La Costituzione islamica incombe sulla Palestina

di Raniero La Valle - Ilfattoquotidiano.it - 27/02/2026
Volti nuovi e idee nuove possono arrivare fino a concepire la convivenza di Ebrei israeliani di Arabi musulmani e di Cristiani palestinesi in un’unica terra e in un unico Stato democratico e plurireligioso in Palestina.

Mentre tutti gli attori esterni, da Trump a Netanyahu alla stessa Europa sembrano congiurare per infliggere una soluzione finale alla questione palestinese – dal Board di Gaza all’annessione definitiva dei Territori occupati in Cisgiordania – dall’interno del mondo palestinese spunta un progetto di Costituzione che potrebbe compromettere definitivamente le possibilità di un’esistenza politica di questo popolo.

La novità sta nell’iniziativa dell’Autorità palestinese di Ramallah che ha proposto la bozza “provvisoria” di una Costituzione per un futuro Stato palestinese, introducendo un dibattito che oggi è fuori della realtà. Esso dirotterebbe infatti l’attenzione dal problema vero che è la vita stessa del popolo palestinese, e lo polarizzerebbe su opzioni opposte proprio quando la sua unità, nella lotta per la sua sopravvivenza, è più che mai necessaria. Questa bozza di Costituzione, benché prefiguri uno Stato parlamentare, democratico e basato sul pluralismo politico, istituisce l’Islam come religione di Stato e assume la Sharia, cioè la legge islamica, come “fonte principale di legislazione”, ignorando come il popolo palestinese, nelle sue diverse componenti, si nutra di diverse tradizioni e fedi. Si tratta di una scelta che legittimerebbe la stessa distorsione confessionale e integralista che è propria della natura ebraica dello Stato di Israele, e rischierebbe di alienare gran parte dell’amore e della solidarietà di cui il popolo e la causa palestinese oggi godono nel mondo. Viene dunque il momento in cui questa solidarietà internazionale deve fare un salto di qualità: non può essere solo quella degli aiuti umanitari, delle manifestazioni di piazza, della Flotilla, deve diventare una solidarietà e cooperazione politica operante perché veramente la tragedia palestinese possa arrivare a una soluzione politica, e il popolo palestinese sia aiutato a trovare la sua strada per vivere in pace in ordinamenti giusti e condivisi, in armonia col popolo ebraico di Israele e gli altri popoli del Medio Oriente.

Una critica pacata e ben motivata a questo progetto di Costituzione è venuta in una lettera molto rispettosa ma ferma indirizzata al presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, dagli ambienti del Patriarcato latino di Gerusalemme, e precisamente dal gruppo ecumenico Voce da Gerusalemme per la Giustizia, che è un gruppo di leader cristiani, non solo cattolici, che promuove la pace e la fine dell’occupazione in Palestina. Anzitutto il Gruppo (che comprende anche l’ex Patriarca Michel Sabah, l’Arcivescovo Greco-Ortodosso Atallah Hanna, il Vescovo luterano della Terra Santa Munib Younan, oltre che autorevoli laici e religiosi) osserva che la proposta di fare dell’Islam la religione di Stato, è tanto più pericolosa se non viene affermato esplicitamente come il pluralismo religioso sia una parte intrinseca del patrimonio storico e spirituale del popolo palestinese e “l’eredità di questa terra santa, che per secoli è stata la culla del cristianesimo e la casa del pluralismo religioso. La fede, per sua stessa natura – ricorda la lettera – è un atto personale, mentre lo Stato è un’entità giuridica con istituzioni e funzioni volte a servire tutti i suoi cittadini senza discriminazione sulla base di religione o credo. Lo Stato non crede e non può credere, ma è obbligato a proteggere la fede di tutti i suoi cittadini in modo equo”. Ciò non contraddice i valori islamici, ma è coerente con essi, come la storia della Palestina, e di Gerusalemme in particolare, testimonia in secoli di convivenza religiosa sotto regimi islamici che riconoscevano il pluralismo e la sua protezione.

La lettera ad Abu Mazen lamenta poi l’assenza di qualsiasi menzione esplicita dei luoghi sacri in Palestina, siano essi cristiani, islamici o ebraici, luoghi che integrano una profondità storica e spirituale che è parte integrante dell’identità palestinese, tanto che la Palestina non può essere immaginata senza di essi. I cristiani palestinesi respingono infine l’idea di un referendum costituzionale “in un momento in cui le nostre terre vengono rubate e annesse e la nostra causa nazionale si trova ad affrontare tentativi di liquidazione esistenziale” con il rischio che la disputa costituzionale si risolva in un conflitto identitario a lungo termine. La lettera chiede poi che sia preservato lo status quo a Gerusalemme in tutte le sue dimensioni religiose, legali e storiche e in conclusione auspica una Costituzione che “protegga il pluralismo, promuova la cittadinanza paritaria e costituisca la base di uno Stato palestinese moderno e forte, sostenuto dalla comunità internazionale e che rifletta l’unità, la diversità e il patrimonio del suo popolo”.

Queste critiche rivolte al progetto di Abu Mazen sono tanto più significative se si pensa che l’Olp, la prima organizzazione palestinese guidata da Arafat, si era qualificata proprio per la sua identità laica e moderna, proposta come modello alternativo e più avanzato sia rispetto alla natura dello Stato ebraico sia degli Stati islamici del Medio Oriente. Da allora le cose sono andate degenerando in ambedue i campi, fino alla tragedia attuale, ciò che fa capire perché, durante un suo recente viaggio in Italia, il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, abbia osservato come “le prospettive di pace non possono presumibilmente passare oggi attraverso Netanyahu e Abu Mazen, ma attraverso volti nuovi”.

Volti nuovi e idee nuove, che possono arrivare fino a concepire la convivenza di Ebrei israeliani, di Arabi musulmani e di Cristiani palestinesi in un’unica terra e in un unico Stato democratico e plurireligioso in Palestina.

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