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L'altro 11 settembre

Si avvicina l'11 settembre, ed ogni anno si levano i commenti, i ricordi, le immagini in diretta di quell'11 settembre a New York

Ma nessuno parla di un altro 11 settembre, come se la Storia avesse la facoltà di procedere a salti e balzi mortali.
Come ogni anno mi prendo la briga di ricordare quell'altro 11 settembre, affinchè non venga relegato nell'oblio mentre ha segnato una svolta tragica dello sviluppo umano
Non so se fosse una bella o brutta giornata, certamente fu una giornata pregna di significati che, ancora oggi, non vogliamo ricordare, o, preferiamo ricordare a senso unico, senza neppure azzardare un parallelo utile a capire il senso della storia, che va letta a tutto tondo, senza comode selezioni.
Quel giorno, di buon mattino si levarono gli aerei, pronti a scaricare il loro carico di morte; tutto era stato preparato minuziosamente, nulla doveva essere lasciato al caso o all'improvvisazione. Anche i piloti degli aerei furono sostituiti, perché venne a mancare la fiducia che avrebbero operato secondo i piani e secondo gli ordini ricevuti.
Era l'11 settembre del 1973, quando i primi aerei iniziarono il loro minaccioso volo contro il Palacio de la Moneda , dove Salvador Allende vigilava, insieme ad un piccolo manipolo di fedelissimi, sulla fragile democrazia cilena.
Chiamò il popolo con cinque radiomessaggi, ma non a raccolta per difendere le istituzioni minacciate, non voleva certo una guerra civile e fratricida, ma solo per scandire con esso i momenti tragici che stavano vivendo, anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto con la criminale dittatura di Pinochet.
Il ruolo dell'America non lo mette più in dubbio nessuno, anche perché parecchi documenti sono stati resi pubblici, anche se solo a disposizione degli storici.
Nixon in quella occasione mise a disposizione della CIA denaro, mezzi, appoggi, purchè
"si togliesse di mezzo quel figlio di puttana";  furono questi gli ordini che impartì a Kissinger.
Le multinazionali del rame, come ITT, Anaconda, Kennecott ed altre, che estraevano il metallo dalle miniere cilene, senza nulla riconoscere al legittimo governo e alla popolazione, premevano per una soluzione definitiva, e definitiva fu, affogata nel sangue.
Pinochet aspettava l'esito dei bombardamenti sul Palacio de la Moneda, colpita da missili, per iniziare quella che sarebbe stata la più crudele dittatura dell'America Latina.
E' da sottolineare che l'Italia, governata allora da politici e statisti di grande levatura, insieme alla Svezia non riconobbero mai il regime di Pinochet, e per tutti i 17 anni di dittatura, ufficialmente, rimasero in carica gli ambasciatori nominati da Salvador Allende.
La viltà degli aggressori si esaltò poi nell'affermare che Allende si sarebbe suicidato per paura, quando il palazzo presidenziale venne invaso dai mercenari che avevano dato seguito ai progetti USA.
L'ultimo radiomessaggio si concluse  così:
"Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole ma ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento".

Allende 11 settembre

 Cile Buffa 1987

Azioni sul documento

Da Giancarlo Buffa

Inviato da mariaricciardig il 08/09/2011 15:35
LETTERA APERTA

   Illustrissimo Signor Generale

   Proclami pure la Sua innocenza, anche se saranno in pochi a crederLe. In democrazia hanno diritto di manifestare il proprio pensiero finanche i ladri, i mafiosi, gli assassini. Un diritto questo divenuto legge in Cile l'undici settembre 1973. Ricordo la data, difficile dimenticare. Fu la Sua una decisione repentina. Seppe dare uno spettacolo degno del Suo alto grado. Lasciò me e moltissimi altri ammutoliti, allora. Per Lei furono momenti di tripudio, di festa della liberazione durata diciassette anni. Aveva al Suo fianco le associazioni filantropiche della CIA e dell'Alta Finanza, i mecenati delle Multinazionali, l'ITT in testa, i grandi proprietari terrieri, gente fidata, gente per bene. I giornali e le televisioni internazionali diedero risalto alle Sue nobili gesta, visto che Lei, caro Generale, faceva le cose in grande, nell'interesse della Patria. Socialisti e comunisti, presi dal panico, parlarono di putsch, di golpe, di colpo di stato. Grossolane bugie, maldicenze. Il rombo degli aerei da guerra sopra le città di Santiago e Valparaiso, Asuncion, i carri armati lungo le strade, nelle piazze, i carabineros con i mitra puntati sui civili inermi, su vecchi e bambini, gli stadi ridotti a campi di concentramento, gli stupri, le torture erano immagini costruite ad arte, immagini d'un universo virtuale. Propaganda, insomma, d'uomini senza idealità. Il vero è che Lei, Signor Generale, non ordinò di bombardare il Palazzo della Moneda: aveva giurato fedeltà alla Costituzione. Salvador Allende, confidando nei Suoi sani principi, liberò per Lei lo scranno di Presidente della Repubblica; e dato che era stanco, depresso, si tolse la vita, spontaneamente, forse per riposare. Lo seguirono, imitandolo, il poeta Pablo Neruda, Augusto Olivares e altri intellettuali, sindacalisti, artisti, esuli e migliaia di povera gente che in Lei credeva di apprezzare il militare dalle buone maniere.
   Oggi, il giudice Baltazar Garzon vuole incriminarLa per la morte d'alcuni cittadini spagnoli e va esibendo le carte trovate negli "Archivi dell'orrore", chiede la Sua estradizione al governo di Londra. Fatica sprecata, ne siamo certi, per ragioni politiche, innanzi tutto. Considerati poi l'età e il Suo stato di salute, Lei potrà tornare al Suo paese, libero e impunito. Così gira la ruota della vita. Ma il "Tribunale Universale della Ragione" ha pronunciato già il verdetto: colpevole. Il Suo nome, Generale Pinochet Ugarte, dovrà figurare -guarda caso - tra gli spietati genocidi insofferenti della libertà, delle speranze e dei sogni del genere umano.
   Cagliari, 25 dicembre 1999

                                                                                                    Giancarlo Buffa
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