Il capitalismo può essere superato. Dobbiamo solo ritrovare il concetto di “limite”

di Vincenzo Carbone - thevision.com - 04/03/2020
L’accumulazione di capitale è il prodotto di un profondo vuoto esistenziale, che si prova a colmare attraverso i beni materiali

È ragionevole pensare che quando nel 1776 Adam Smith pubblicò La ricchezza delle nazioni, la classe media occidentale avesse finalmente solidificato le fondamenta ideologiche della propria libertà. Proiettati in un futuro roseo e libertario, da quel momento i cittadini appartenenti alla borghesia iniziarono a sentirsi legittimati a rincorrere i più gloriosi desideri personali, consapevoli del fatto che alla fine della corsa dei vantaggi ottenuti dal singolo avrebbe beneficiato tutta la popolazione. E quanto più lo Stato avesse concesso alla “mano invisibile” dell’economia di esprimersi al meglio, tanto più le “magnifiche sorti e progressive”, di cui parlava anche Giacomo Leopardi, avrebbero conosciuto la loro piena realizzazione.

Oggi sappiamo che quel futuro roseo era solo un’illusione, e che solo pochissimi individui dotati di ingenti risorse possono avere il privilegio di godere delle promesse dal pensiero liberista. In modo simile a quanto già espresso molti anni fa da Fernando Pessoa ne Il banchiere anarchico, nel 2020 i grandi ricchi sono gli unici a beneficiare dei frutti di un’economia senza limiti, e sono sempre meno. Un recente rapporto di Oxfam International, infatti, ribadisce come la ricchezza globale si sia via via accentrata nelle mani di pochi. Per cui, ad oggi, 26 miliardari possiedono un reddito equivalente a quello della metà della popolazione più povera del pianeta. Il sistema economico attuale non inasprisce solo le disuguaglianze sociali, esso mette in pericolo le sorti del mondo intero attraverso la produzione massiva, che finisce per distruggere l’ecosistema. Quindi questi miliardari “anarchici”, oltre ad accentrare le risorse globali nelle proprie mani, contribuiscono alla fine del mondo, anche se la responsabilità del futuro del nostro Pianeta è comune.

Diverse scuole di pensiero sono scese in campo nel tentativo di far fronte agli effetti collaterali del capitalismo. Thomas Piketty, ad esempio, con Il capitale nel XXI secolo ha avanzato proposte di politiche pubbliche utili a ridurre le disuguaglianze sociali, sia nei Paesi ad alto reddito che in quelli in via di sviluppo. In particolare, l’economista francese suggerisce di creare una tassa globale sul capitale di carattere altamente progressivo, al fine di stimolare la redistribuzione economica. Altri studiosi, come la giornalista e scrittrice Naomi Klein, hanno prestato maggior attenzione alla sfera ecologica. Con il suo recente lavoro sul Green New Deal, Klein ribadisce l’importanza vitale di una transizione tecnologica che le industrie multinazionali dovrebbero essere costrette a intraprendere per limitare i danni ambientali provocati dalla produzione.

Se ricordiamo il sistema capitalista per come lo concepiva il sociologo francese Michel Foucault, allora ci si rende conto che dietro ai danni ambientali e alle disuguaglianze, prima ancora dell’attività delle multinazionali, c’è l’istinto predatorio del consumatore di colmare ogni suo desiderio attraverso i beni materiali. È infatti il consumatore a comprare i singoli prodotti, che per essere immessi sul mercato producono disuguaglianze e danni ambientali, in una rincorsa senza limiti verso il soddisfacimento personale degli istinti. Dunque, come già suggeriva nel 2012 il filosofo ed economista Serge Latouche, siamo tutti complici dei problemi del mondo, la colpa non è solo dei potenti, e l’arma contro il capitalismo non può risiedere esclusivamente nelle politiche pubbliche green e redistributive, ma in una sfera più profonda: l’accettazione del concetto di limite.

Sul piano esistenziale, il capitalismo si basa su un rifiuto netto del negativo, che qui può essere inteso come un “non posso ottenere quello che voglio” o anche come un “oltre questo confine io non posso andare”. Terrorizzati all’idea di rimanere privi di abbondanza e quindi di doversi accontentare, i mercati mondiali si affannano per mantenere costante la crescita economica e con essa incrementare la presenza di risorse disponibili. Allo stesso modo dei monoteismi più fondamentalisti, come già discusso da Zygmunt Bauman in Conversazioni su Dio e sull’uomo, anche il credo della crescita sogna la sua terra promessa, l’abbondanza costante, e fa del limite, l’accontentarsi di poche risorse, il suo “demonio e nemico capitale”.

A questa costante accumulazione di risorse si trova legata a doppio filo con il fenomeno del consumismo. La crescita economica, infatti, non solo è promossa come credo religioso dalle maggiori istituzioni finanziarie (come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), ma è anche un passaggio necessario per rispondere a quello che la popolazione percepisce come bisogno. E qui appaiono verosimili le argomentazioni di Zygmunt Bauman in Modernità liquida, secondo cui il consumatore percepisce un profondo vuoto esistenziale che in ultima analisi tenta di colmare attraverso il consumo spasmodico di beni materiali. Posto di fronte al terribile passo di “guardare dentro di sé”, che gli rivelerebbe la suprema verità di essere umano e contingente, il consumatore sceglie di salpare verso l’orizzonte infinito dei desideri, fuggendo dai suoi antichi demoni interiori che costantemente gli ricordano il limite della sua esistenza. E quindi, quello che è “desiderio” viene invece percepito dal consumatore come “bisogno”, come prerogativa non negoziabile alla propria stessa sopravvivenza. Anche qui il limite è considerato negativo e criminale, perché risulta impensabile accettare di avere bisogni ancora pendenti, di avere qualcosa che non si può ottenere: se così fosse, si rischierebbe di rivivere l’esperienza del vuoto.

Come è stato detto più volte nel corso dell’ultimo secolo, il nucleo primordiale dell’ego capitalista ha legami profondi con il terrore della sofferenza e della morte. Che si manifesti sotto forma di paura di rimanere con poche risorse disponibili, o attraverso l’angoscia di non essere soddisfatti abbastanza, il limite pervade intimamente la cultura occidentale attuale. Ma invece di essere percepito come opportunità, esso assume le sembianze di uno spettro maligno. A partire dal Sedicesimo secolo, la civiltà occidentale ha creduto che l’esorcismo più efficace per combattere lo spettro del limite risiedesse nelle capacità intellettuali dell’individuo: da ciò è stata inventata la tecnica. L’evoluzione di questo strumento ci ha portati oggi, ad esempio, a sconfiggere il mal di testa attraverso l’uso smodato di medicinali, perfezionati nel tempo grazie al lavoro scientifico di centinaia di studiosi che consideravano il mal di testa un fatto non piacevole, e quindi una fonte di sofferenza, e quindi un fenomeno da annientare subito e in modo efficiente. Addirittura, di recente, è stato scoperto che le proprietà contenute nell’organismo di un particolare verme possono permettere all’uomo di vivere fino a 500 anni: inutile dire quanto la comunità scientifica abbia ampiamente decantato tale scoperta, quanto per un attimo la morte sia potuta sembrare finalmente vinta.

È già stato detto da Martin Heidegger, che la civiltà occidentale, sin dai tempi dell’antica Grecia, ha sempre avuto la tendenza a rifuggire la sofferenza e il limite attraverso l’orizzonte infinito della tecnica. Eppure, a un’analisi più approfondita ci si accorge che questa fuga iniziò pochi secoli fa: l’indole capitalista è solo la sua espressione contemporanea ed esasperata. I riti iniziatici greci, ad esempio, non solo contemplavano la morte e la sofferenza, ma innalzavano tali espressioni del limite alla dimensione più sacra della vita umana. Durante lo svolgimento dei Misteri di Eleusi, i partecipanti assistevano a visioni mistiche di oggetti magici: solo attraverso la morte della spiga di grano gettata nella terra fertile, il chicco avrebbe potuto finalmente dare i propri frutti. Più in là nel tempo, la sacralità del limite in Occidente ha continuato a conoscere la sua gloria. Con Giordano Bruno, la presenza della sofferenza e della morte inizia ad assumere caratteri significativi nello svelamento della vera felicità umana. Il filosofo dipinge un uomo ideale che è sia demiurgo del suo destino attraverso l’ingegno, ma anche profondamente legato al caos, alle molteplici dinamiche incontrollabili che condizionano le esistenze di tutti. Egli è capace di forgiare la propria vita finché gli imprevisti glielo consentano, e proprio grazie alla presenza di forze limitatrici come la morte egli riconosce il profondo legame che intercorre tra sé, la comunità e il mondo.

Per sconfiggere il capitalismo è necessario reintegrare sul piano esistenziale la presenza del limite. L’accumulazione di capitale è il prodotto di un profondo vuoto esistenziale, che si prova a colmare attraverso i beni materiali. La crescita economica nasce dal terrore di “doversi accontentare”, il consumismo dal panico di non poter esaudire i propri desideri. La tecnica avanza grazie alla demonizzazione della sofferenza e della morte. Perciò, è improbabile che una una politica pubblica redistributiva possa funzionare se prima l’essere umano non smette di criminalizzare il proprio vuoto esistenziale. Allo stesso modo, risolvere il problema del consumismo non è pensabile se prima non ci si accorge che quello di cui abbiamo veramente bisogno non è il soddisfacimento dei desideri. Nemmeno le iniziative green potranno riavvicinare l’essere umano alla natura, se il limite che essa rivela costantemente continuerà a essere percepito come qualcosa di terribile. E gli investimenti non potranno mai essere invertiti dalla futile tecnica al miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi, se prima non si spoglierà la sofferenza delle sue vesti mostruose, e se non si concepirà la morte come limite necessario all’uomo per dare senso alla vita. Qualsiasi rivoluzione che avanzando nuove politiche pubbliche non tenga conto di un profondo cambiamento esistenziale degli individui sembra così destinata a fallire.

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