La compravendita dei migranti in Libia: una testimonianza

di Baobab Experience - 15/01/2022
Riteniamo che la testimonianza di J. debba essere di dominio pubblico e che chiunque debba essere consapevole di cosa sceglie l'Italia nel rinnovare il Memorandum con la Libia

Riportiamo qui un estratto dell'intervista a J.

—Quanto tempo sei rimasto in Libia?
—Circa quattro anni.

 —Come è stata la tua vita in questi quattro anni?
—In Libia esiste la schiavitù. Da quando ho messo piede a Cufra, al confine col Sudan, sono stato venduto molte volte. Venduto e imprigionato.

 —Te la senti di raccontare?
—È un sistema collaudato. Sono stato tradito dai trafficanti che avevo pagato per attraversare il deserto. Mi hanno rinchiuso in un container isolato e sorvegliato giorno e notte da uomini armati: non avevo soldi per pagarmi la libertà e quindi ho dovuto aspettare che qualcuno mi comprasse per farmi lavorare come schiavo nei campi vicino a Jadiba. Un’altra volta, alcuni agenti di polizia hanno fermato il taxi sul quale stavo viaggiando, mi hanno picchiato e poi mi hanno rinchiuso per circa un mese in una prigione senza luce, assieme ad altre decine di persone. Sono uscito da lì solo per essere nuovamente venduto ai mercanti di uomini. Anche quando finalmente ero riuscito a mettere da parte abbastanza soldi per lasciare la Libia e pagare il viaggio nel Mediterraneo, i trafficanti erano d’accordo con la Guardia costiera: si sono divisi i soldi del nostro “biglietto per la libertà” e ci hanno portati nelle carceri di Stato.

 —Quando hai lasciato il Sudan conoscevi i pericoli che avresti corso?
—Le storie dei fratelli passati per la Libia o ancora bloccati oltremare sono note in Sudan. Sappiamo bene che la Libia non conosce leggi e non conosce il valore della vita umana.

—Sei partito lo stesso…
—In Sudan vivevo in semi-clandestinità: mio cugino era un personaggio molto noto dell’opposizione al regime dl al-Bashir e venivo sistematicamente minacciato, arrestato e ricattato dagli uomini dell’ex Presidente: volevano sapere dove si nascondesse. Rimanendo in Sudan la mia fine era scritta. Partendo si sceglie di affrontare dei rischi, ma c’è la speranza che, sopravvivendo, le cose possano cambiare.

 

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