In Memory Of

di Barbara Fois - Liberacittadinanza - 27/01/2019
Ricordiamo non solo la shoà ma anche lo sterminio del popolo palestinese, perché il giorno della Memoria deve servire a ricordare tutti coloro che soffrono la discriminazione, la limitazione della libertà, l’umiliazione della propria etnia, la tortura e la morte. E sono ancora tanti nel mondo, compresi i migranti.

Come tutti gli anni, come mi sono ripromessa tempo fa, nel giorno in cui si ricorda la shoà - quell’orrendo massacro degli Ebrei, perpetuato dal feroce regime nazista con l’aiuto anche dei fascisti italiani ( ricordiamolo sempre, a proposito di memoria e ricordiamoci anche che quella mentalità razzista circola ancora nel nostro paese) - dobbiamo ricordare anche la tragedia del popolo palestinese, che da anni sta subendo una violenza inaccettabile da parte di Israele.



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In alto bambino ebreo; in basso bambino palestinese


Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, più nota con il nome tedesco di Auschwitz, e scoprirono l’esistenza del lager e dei detenuti: di quelli massacrati e dei pochi rimasti e ridotti in fin di vita. Poi furono scoperti gli altri lager, come Dachau, Mauthausen e Buchenwald. Da quel momento gli orrori commessi dai nazisti in quei campi di concentramento, in cui erano stati radunati – per essere uccisi – cittadini inermi, colpevoli solo di essere di fede ebraica, o di nazionalità zingara o di orientamento omosessuale, o di ideologia comunista, furono noti in ogni angolo del mondo, fra la costernazione e lo sdegno di tutte le persone civili. Contro chi si ostina a dichiarare l’Olocausto come una menzogna, o una invenzione, ci sono centinaia di migliaia di foto e soprattutto quelle di Margareth Bourke White, grande fotografa e reporter della famosa rivista americana LIFE, ma anche uno dei fotografi ufficiali dell’Esercito Americano. I suoi reportage fotografici nelle zone di guerra e nelle città bombardate sono fra i più famosi, ma forse le foto più impressionanti sono proprio quelle che lei scattò a Buchenwald, quando le truppe americane raggiunsero quel lager e vi entrarono. C’è anche un filmato che testimonia questo momento ed è spaventoso.

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Prigionieri ebrei a Buchenwald (foto di M.Bourke White)



Alla fine della seconda Guerra Mondiale fu deciso di trasferire i superstiti in terra di Palestina, che allora faceva ancora parte del cosiddetto “Mandato Britannico della Palestina”, istituito nel 1916 attraverso gli accordi Sykes-Picot, e affidato al governo del Regno Unito, dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nella Grande Guerra.

Il 29 novembre 1947 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, nella risoluzione n. 181, approvava il piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l'altro arabo. Come sappiamo bene questa risoluzione non è mai stata attuata. Però già nel 1948 gli israeliani avevano costruito dei lager dove chiudevano i palestinesi.

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Prigionieri civili palestinesi, luglio 1948(Foto Salman Abu Sitta, Palestine Land Society – fonte al-Akhbar)



L’istituzione di campi di concentramento e di lavoro seguì la dichiarazione unilaterale dello stato di Israele, nel maggio 1948. Secondo il sito http://nena-news.it/ erano cinque i campi ufficiali noti alla Croce Rossa Internazionale, che contenevano fino a 3.000 prigionieri l’uno. Si parla di altri 17 che non sono stati ufficialmente riconosciuti. “Un aspetto – raramente studiato o discusso approfonditamente – è l’internamento di migliaia di civili palestinesi negli almeno 22 campi di concentramento e di lavoro istituiti dai sionisti che sono esistiti dal 1948 al 1955. Ora, grazie alla ricerca completa dello storico Salman Abu Sitta e al membro fondatore del centro di risorse palestinese BADIL Terry Rempel, si sa qualcosa di più sui contorni di questo crimine storico”. Lo storico palestinese Salman Abu Sitta ha scritto diversi articoli in proposito, pubblicati sul Journal of Palestine Studies (JPS), la più famosa e attendibile rivista in lingua inglese, dedicata esclusivamente agli affari palestinesi e al conflitto arabo-israeliano.

Prima della dichiarazione unilaterale dello stato di Israele, il numero dei prigionieri palestinesi era piuttosto basso, perché “la leadership sionista aveva concluso presto che l’espulsione forzata della popolazione civile era l’unico modo per stabilire uno stato ebraico in Palestina con una larga maggioranza ebraica necessaria per essere ‘vitale'”. In altre parole, per gli strateghi sionisti, i prigionieri erano un peso nelle fasi iniziali della pulizia etnica

“Il primo campo fu quello di Ijlil, che era a circa 13 km a nord est di Jaffa, sul sito del villaggio palestinese distrutto di Ijlil al-Qibiliyya, svuotato dei suoi abitanti ai primi di aprile. Ijlil era prevalentemente composta da tende, che ospitavano centinaia e centinaia di prigionieri, classificati come prigionieri di guerra da parte degli israeliani, circondati da recinzioni di filo spinato, torri di guardia e un cancello con le guardie…Con le conquiste israeliane che crescevano, e che facevano aumentare esponenzialmente il numero dei prigionieri, furono aperti altri tre campi. Questi sono i quattro campi “ufficiali” che gli israeliani avevano confermato e erano stati regolarmente visitati dal CICR.(Croce Rossa Internazionale)”.

Citando un rapporto mensile del luglio 1948 redatto dal capo missione della CRI ​​Jacques de Reynier, lo studio afferma che egli aveva osservato “che la situazione degli internati civili è stata ‘assolutamente confusa’ con quella dei prigionieri di guerra e che le autorità ebraiche ‘trattavano tutti gli arabi di età compresa tra i 16 e i 55 anni come combattenti e li tenevano rinchiusi come prigionieri di guerra'”. Inoltre, la CRI aveva trovato tra i detenuti dei campi ufficiali 90 uomini anziani e 77 ragazzi, di età inferiore ai 15 anni. Lo studio mette in evidenza le dichiarazioni del delegato della CRI Emile Moeri nel mese di gennaio del 1949 sui detenuti del campo:

“E’ doloroso vedere queste povere persone, soprattutto anziani, strappati ai loro villaggi e messi senza ragione in un campo, costretti a passare l’inverno sotto le tende bagnate, lontano dalle loro famiglie; coloro che non hanno potuto sopravvivere a queste condizioni sono morti. Figlioli (10-12 anni) si trovano ugualmente in queste condizioni. Allo stesso modo i malati, alcuni con la tubercolosi, languono in questi campi in condizioni che, pur accettabili per individui sani, certamente porteranno alla loro morte, se non troviamo una soluzione a questo problema. Per molto tempo abbiamo chiesto alle autorità ebraiche di rilasciare quei civili che sono malati e necessitano della cura delle loro famiglie o di un ospedale arabo, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta”.

Vi invito a continuare a leggere altre notizie e informazioni, nei siti di cui fornirò i link. Ho qui voluto solo dare qualche dato, che personalmente mi ha colpito moltissimo: non erano passati che pochi anni dalla liberazione degli ebrei dai campi di sterminio ed ecco che le stesse persone sopravvissute e arrivate in Palestina si comportavano come i loro aguzzini, contro un popolo povero e incolpevole. Non ho paura di ribadire ancora una volta che se un popolo come quello ebraico, con tutto quello che ha sofferto, è capace di infliggere le stesse torture e crudeltà ad un altro popolo, più povero e disarmato, vuol dire che non ha imparato nulla dal suo vissuto e questo è non solo inquietante e ingiustificabile, ma anche a dir poco ignobile. E a questo proposito vi invito a leggere il sito di Diego Siragusa e in particolare sulle brigate sioniste e l’accordo con Hitler.

Dico questo perchè la giornata della Memoria deve proprio servire a ricordare tutto e non solo selettivamente quello che ci pare. Non dobbiamo dimenticare nulla: tutto il male che abbiamo fatto contro tutti, non solo contro gli Ebrei.

Per esempio fra qualche giorno, il 1 febbraio, sarà il giorno della memoria per il popolo Sioux, perché fu proprio il 1 febbraio del 1876 che il governo degli Stati Uniti dichiarò guerra al popolo Sioux e lo sterminò. Così come sterminò tutte le altre tribù: i Lakota, i Mohicani, gli Apache, i Cherokee, i Cheyenne, i Comanche, etc. I trattati stipulati dal governo USA con i nativi americani furono spesso ignorati, mentre continuvano i massacri di donne, vecchi e bambini, come nel massacro di Sand Creek, ad opera di John Chivington. Le tribù Sioux e Apache si unirono contro “gli inglesi” e raggiunsero una vittoria eclatante a Little Bighorn, dove Cavallo Pazzo e Toro Seduto vinsero su George Armstrong Custer e il suo 7°cavalleria. Ma una battaglia non è la guerra e purtroppo sappiamo bene come è finita la storia. Ma recentemente, qualche mese fa, alcune candidate native americane sono state elette e per la prima volta rappresentanti del loro popolo siedono sui banchi della Camera e del Senato USA. Era ora che avessero una voce, visto che si stima che dal 1492 fino alla fine del XIX secolo siano stati uccisi dai “bianchi” fra i 70 e oltre i 100 milioni di nativi americani del nord e del sud America: se non è un genocidio questo…

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Massacro di nativi americani



Per lo storico americano John Toland, premio Pulitzer, “I sistemi di sterminio e segregazioni attuati contro i nativi nordamericani vennero presi a modello da Adolf Hitler.”

E che dire del massacro degli Armeni, voluto dai turchi dal 1915 al gennaio 1919 (sono dunque 100 anni in questi giorni)? Di questo genocidio – negato da Erdogan – abbiamo immagini veramente sconvolgenti, ma non diverse da quelle che abbiamo visto nei lager nazisti o nelle fosse comuni dei nativi americani, come quelle scavate lungo “il sentiero delle lacrime”, che forzatamente percorsero i Cherokee costretti a lasciare le loro fertili terre, per inospitali e gelidi territori del nord.

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Fosse comuni del popolo armeno



Sembra che periodicamente la gente perda il senso d’orientamento e non sappia più distinguere fra bene e male. Come se uno spirito distruttivo li possieda, li accechi, tiri fuori dal profondo dell’inconscio tutti i mostri che la ragione tiene chiusi e controllati. Come se li bruciasse un fuoco di odio e di sangue, una furia di uccidere e di martoriare, di schiacciare gli altri, soprattutto se sono più deboli e disarmati. Una belva si sveglia nel profondo di alcune coscienze e trascina nel gorgo nero della violenza tanti altri che non hanno punti fermi e valori a cui ancorarsi. Gente che non riesce a pensare che il proprio prossimo sia quello da amare come sé stessi e quando a scordarsi questo sono coloro che si chiamano Cristiani, perché dicono di seguire la parola di Gesù, la cosa è ancora più grave.

Non mi riferisco solo ai nazi-fascisti, penso a tutti quelli che si ritengono brave persone, vanno in chiesa la domenica e poi vanno a bruciare i barboni o a picchiare i “negri”. O quelli che pensano che i migranti non debbano essere accolti e li lascia morire in mezzo al mare: gente così non può partecipare compunta al giorno della memoria, facendo finta di essere una persona perbene. No, non possiamo proprio tollerare che lo faccia.

Così come non si può tollerare che gli stessi Ebrei di Israele, che piangono i loro morti nei lager nazisti, bombardino i campi profughi Palestinesi nella striscia di Gaza, come schiacciassero degli insetti. Non si possono avere due pesi e due misure, non si possono portare corone d’alloro sulle tombe degli Ebrei e chiudere un occhio sulla morte di migliaia di bambini Palestinesi.

Ma soprattutto poi, se si compie questa discriminazione, non ci si può meravigliare che chi non ha mai avuto giustizia in tutti questi anni, si faccia vendetta. Noi occidentali, bianchi e razzisti, viviamo barricati perché sappiamo bene che la vendetta ci raggiungerà, prima o poi. E che pagheremo il fio della nostra ingiustizia. Inutile essere ipocriti. Possiamo vestirci di penne bianche di colombe, ma il nostro cuore resta quello nero dei corvi.
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Ma se allora, negli anni del nazifascismo, non siamo riusciti a salvare gli Ebrei, siamo però ancora in tempo per salvare i Palestinesi. E allora perché giriamo i nostri occhi, chiudiamo le nostre coscienze e i nostri cuori davanti alle immagini che ci arrivano da Gaza? Guardiamole invece, in modo che siano impresse per sempre nelle nostre menti e nella nostra Memoria. Affinchè non ci sia chi neghi le stragi a Gaza, come il vescovo inglese Williamson ha osato negare la shoà. A questa tragedia Palestinese noi possiamo porre fine.

Noi non gireremo la faccia. Non ci stancheremo, ogni volta che si ricorderà l’olocausto, di far presente anche lo sterminio del popolo palestinese. Noi ci batteremo perché non possa cadere nell’ indifferenza e nel disinteresse il dolore e la tragedia di un intero popolo. Se dobbiamo ricordare, allora ricordiamo tutto. Di tutti. Come diciamo sempre: Nella storia dell’Umanità non ci debbono essere popoli eletti e popoli reietti.


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Barbara Fois



Per approfondimenti

https://www.youtube.com/watch?v=3qv9AM1ud4I

https://www.youtube.com/watch?v=4LH3_9tuixI

http://nena-news.it/albori-di-israele-lavoro-forzato-palestinese-per-sostenere-nuovo-stato/

http://jps.ucpress.edu/http://jps.ucpress.edu/

http://diegosiragusa.blogspot.com/2017/04/di-diego-siragusa-sono-stato-informato.html

https://www.lindro.it/genocidio-degli-armeni-trovata-la-pistola-fumante/

https://www.youtube.com/watch?v=3H0R_xahBXUhttps://www.youtube.com/watch?v=3H0R_xahBXU

https://www.youtube.com/watch?v=IU_oE4EnKAshttps://www.youtube.com/watch?v=IU_oE4EnKAs

https://www.youtube.com/watch?v=kinNZ1keRMs

Fabrizio De Andrè canta l’olocausto indiano e l’episodio del massacro di Sand Creek ad opera di John Chivington.

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