Il Melonellum esce con le ossa rotta dalla prima giornata delle audizioni in commissione Affari costituzionali del Senato. I costituzionalisti ascoltati hanno infatti sottolineato i molteplici aspetti critici di questa riforma elettorale, che non reggerebbe al giudizio della Corte costituzionale. Se poi il governo puntasse a urne che anticipino la bocciatura della Consulta, questa potrebbe subito dopo dichiarare illegittimo il nuovo Parlamento, gettando il Paese in una crisi istituzionale senza precedenti.
Per altro, le fibrillazioni tra i parlamentari di Fdi, a causa delle preferenze, stanno spingendo i dirigenti del partito di Meloni a ipotizzare ulteriori modifiche che porterebbero a una nuova versione del testo, un Melonellum quinquies. Il presidente della commissione, Andrea De Priamo (Fdi), ha apprezzabilmente evitato di contrarre i tempi sia delle relazioni dei giuristi che delle domande: il risultato però è stata la demolizione di tutti gli aspetti del Melonellum.
La Corte, hanno spiegato i costituzionalisti, non lascerebbe intatti il listone bloccato nazionale del premio, la cosiddetta norma anti-frammentazione, il premio nazionale per il Senato, la dipendenza del risultato di una delle Camere da quello dell’altra, l’attribuzione di un premio indipendentemente dal numero di aventi diritto che si recano alle urne e dal distacco tra la coalizione vincente e quella soccombente.
Per non parlare dell’indicazione del candidato premier al momento di presentare le liste: o è un vincolo per il presidente della Repubblica e allora viola l’articolo 92 della Costituzione, o non lo è e in tal caso è un inganno per gli elettori, ha osservato Nicola Grasso, il quale ha anche detto che l’unica ratio di questa riforma è «far vincere il centrodestra che con il Rosatellum perderebbe».
Perfino i pochi giuristi che hanno promosso il testo nel complesso (Michele Belletti, Tommaso Frosini, Alessandro Sterpa) o non lo hanno bocciato in toto (Stefano Ceccanti) non hanno potuto non convenire sull’illegittimità del listone bloccato nazionale per assegnare il premio. Né le finte preferenze, con i capilista bloccati, salverebbero il Melonellum, visto che al massimo il 20% di deputati e senatori sarebbero eletti con esse. Insomma, ha detto Enrico Grosso, «questa legge non è neanche promulgabile, è manifestamente incostituzionale».
Gli altri, da Gaetano Azzariti a Giovanna De Minico, da Fulco Lanchester ad Andrea Pertici e Roberto Zaccaria, non hanno tirato per la giacca Mattarella ma hanno concordato che questa riforma non reggerebbe il giudizio della Corte Costituzionale. Zaccaria ha affermato che la Consulta si pronuncerà subito; ma la riflessione di De Minico ha fatto correre i brividi: «Questa legge non deve fare sonni tranquilli; sicuramente se io fossi il governo non darei alla Corte il tempo di farmela sgretolare. Però se la Corte intervenisse subito dopo, questa bella clausola che aveva messo nella sentenza 1 del 2014, cioè che pur essendo illegittimo il Porcellum il parlamento rimane fermo, io credo che non la possa riproporre.
Perché allora il fattore tempo c’era stato, il parlamento aveva approvato leggi e atti, non poteva la Corte cancellare tutto. Se la Corte intervenisse subito dopo le elezioni, potrebbe avere un ripensamento, fare un over ruling, perché il fatto è diverso: il parlamento è neo eletto, la Corte ne cancella il titolo, avremmo un parlamento sine causa. Certamente non può essere la Corte a mandarlo a casa, ma potrebbe essere il presupposto di una valutazione da parte del Capo dello Stato».
Altro problema per Meloni e i dirigenti di Fdi sono i malumori dei propri parlamentari. L’introduzione delle preferenze ma con capilista bloccati riguarderebbe esclusivamente loro, perché Fi e Lega eleggerà solo i capilista bloccati. Le fibrillazioni dipendono dal fatto che gli attuali deputati e senatori, eletti con liste bloccate, si troverebbero in difficoltà rispetto a candidati (consiglieri regionali o comunali, assessori) che in recenti elezioni hanno raccolto preferenze. Di qui la richiesta di eliminare l’obbligo, inserito nel Melonellum quater, che i candidati nel listone nazionale del premio siano anche capilista nei listini proporzionali. Cancellando tale norma un maggior numero di uscenti potrebbe correre come capolista.


