G8 a L'Aquila, uno spot inutile e costoso

di Pancho Pardi - 08/07/2009
Il G8 inutile e costoso. Collocato all'Aquila da una mossa pubblicitaria.

Già il terremoto sessanta giorni prima delle elezioni aveva permesso a Berlusconi di andare sedici volte all'Aquila complicando a dismisura il già gravoso impegno dei pompieri e di tutti gli altri impegnati nei soccorsi. Vendeva la propria immagine di salvatore e così ha occupato in pianta stabile i telegiornali. Poi l'idea pubblicitaria per eccellenza: il G8 all'Aquila.

Non c'è motivazione razionale del gesto. Tralasciamo per il momento le spese prodigate nel luogo prima previsto in Sardegna e i lavori lì interrotti. In un luogo in cui tutti gli sforzi dovrebbero tendere a sollevare le condizioni dei terremotati, ad affrontare in modo tempestivo le urgenze dei prossimi mesi, a preparare gli alloggi e le scuole e l'ospedale prima del prossimo inverno, si deve invece assistere a uno sforzo insensato per organizzare un summit internazionale nel posto meno adatto del mondo,

In senso minimalista, si potrà al massimo sostenere che qualche struttura prodotta potrà essere utilizzata anche in seguito: qualche strada, l'aeroporto. Ma l'Aquila è ingombra di milioni di tonnellate di macerie, un numero sterminato di case rimaste in piedi sono lesionate e per precauzione ritenute inagibili. La ripresa autunnale porrà il problema delle scuole; dove andranno i bambini, i ragazzi, gli universitari? Si può pensare di sospendere anche un solo giorno la cura di queste urgenze in nome dei bisogni del G8?

C'è poi il problema dell'accentramento dei poteri nelle mani del plenipotenziario delegato dal capo del governo. E' in palese contrasto con il ruolo delle autonomie. La ricostruzione, come insegna limpidamente l'esperienza friulana, è dimensione squisitamente pluralistica. Il suo successo dipende dal coinvolgimento di tutti i soggetti attivi: il popolo ricostruisce la sua città. Invece l'accentramento dei poteri fa intravedere un orizzonte di appalti pilotati dove un piccolo stuolo di roditori privati si appresta a percepire profitti incalcolabili. Dove la retorica della concorrenza coprirà le prassi di cartello.

La stasi viscosa dei lavori favorisce la diaspora degli abitanti. E questa a sua volta è premessa di dispersione futura. Intanto chi resta in città è sottoposto a vincoli crescenti. Il G8 impone misure di sicurezza che fissano un mosaico di barriere invalicabili. Ci vogliono pass, permessi, documenti di identificazione. Perfino nel capannone in cui sono insediati i presìdi delle diverse funzioni amministrative gli stessi funzionari e gli assessori sono assoggettati a un regime di controllo parossistico. Ingressi e uscite differenziati, sbarramenti ripetuti, regolamenti. Il controllo sui fruitori degli insediamenti provvisori diventa sempre più stringente e si è sentito perfino il richiamo opposto a chi vuole discutere: qui non si parla di politica.

Con le vesti dell'efficienza avanza in realtà una visione che ha già qualcosa di totalitario. Tutto questo per il dominio dell'apparenza televisiva. Un capo del governo screditato sulla scena internazionale guiderà rapidi passeggi dei suoi colleghi tra le macerie reali della città distrutta e gli splendori apparenti dei progetti irrealizzabili. Il G8 svolgerà il suo ruolo caduco di spot televisivo e sarà rapidamente dimenticato. Quando le sue luci si saranno spente gli aquilani si rimboccheranno la maniche e, finanziati con fondi insufficienti dal governo chiacchierone, cercheranno di ricostruire la loro città per dare un tetto alle famiglie, mandare i figli a scuola, ridare vita alle piazze della loro socialità sospesa.

 

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