Per una vera alternativa

di Francesco Baicchi - 25/10/2012
Nonostante che la scadenza elettorale della primavera 2013 si stia rapidamente avvicinando, il quadro politico non sembra assumere contorni più chiari.

Non solo perché non sappiamo ancora con quale legge elettorale voteremo, ma anche perché sia a destra che nel cosiddetto centrosinistra troppe sono ancora le incognite; a partire naturalmente dal nome dei candidati. Particolare non trascurabile, visto che, nonostante l'appartenenza alla stessa coalizione, appare difficile cancellare la distanza fra le posizioni, per esempio, di Renzi e Vendola.

Ancora più grave rimane il perdurare della assenza di una 'offerta' elettorale credibile che si rivolga a quanti non sono più disposti a votare per i notabili scelti dalle segreterie dei partiti tradizionali confusi nella 'strana maggioranza' che sostiene Monti, e che ora hanno di fronte solo l'alternativa fra il non-voto e il populismo becero di Beppe Grillo, la cui pericolosità sul piano democratico è difficilmente negabile.

Un'area questa che, sommando astensionismo e consensi al M5S, supera ormai il 60% dell'elettorato potenziale totale.

Eppure la consultazione del 2013 riveste innegabilmente una importanza storica, perché dovrebbe dimostrare la capacità del nostro Paese di uscire definitivamente da un ventennio (un altro!) di predominio di una sottocultura che ha tentato, in parte riuscendoci, di cancellare i principi fondamentali su cui è nata la nostra Repubblica, prima di riconoscere la propria impotenza.

E se il governo 'tecnico' di Monti è riuscito, con una politica gradita alla destra finanziaria internazionale, a restituire al nostro Paese una certa credibilità, non ha certo risolto (né, forse, gli competeva farlo) l'emergenza democratica derivante da una lunga stagione di delegittimazione dei principi di equità, giustizia e solidarietà che ispirano la nostra Carta Costituzionale.

La scadenza del 2013 è di fatto chiamata a chiarire se il nostro Paese è in grado di restituire agli elettori il potere di scegliere da chi farsi rappresentare in un Parlamento che deve recuperare la credibilità perduta e tornare ad essere la sede in cui si decidono le priorità delle scelte legislative. Oppure se il berlusconismo sopravviverà al suo inventore, lasciandoci in eredità, chiunque vinca, la tentazione della concentrazione del potere in poche mani e l'impunità per una 'casta' di disinvolti professionisti della politica imposti dai gruppi dirigenti dei partiti.

In questa situazione appare assolutamente prioritario impedire che, ancora una volta, un'ampia area dell'opinione pubblica non trovi rappresentanza istituzionale. A tale scopo è forse determinante che i 'nuovi soggetti politici' nati recentemente e che raccolgono cittadini responsabili e dissenzienti trovino un minimo comun denominatore che consenta loro di presentare liste esplicitamente alternative di personalità in grado di ottenere la fiducia degli elettori e recuperare un'ampia percentuale dell'astensionismo e dello stesso voto di protesta.

Non dovrebbe essere difficile, mettendo da parte protagonismi e velleità identitarie, trovare una piattaforma comune sulla necessità di una maggiore equità fiscale, della cancellazione di privilegi insopportabili, di una vera lotta alla corruzione, di una politica economica che privilegi chi investe e fa ricerca, e perfino sulla necessità di un concreto impegno per una Europa diversa, che sappia svolgere il ruolo che le compete sul piano dei rapporti internazionali.

Tutti temi sui quali la nostra Costituzione del 1948 contiene indicazioni che non hanno necessità di alcun correttivo, ma solo di essere realizzate.

L'esito della prossima consultazione è però già pesantemente condizionato dalle difficoltà quasi insormontabili che ostacolano questa presenza.

Non sono solo le 'soglie' e il premio di maggioranza di una legge elettorale che punta esplicitamente al bipolarismo forzato a svolgere una funzione oggettivamente conservatrice, ma anche o soprattutto l'atteggiamento dei media, che concedono all'attivismo dei movimenti spontanei solo una frazione dello spazio destinato alle più irrilevanti iniziative dei partiti tradizionali e dei soggetti loro fiancheggiatori.

Nel frastuono degli scandali, delle polemiche personali, delle dichiarazioni ad effetto dei soliti noti diviene così quasi impossibile comunicare con una platea sufficientemente vasta di elettori, ottenerne l'attenzione e, ancora più importante, la partecipazione.

Ma questa rimane l'unica strada percorribile per quanti puntano a restituire credibilità ai metodi democratici, anche ricercando nuovi strumenti di partecipazione che consentano di far fronte alle emergenze sociali e ambientali della nostra epoca, e di uscire dalla attuale situazione di subalternità della politica agli interessi della finanza internazionale.

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