Alfiero Grandi. Il G20 di Roma al di sotto dell’indispensabile

di Alfiero Grandi - jobsnews.it - 02/11/2021
Serve un’iniziativa politica mondiale forte che metta al centro il sogno di ridurre le emissioni nei tempi giusti, non quando le convenienze immediate o presunte tali lo consentono. Per questo il G20 è stato al di sotto di quanto è indispensabile.

Venti anni fa il G8 fu oggetto di forti contestazioni a Genova. Ci furono grandi manifestazioni, a cui corrispose una repressione feroce orchestrata dalla componente autoritaria del governo Berlusconi, che trovò il suo braccio attuatore in una parte importante dell’apparato dello Stato, basta ricordare i gravissimi episodi avvenuti nella caserma Diaz. Quella contestazione, non da sola ovviamente, spinse a cambiare la composizione dei vertici mondiali, superando di fatto il G8, aprendo ad una visione dei problemi del mondo più multilaterale. Sull’onda di una critica ai vertici di pochi paesi si è arrivati al G20 che ne coinvolge un numero più grande. Si dovrebbe riflettere su una rivitalizzazione delle sedi internazionali come l’ONU, create da un sogno mondiale, colpite duramente da Trump e non solo.

Le contestazioni a questo G20 non sono paragonabili a quelle di 20 anni fa. Non a caso si è svolto in un clima che non ha trascurato la valorizzazione dell’attrattività italiana e ha perfino presentato la curiosità di reali impegnati a gestire dibattiti su argomenti di solito distanti dal ruolo dei regnanti. Altra osservazione riguarda il fatto che vertici come questo esaltano i ruoli degli Stati e deprimono quello dell’Unione europea, la cui presidente era presente ma oscurata dai vertici bilaterali. I leader degli Stati europei non riescono a rinunciare al loro protagonismo, anche sotto la pressione delle verifiche elettorali. Quindi l’Europa si è presentata come un insieme di Stati, ciascuno con suoi interessi ed iniziative. Per questo non ci si deve stupire se l’Europa non riesce ad esercitare verso altri grandi interlocutori mondiali un ruolo trainante su problemi di fondo, come le iniziative per il clima, che potrebbe svolgere.

L’assenza dei leader di Cina e Russia si è fatta sentire, della serie: mi notano di più se vado o se non vado? Sia perché ha pesato sulle conclusioni, ottenendo di sfumare gli impegni per il clima, spostando la decarbonizzazione in un tempo incerto a metà del secolo, per consentire a Cina e Russia di accettare il documento. Quanti comprendono la drammaticità del cambiamento climatico e l’urgenza delle misure da adottare per restare entro 1,5 gradi di aumento della temperatura non possono essere soddisfatti di questa incertezza temporale, perché ciò ha delle conseguenze sulle misure da prendere senza perdere tempo. È un equilibrio diplomatico, ma non è una scelta forte e netta per il clima. Sia perché sul piano più politico questi paesi hanno ricordato a tutti che senza di loro le decisioni che possono essere adottate, ad esempio sul clima, sono parziali al limite dell’inefficacia.

Questo è il risultato di scelte contraddittorie di Biden, che finora ha messo la Cina nel mirino, pur affermando che non vuole una guerra. Inevitabilmente questa scelta degli USA alza la tensione e non aiuta la comprensione. Così si rende difficile il coinvolgimento della Cina nella fase politica aperta dopo la ritirata dall’Afghanistan. Anche la Russia detiene argomenti rilevanti nel rapporto con l’Europa, basta pensare al rapporto con la Germania sul gas. Questo rende difficile tagliare di netto, le sanzioni servono a ben poco. Anche in questo caso non mettere l’accento sulla collaborazione finisce con il lasciare irrisolti contenziosi.

Biden non è riuscito finora  a sfuggire alla logica politica di indicare nemici esterni per compattare il fronte interno, con il risultato di mantenere distanze e tensioni. Sia con chi è considerato un avversario, se non un nemico. Sia all’interno del fronte degli alleati, perché i rapporti consolidati non sono gli stessi per tutti. Senza trascurare che gli Usa, come ha ammesso Biden con Macron, sono stati maldestri sulla questione sottomarini all’Australia, che poi si tratti di armi è solo la conferma della primazia degli armamenti, che continuano a crescere nel mondo senza, al contrario, una strategia di contenimento e riduzione, bruciando risorse enormi, ben maggiori di quelle necessarie per il clima e creando crescenti pericoli di conflitto.

Resta il fatto che sul clima i 20 grandi non hanno dato un contributo all’altezza del loro ruolo e delle aspettative, visto che l’accordo sul limite di aumento della temperatura entro 1,5 gradi è contraddetto dai tempi fumosi per arrivare al Carbon free, che è poi la concretizzazione del non aumento della temperatura oltre 1,5 gradi. La riunione di Glasgow non riceve l’impulso auspicabile dal G20. Vedremo se le conclusioni di Glasgow saranno all’altezza del dramma climatico che stiamo già vivendo, prima che sia troppo tardi. Così l’obiettivo di aiutare i paesi più poveri e in difficoltà con 100 miliardi all’anno di aiuti era precedente e avrebbe dovuto essere realizzato entro il 2020, la speranza è che ora si realizzi.

Draghi ha fatto bene ad insistere sul multilateralismo, ma l’ascolto è stato piuttosto diplomatico.

L’Europa ha ottenuto l’allentamento dei dazi imposti da Trump sugli scambi di acciaio e alluminio. Il limite è che si tratta di un accordo bilaterale tra Usa ed Europa, mentre avrebbe dovuto rientrare in un quadro di impegni multilaterali per ridurre la CO2 in settori in cui il carbone pesa tantissimo e il consumo di energia è enorme. Pensare di risolvere i rapporti con la Cina e la Russia, grandi produttori di acciaio ed alluminio, con metodi climalteranti, senza un loro coinvolgimento in un quadro di impegni per il clima è un’illusione.

Sulla pandemia solo una memoria labile può dimenticare l’enfasi sulla fornitura dei vaccini ai paesi poveri a metà di quest’anno, con la promessa di un miliardo di vaccini tra Usa ed Unione europea. Purtroppo secondo il responsabile dell’Organizzazione mondiale della sanità solo il 15% di quanto promesso è arrivato ai paesi più poveri, che non hanno le risorse per acquistarli e spesso neppure le strutture per somministrarli. Del resto, appare chiaro in tutti gli scenari che le percentuali di somministrazioni di vaccini nelle aree più povere sono al 3%, o al5%, a seconda dei calcoli. Visto che i vaccini sono indispensabili, che solo una vaccinazione a livello mondiale può rendere sicuri anche i paesi più ricchi, visto che si prevede di arrivare al 70% della popolazione mondiale solo entro il 2022, se gli impegni verranno mantenuti, se ne può dedurre che il G20 non ha svolto il ruolo forte che avrebbe potuto.

Inoltre il G20 ha lasciato in sostanza al WTO la decisione sulla liberalizzazione almeno temporanea dei brevetti dei vaccini, mentre avrebbe potuto dare un input alla prossima riunione mondiale, che dovrebbe decidere sull’argomento. Serviva una indicazione chiara e netta per arrivare finalmente ad una decisione positiva. Tanto più che le grandi aziende farmaceutiche produttrici di vaccini hanno già guadagnato tantissimo e ora una decisione di liberalizzazione dei brevetti, anche limitata alla fase della pandemia, sarebbe possibile senza traumi. La tassazione sulle grandi multinazionali, in particolare quelle legate all’informatica, al 15% è un passo avanti. Si poteva fare di più e meglio, lo stesso Biden era partito dal 20/25%, l’Europa non è riuscita a fare meglio, anzi. Passa comunque un principio importante, anche grazie al G20, ma senza dimenticare che questa decisione in realtà era già presa in sede Ocse. Ora si tratta di andare avanti nella attuazione bene e rapidamente, perché non è ancora una decisione operativa, ma solo una forte intenzione e come si sa il veleno è nella coda.

Visto che i singoli stati dovranno prendere le decisioni attuative è meglio essere vigili.

Infine negli incontri di varia natura è emersa con chiarezza una divisione, anche in Europa, su nucleare e gas. L a Francia ha fatto lobbing sul nucleare senza ritegno, lodando il ministro Cingolani in modo sospetto. Quindi non ci sono solo problemi esterni all’area Usa/Europa ma ci sono anche all’interno sul clima. Non tutti i problemi derivano dal rapporto con Cina e Russia o con paesi come l’India che chiedono con molte ragioni sostegni per affrontare la transizione ecologica. Ci sono scelte sbagliate anche in Europa. La Francia guida un gruppo di paesi che punta sul nucleare e preme per potere utilizzare i soldi del Next Generation EU tentando di “verniciare” di verde il nucleare. La Germania è condizionata dal gas che è pur sempre di origine fossile, quindi produce CO2. Bene dare segnali sul carbone ma non basta.

Ogni sforzo dovrebbe essere volto al rilancio degli investimenti sulle rinnovabili.  L’aumento spropositato dei prezzi dei combustibili fossili è la spia che sostituirli non sarà facile ma è urgente, per questo occorre contrattaccare rilanciando gli investimenti per le energie rinnovabili a tutto campo.

In conclusione: Draghi può rivendicare di avere evitato il fallimento del G20, ma Gutierrez, segretario generale dell’ONU, non ha torto quando si dichiara deluso per i risultati, a partire dal clima, in fondo è dell’ONU lo studio che ha lanciato l’ultimo allarme attraverso il rapporto dei suoi esperti, accettato dai rappresentanti dei governi, che evidentemente se ne sono già dimenticati. Purtroppo il clima alterato non legge i documenti e non è in grado di apprezzare spostamenti troppo lenti per dare risultati.

Serve un’iniziativa politica mondiale forte che metta al centro il sogno di ridurre le emissioni nei tempi giusti, non quando le convenienze immediate o presunte tali lo consentono. Per questo il G20 è stato al di sotto di quanto è indispensabile.