I ritardi della sinistra nel definire una visione comune in grado di attrarre e recuperare il popolo del non voto alle elezioni politiche – cosa possibile come si è dimostrato nella maggior parte dei referendum costituzionali, da ultimo in quello del 23 marzo scorso – sono purtroppo evidenti e non fanno presagire niente di buono. Rappresentano, anzi, una prova di colpevolezza ex ante in un delitto che di qui a breve potrebbe essere compiuto ai danni della democrazia costituzionale venuta dalla Resistenza. Questa, in realtà, è già fortemente indebolita dai ripetuti attacchi sferrati negli ultimi venticinque anni da una classe politica inetta che si è mossa trasversalmente, a ondate successive e in una perversa convergenza anticostituzionale. Dalla scellerata revisione del Titolo V ai tentativi anticostituzionali di Berlusconi e Renzi (a distanza di dieci anni l’uno dall’altro); all’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione del 2012 e alla riduzione del numero dei parlamentari. Senza voler entrare qui nel merito, con questi passi (e molti altri nella legislazione e nella decretazione d’urgenza) si è tracciata una convergente linea anticostituzionale. Una volta la Costituzione non piaceva solo ai fascisti, questo negli ultimi trent’anni non abbiamo più potuto dirlo, ora ci vogliono fatti di sinistra, scelte inequivocabili e convincenti poiché fra pochissimo potrebbe arrivare il colpo di grazia da parte della destra neofascista di Governo.
C’è vita nella società civile e nelle realtà associative
La difesa della Costituzione da parte del popolo sovrano, invece, è una costante come lo sono i temi della pace, della solidarietà, del lavoro vero, dell’antifascismo, della democrazia pluralista, dell’eguaglianza. Su questi temi si incontra la partecipazione di chi non vota più, e la domanda che si pone spontanea è se su questa piattaforma di idee, valori e obiettivi la sinistra politica abbia una linea unificante o meno. La sinistra politica no, quella di movimento invece si: i partiti non ce l’hanno le idee chiare; le forme associative di base che hanno promosso le più grandi manifestazioni degli ultimissimi anni (dalla CGIL all’ANPI, da Libera alle reti contro il genocidio, se ne potrebbero elencare centinaia) sono diventate, per fortuna, i punti di riferimento proprio dell’esercito del non voto e dei giovani che il 23 marzo in massa hanno votato no.
Ecco dove si trova l’abisso oscuro in cui la luce non arriva: le forme associative di base non si presentano alle elezioni (guai se così fosse) e, nelle condizioni appena evidenziate, quella stranezza che definiscono “campo largo” non capterà neanche un voto di quell’esercito di elettori che non son stupidi e ciechi. Nonostante il berlusconismo abbia condotto e conduca tuttora la più grande campagna di impoverimento culturale della popolazione mai vista negli ultimi due secoli, in quel “campo largo” si trova di tutto. Evito elenchi nominativi, mi limito a dire che in esso troviamo tutti coloro che hanno tentato di stravolgere la Costituzione in quella perversa convergenza anticostituzionale di cui abbiamo parlato sopra. È vero, ci sono anche partiti che hanno da sempre mostrato coerenza, ma questi si ritrovano con gli artefici di questa Caporetto e, mi chiedo, perché i giovani e chi non vota più proprio per questo mare di guasti dovrebbero votare per il campo largo?
Il PD è il principale partito di quest’area, proprio per questo è anche il principale contenitore delle contraddizioni di cui stiamo parlando. Condivido importanti considerazioni di Gianfranco Pasquino (Domani, 13 maggio 2026) che giustifica correttamente la convivenza in questo partito (non casualmente definito “indispensabile”) di varie componenti. “Un po’ dappertutto – dice – nell’internazionale dei partiti progressisti, convivono in misure variabili, in un difficile equilibrio, componenti riformiste e radicali”. E non sono giustificabili le critiche al PD per questa pluralità di presenze: chi critica forse dimentica, dice Pasquino, “che la società italiana è molto frammentata, alquanto corporativa, modicamente antipolitica”. Le componenti, quella riformista e quella radicale “danno un contributo a fare volare il partito, soprattutto se imparano e sanno comportarsi lealmente”.
Non c’è dubbio, tutto condivisibile, ma nel pluralismo interno di un partito, restando per un attimo nell’astrattezza, vi sono dei limiti invalicabili rappresentati dalla sua natura e dai suoi obiettivi strategici. La prima è legata ai secondi e viceversa in un rapporto inscindibile, e l’articolazione per componenti non può contraddire né la natura di un partito, né i suoi obiettivi strategici. Ne discende, torno al concreto, che se un partito si chiama Democratico e proviene da una tradizione costituzionalista indiscussa, si presume abbia una vita interna democratica e fra gli obiettivi strategici ci sia quello di attuare la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Se però in questo partito si manifestano tendenze anticostituzionali, antioperaie, filo-secessioniste, militariste e via dicendo, chi le rappresenta esce dalla regolare dialettica interna evidenziata da Pasquino per entrare in un’altra casa dove non abita la Costituzione. In queste condizioni, il PD potrebbe anche essere “potenziale costruttore di una coalizione che si candida a governare il paese”, ma resterebbe privo della credibilità necessaria per il recupero dell’esercito del non voto e dei giovani.
Non c’è tempo da perdere per riuscire a sconfiggere la destra
Il percorso di costruzione di una programmazione politica credibile e in grado di affascinare al punto di riconquistare il non voto e i giovani, come si vede, non è semplicemente in ritardo: come sforzo unitario e convergente di tutta la sinistra, non è nemmeno iniziato. In realtà, su questo fronte qualcosa si sta muovendo: Conte ha lanciato un percorso partecipativo denominato N.O.V.A. con un quesito rivolto ai cittadini: “Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per migliorare la vita delle italiane e degli italiani?”.
Si tratta non di una novità metodologica poiché in Europa e in Italia percorsi di democrazia partecipativa se ne svolgono ormai da mezzo secolo anche per volontà di coalizioni politiche locali che vincono le elezioni da svariati decenni (Grottammare docet), ma è una novità che sia proposto ora da una forza politica alla vigilia di una drammatica consultazione politica come quella che ci sarà fra un anno. Al netto della correttezza della metodologia attualmente in svolgimento (sulla quale nulla è da eccepire) l’esperimento presenta un vulnus: è promosso da una sola delle forze politiche di una sinistra che nemmeno in questo riesce a colloquiare per proporre insieme percorsi di programmazione dal basso come nuovo modo della politica e della vita interna dei partiti. All’autoreferenzialità, stavolta, si poteva sostituire un grande segnale innovativo.
Come si vede, la strada è molto lunga, mentre le elezioni politiche si svolgeranno solo fra un anno. Il rischio paventato in apertura, proprio per questo, esiste veramente, soprattutto se questo Governo riuscirà ad approvare rapidamente il “melonellum”. In tal caso, non potendo sperare nel recupero del non voto, resterebbe solo da augurarsi uno spostamento di voti a favore del campo largo che, almeno, pur rinviando a data da destinarsi la nascita di una nuova sinistra unita, scaccerebbe i fascisti dal Governo.

