobile romana - mi ritrovai, di fatto, a coordinare i soccorsi». E le manganellate a quella giovane donna (e non solo a lei) furono date da altri poliziotti che probabilmente mai saranno puniti per il loro inqualificabile pestaggio indiscriminato.

Invece, undici anni dopo, la Corte di Cassazione, rendendo definitive le condanne, ha di fatto chiuso la carriera di alcuni tra più importanti investigatori del Paese mentre i veri colpevoli del massacro ancora girano indisturbati.

In Italia, purtroppo, la giustizia funziona così.

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