L'autunno della 'casta'

di Francesco Baicchi - 08/08/2010

Le vicende di questi giorni ci consentono di sperare in una imminente fine del potere berlusconiano, e nella sopravvivenza nel nostro Paese di anticorpi democratici sufficenti a impedirgli di scivolare nel baratro di un regime autoritario senza ritorno.

Questa prospettiva non ci esenta dal dovere di chiederci cosa avverrà 'dopo'.

Perché i venti anni di berlusconismo rischiano di lasciare nella nostra società una traccia ben più durevole dei suoi governi, che dobbiamo invece impegnarci sino da ora a cancellare.

E' frutto del berlusconismo l'idea, non più solo sua, che sia possibile continuare a privare i cittadini del potere di scegliere da chi farsi rappresentare e governare, e che questo potere possa ancora essere trasferito a ristretti gruppi di dirigenti di partito, individuati, fra l'altro, in base a meccanismi sempre meno trasparenti e partecipati.

Come lo è pensare che in democrazia il consenso di una maggioranza degli elettori (specialmente se ristretta o addirittura solo relativa) possa consentire di governare senza controlli, ignorando e reprimendo il dissenso; e che il voto debba essere espresso sul simulacro mediatico di un leader cui affidare carta bianca, invece che su un programma e su obiettivi politici verificabili.

In attesa della caduta, auspicabilmente definitiva, di Berlusconi, sarebbe necessario riflettere anche sulla mitizzazione del 'decisionismo' e sulla tentazione di cancellare il modello costituzionale che prevede il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche attraverso un sistema rappresentativo piramidale (attraverso il quale far circolare anche l'informazione) per sostituirlo con una oligarchia di sedicenti tecnocrati, cooptati non certo per le loro oggettive competenze.

Se vogliamo cancellare questo ultimo ventennio (e i suoi tanti riferimenti a quello mussoliniano) è indispensabile puntare a restituire credibilità e dignità alla politica, escludendo una volta per tutte che possa costituire una scorciatoia per arricchimenti facili, carriere irreversibili quanto automatiche e l'accesso a un mondo intoccabile dai meccanismi della Giustizia.

Per troppo tempo i teatrini televisivi e una stampa ampiamente asservita hanno assuefatto una parte importante dell'elettorato alla presenza di malviventi e di personaggi comunque impresentabili nei livelli dirigenziali del Paese, consolidando il modello del 'furbo' di successo e inquinando tutti i livelli delle relazioni sociali.

Occorre recuperare quella ampia percentuale di astensione dovuta anche al disgusto per l'impunità troppo spesso garantita ai politici in modo trasversale, stravolgendo l'istituto dell'immunità, pensato per difendere i rappresentanti del popolo dal Potere, non certo dai Giudici.

Interrompere l'anomalia italiana che vede accentrati il potere economico, quello mediatico e quello politico in una persona dalla indubbia immoralità è un obiettivo irrinunciabile e prioritario, che non può essere messo in discussione da distinguo ideologici o interessi 'di bandiera'.

Ma il programma di forze politiche intenzionate a riportare il nostro Paese nell'ambito della democrazia non può non comprendere l'obiettivo assai più ampio e difficile di ricostruire una società moderna, fondata sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla responsabilità e sull'etica, in grado di selezionare dirigenti onesti e capaci.

La società cui puntavano, nelle loro diversità ideologiche, quanti scrissero la nostra Costituzione del 1947; l'obiettivo della cui realizzazione può divenire, ora come non mai, una base solida e comune su cui costruire un futuro migliore.

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