La società liquida e il corpo dei migranti

di Massimiliano Perna - ilmegafono.org - 02/11/2018

Quando Zygmunt Bauman parlava di società liquida e di mercato della paura, egli toccava il nervo scoperto della nostra epoca. Come tutti i grandi pensatori, Bauman aveva saputo leggere la società odierna e, partendo da quella lettura, riusciva a immaginarne le possibili direzioni future. E aveva immaginato bene, purtroppo. Aveva descritto una società sempre meno solidale e sempre più individualista, atomizzata, nella quale si sono indeboliti i rapporti sociali e si è smarrita la fiducia. In un contesto simile, allora, si muove il mercato della paura che, foraggiato da una azione politica decisa a puntare ossessivamente sull’allarme sicurezza, si esprime nella crescita esponenziale, ad esempio in paesi come gli Usa, degli acquisti di armi e di sistemi per la difesa della sicurezza domestica. Non semplici antifurto, ma veri e propri impianti tecnologici che modificavano anche le architetture delle abitazioni e di certi quartieri.  Tutto perfettamente funzionale a questo tipo di società parcellizzata.

Anche i modelli di consumo sono perfettamente studiati per ridurre sempre di più l’esperienza condivisa e favorire invece scenari individuali, liquidi, virtuali. Oggi, per fare un esempio, sempre più gente acquista sul web, davanti a una tastiera, senza un rapporto diretto, fisico, con il venditore. Siamo continuamente sollecitati a fare tutto nel chiuso delle nostre case o dei nostri uffici, infischiandocene peraltro se questi nuovi modelli si fondano sullo sfruttamento del lavoro altrui. Questo stesso scenario si ripropone anche nella nostra azione sociale e politica. La nostra cittadinanza la esercitiamo sempre più individualmente, perché si sono drasticamente ridotti gli spazi di partecipazione. La politica è sempre più mediata, la viviamo attraverso i protagonisti che appaiono in tv o sul web.

La nuova maniera di comunicare, attraverso i social o piattaforme di presunta democrazia diretta, sono solo illusioni pericolose. L’apparente vicinanza del politico al cittadino attraverso la comunicazione diretta su un social non è altro che uno specchietto per le allodole, perché in realtà continua a spostare sul virtuale, su un social, su una esperienza da vivere in solitudine, quello che dovrebbe essere in realtà vissuto dentro spazi di partecipazione e confronto diretti, fisici, concreti. Così, alla fine, siamo sempre più soli, strafottenti rispetto ai problemi altrui, tragicamente antisociali nonostante viviamo nell’epoca dei social. Una condizione che chi comanda o partecipa alla competizione del potere sa sfruttare perfettamente, anzi contribuisce a radicare.

Se un tempo, infatti, l’azione politica puntava più su sentimenti collettivi, parlando di diritti universali e di temi sociali che riguardavano tutti e rivolgendosi a tutte le classi che componevano la società, oggi essa punta invece su sentimenti individuali, come rabbia e paura, che i cittadini vivono in maniera solitaria, tra quattro mura o in un confronto molto labile e raro dentro gruppi ridotti di familiari e amici. Questo mix di rabbia e paura si trasforma in sottocultura e comportamenti violenti, razzisti, spietati, contro i quali un’altra parte della società combatte. Ma anche quest’ultima parte si scopre inquinata da un individualismo e da una liquidità che producono una grande onda di indignazione che però si ferma, molto spesso, alle tastiere di un pc, sempre dentro casa propria.

Non è un caso che alle poche manifestazioni o iniziative di piazza partecipino sempre meno persone, più o meno le stesse, con numeri lontani da quelli di un tempo, quando per protestare contro soprusi o per rivendicare diritti si riempivano le piazze. Ed è esattamente quello che manca, è la risposta alla consueta domanda “ma cosa possiamo fare?”. Lo scrittore Veronesi, qualche tempo fa, ha scritto che bisogna metterci il proprio corpo e, ad esempio, salire sui barconi con i migranti. Parole significative e giuste, ma parole. Punto. Nessuna azione concreta successiva. Eppure avremmo la possibilità di metterci il corpo anche sotto casa nostra, camminando insieme ai migranti che vengono quotidianamente privati di diritti, lesi nella loro dignità, aggrediti.

Noi non possiamo più pensare che ci basti arrabbiarci su un social, dietro uno schermo mentre sorseggiamo una tisana o un caffè. Negli Usa la cosiddetta carovana dei migranti provenienti dall’America centrale sta mettendo in crisi la nazione, semplicemente perché degli esseri umani, sfiancati dalle violenze subite in Honduras o San Salvador o Guatemala, hanno deciso di non aspettare più. Ci hanno messo i corpi tutti insieme per sfidare la burocrazia, le regole ottuse, la logica disumana che pensa che il diritto alla vita, al futuro e alla dignità di un individuo possa essere sottoposto alla valutazione matematica o burocratica di un funzionario o di un militare o di un rozzo rappresentante della nazione.

Hanno scelto di metterci i corpi, tutti insieme, camminando verso i confini per poterli attraversare e lasciarsi alle spalle l’orrore. Perché in centro America, da decenni, l’orrore è quotidiano come in Libia, con la differenza che né l’Onu né le grandi organizzazioni mondiali se ne occupano più di tanto. Davanti a questa indifferenza colpevole, migliaia di donne e uomini hanno scelto di mettersi in cammino, di rispondere con il proprio corpo, di mostrare la propria esistenza, di far capire che il mondo è di tutti e che nessuno su questa terra è clandestino.

Ci erano riusciti anche i braccianti africani di Rosarno, nel 2010, quando scesero in piazza a migliaia per protestare contro l’ennesimo atto di violenza subito da parte di delinquenti e razzisti italiani. Non ci stavano più. Non volevano più essere invisibili. Non volevano più essere il bersaglio delle pistole o delle macchine che incontravano per strada. Hanno scelto di metterci il corpo anche loro. Non hanno usato i social, non hanno espresso la propria indignazione sul vetro trasparente di un pc. Hanno ripreso in mano la storia delle rivendicazioni. Cosa che noi italiani non riusciamo più a fare. A Rosarno, in una terra segnata dalla ‘ndrangheta, gli africani protestarono a testa alta e senza paura. Come hanno fatto qualche tempo fa, dopo l’uccisione di Sacko Soumaila. Hanno prosciugato la paludi di questa società liquida e hanno rimesso al centro i rapporti umani, la solidarietà.

Qualcosa che si sta muovendo pian piano, dal basso, grazie anche ad alcune realtà sindacali di lotta. Ma non basta. C’è bisogno di rivedere tutti i nostri comportamenti, di ritornare a uno stato non liquido, di ritornare a parlarci in faccia, confrontarci, scendere per strada e cacciare i nemici della democrazia e i modelli sbagliati. Perché se questo Paese sceglierà di rimanere ancora seduto in poltrona mentre le strade si riempiono di ingiustizie, di fascisti o di esaltati, allora non ci si lamenti poi il giorno in cui in piazza non potremo più scenderci liberamente.

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