La bandiera italiana alla crociata Usa

di Francesco Strazzari - ilmanifesto.it - 15/07/2026
Ciò che conta è che esista una grammatica già pronta per tradurre il conflitto politico in minaccia terroristica per la nazione e, con essa, in nuovi poteri, nuovi bilanci e nuove politiche di militarizzazione.
Due giorni, 60 Paesi, e un nemico che non prende forma: benvenuti al vertice sul «terrore rosso», condotto da Marco Rubio a Washington per contrastare la «rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra». Una minaccia che l’Europol misura, per il 2024, in 21 episodi in tutta la Ue, quasi tutti incendi contro pannelli solari e furgoni aziendali, zero vittime.
L’Italia ha scelto una formula collaudata: non un ministro, ma un sottosegretario – bandiera issata, voce abbassata. Mentre altre cancellerie europee lo snobbano, Roma presta la propria presenza a un evento che non discute una minaccia, ma all’opposto la certifica. Questo è infatti il punto politico: trasformare una categoria (controversa) di polizia in un fatto diplomatico.
Mesi fa su queste colonne avevo discusso dati che mostrano come la designazione di Antifa come organizzazione terroristica non risponde a un’emergenza di sicurezza, ma a una strategia di criminalizzazione del dissenso. Gli sviluppi giudiziari successivi (caso Kirk) non hanno modificato quel quadro. Oggi il vertice di Rubio introduce un elemento nuovo e più inquietante: mette in scena una diagnosi strumentale in forma di diplomazia multilaterale. Negli ultimi 18 mesi la Casa Bianca ha smontato 66 organizzazioni e trattati internazionali e ha adottato sanzioni (ieri ne ha annunciate altre) contro 11 funzionari della Corte penale internazionale.
Trump ha portato gli Usa fuori da Oms e Accordo di Parigi sul clima il primo giorno di mandato. Del multilateralismo e del diritto penale internazionale – architravi dell’ordine «basato sulle regole» – non resta quasi nulla, tranne quando servono a costruire ideologia. Sessanta Paesi convocati attorno a una minaccia costruita a tavolino si riducono a questo: l’unica forma di multilateralismo che Washington ancora organizza, una crociata. Lo conferma la liturgia di Stato: il 4 luglio, per il 250° anniversario della nazione, Trump ha scelto Mount Rushmore e il National Mall per annunciare che «il comunismo è una minaccia mortale per la libertà americana», «più grande della Prima e della Seconda guerra mondiale, di Pearl Harbor, persino dell’11 settembre». La minaccia non viene più descritta (sarebbe contestabile con dati): viene iscritta nel mito nazionale, saldando il nemico interno alla nascita della Repubblica.
Lo stesso schema compare per Cuba, caso-scuola del metodo. Il 20 maggio Rubio ha ottenuto l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento nel 1996 di due aerei di Brothers to the Rescue: giustizia unilaterale, retroattiva, esibita, mentre gli organismi multilaterali che dovrebbero occuparsene restano deliberatamente disarmati. Uno studio Csis del 2025 ha fatto notizia perché per la prima volta in trent’anni gli attacchi di estrema sinistra avrebbero superato quelli di estrema destra – cifra rilanciata da Axios come «punto più alto» del terrorismo di sinistra. Letta per intero, la ricerca dice però altro: nell’ultimo decennio la violenza di estrema sinistra ha causato 13 morti negli Usa, contro 112 riconducibili alla destra radicale e 82 al jihadismo – un rapporto di uno a nove che nessun conteggio di episodi può capovolgere. Il metodo di classificazione, peraltro, è oggetto di aspre contestazioni: chi decide cosa è «di sinistra» decide anche il risultato. Non è un dettaglio tecnico. Al contrario, mostra come la categoria di terrorismo non fotografa un fenomeno, lo costruisce.
Non si tratta, qui, di negare l’esistenza di episodi di violenza politica, di attacchi ad infrastrutture o altro, ma di rigettare equazioni del tutto fuorvianti – con Pearl Harbor, con Al Qaeda – che presuppongono strutture di comando, finanziamento, proiezione operativa transnazionale di cui non c’è traccia, negli Usa come altrove. E dunque, considerato il trattamento riservato da Trump alla premier italiana (ex pontiera), a chi giova tanta compiacenza verso una proposta così distorsiva e divisiva? In Occidente la violenza di estrema destra continua spesso a essere assorbita nella cronaca nera o raccontata come patologia individuale. Il caso Traini, pur centrale nel dibattito elettorale del 2018, resta emblematico. Politicamente parlando, almeno dall’assassinio di Umberto I, preferiamo la formula “segui la pista anarchica”, diventata perfino un meme.
Quando un registro interpretativo viene ripetuto abbastanza a lungo, finisce per creare il lessico con cui saranno giustificate le emergenze future. Domani il nemico potrà magari risultare dalla confusione di fenomeni fra loro distanti anni luce, come eco-anarchismo e guerra ibrida russa, o altro ancora. Ciò che conta è che esista una grammatica già pronta per tradurre il conflitto politico in minaccia terroristica per la nazione e, con essa, in nuovi poteri, nuovi bilanci e nuove politiche di militarizzazione.
Gli studi critici su sicurezza e terrorismo mostrano come la designazione del nemico, anche dove il nemico non esiste in forma organizzata, produce le condizioni perché esso prenda corpo: sorveglianza, criminalizzazione, radicalizzazione difensiva. Il rimedio genera il problema che dice di curare. Si pensi ai 15 membri di Direct Action Minnesota, incriminati il 16 giugno per una presunta cospirazione «di matrice antifa» contro agenti dell’Ice: incalzato su cosa sia, esattamente, Antifa, il procuratore federale Daniel Rosen ha risposto «Leggete l’atto d’accusa» – rifiutandosi persino di dire se un agente sia mai stato ferito. Novantaquattro pagine costruite perlopiù su chat interne e un post Facebook con la parola «ingovernabile». Non è un caso isolato, se si pensa come già metà delle 36 incriminazioni federali contro manifestanti anti-Ice nello Stato è caduta per insufficienza di prove.
Un’accusa produce l’organizzazione che pretende di scoprire; l’organizzazione diventa la prova della minaccia; la minaccia giustifica il vertice; il vertice restituisce alla minaccia un timbro di legittimità internazionale. È questa la vera architettura della sicurizzazione. Parteciparvi, anche soltanto con un sottosegretario che porta la bandiera alla crociata, significa accettarne la logica e contribuire a renderla reale.

Questo articolo parla di:

archiviato sotto: