Come la rivista della Comunità ebraica di Milano e tanta stampa ribaltano la tragedia di Gaza

di M. Alessandra Filippi - strisciarossa.it - 13/05/2026
La storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa sul rapporto tra manipolazione linguistica e normalizzazione della violenza. E invece continuiamo ad assistere allo stesso schema: prima si sterilizzano le parole, poi si anestetizza la percezione, infine si rende accettabile ciò che fino a ieri era indicibile.

Letti da lontano certi fenomeni appaiono di una chiarezza elementare. È questo il caso di una parte della stampa italiana che per l’ennesima volta ha compiuto un’operazione tanto rapida quanto rivelatrice: nel giro di poche ore è passata da alcune ricostruzioni selettive delle parole del procuratore della CPI Karim Khan a una narrazione completamente ribaltata. Un cortocircuito informativo in cui una dichiarazione improntata alla prudenza processuale viene trasformata in un’assoluzione politica. Questa la formula magica: “Karim Khan: nessuna prova di genocidio a Gaza.” Inutile dire che è rimbalzata ovunque, dai grandi quotidiani mainstream ai siti d’opinione, fino ad alcuni organi d’informazione della comunità ebraica italiana. Un titolo dopo l’altro, lo stesso messaggio: persino il procuratore della Corte Penale Internazionale starebbe ormai ammettendo che il genocidio a Gaza non esiste. Peccato che Karim Ahmad Khan non abbia mai detto questo. Eppure, nel giro di poche ore, testate come Il Giornale, Libero, Il Foglio e numerosi rilanci social ed editoriali hanno condensato una distinzione giuridica complessa in una formula assolutoria semplice, immediata, spendibile sul piano politico ed emotivo.

La catena narrativa e il ribaltamento semantico

Ma il dato più significativo riguarda alcuni organi di stampa della comunità ebraica italiana, da anni sempre più orientati verso una funzione identitaria e difensiva rispetto alle politiche del governo israeliano. La Rivista Mosaico – Comunità ebraica di Milano, la cui linea editoriale appare sempre più orientata non solo a informare ma a presidiare un fronte narrativo — linea condivisa con ampi settori dell’informazione italiana, dalla carta stampata ai social — ha rilanciato la notizia sostenendo che la narrativa del genocidio starebbe crollando sotto il peso della realtà giudiziaria. E lo ha fatto attraverso una catena di mediazioni già selettive, passando da una testata internazionale statunitense come The Algemeiner, a forte orientamento pro-israeliano, che incornicia preventivamente il contenuto dell’intervista, fino a produrre un ribaltamento semantico sostanziale: ciò che nell’intervista è la riaffermazione di un principio elementare del diritto — la necessità di prove per qualificare giuridicamente un genocidio e l’impossibilità di anticipare conclusioni prima della loro verifica — viene trasformato in una presunta “messa in dubbio” della stessa accusa. La cautela probatoria diventa negazione della fattispecie, mentre vengono cancellati sia il contesto dialogico dell’intervista sia la centralità degli standard della Corte Penale Internazionale. Il risultato non è una sintesi giornalistica ma una torsione narrativa: il linguaggio del diritto viene riscritto come presa di posizione politica, e la prudenza investigativa come smentita.

Il giornalismo che smette di descrivere

Siamo di fronte a un problema che non è più soltanto giornalistico, e dunque etico e deontologico, ma che investe la funzione stessa dell’informazione, che da organo di osservazione e presidio della democrazia, in alcuni casi, si trasforma in veicolo di costruzione narrativa. Non si tratta di semplice faziosità, perché la faziosità appartiene al campo dell’opinione. Qui siamo davanti a qualcosa di più sofisticato: un’operazione di riconfigurazione della realtà. Nell’intervista originale a Mehdi Hasan, Khan risponde a una domanda precisa: perché la CPI non ha ancora formulato un’accusa specifica di genocidio contro Benjamin Netanyahu? La risposta è strettamente tecnica: “Il genocidio richiede la prova dell’intenzione specifica di distruggere un gruppo umano. È la soglia probatoria più difficile nel diritto internazionale. Si procede sulla base delle prove. E nessun crimine è escluso se emergono prove sufficienti”. Non dice “a Gaza non c’è genocidio”, non ritira i mandati, non assolve Netanyahu né Yoav Gallant. Anzi: i mandati della CPI restano fondati su accuse gravissime — sterminio, fame usata come arma di guerra, persecuzione, omicidio, crimini contro l’umanità.

Eppure, alcune ricostruzioni mediatiche hanno trasformato “non abbiamo formulato l’imputazione di genocidio” in “non esistono prove di genocidio”, operando un ribaltamento immediato del significato giuridico. È un salto logico netto, ma soprattutto un salto politico. Perché mentre i tribunali discutono sulla qualificazione giuridica, Gaza continua a esistere nella concretezza delle rovine, delle città distrutte, degli ospedali colpiti, di un numero enorme di bambini uccisi, della fame utilizzata come strumento di pressione militare. Nel frattempo, la International Court of Justice ha riconosciuto plausibile il rischio di genocidio nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele, mentre esperti ONU, organizzazioni umanitarie e studiosi di genocidio parlano apertamente di rischio genocidario o di genocidio in corso. Ma tutto questo viene progressivamente dissolto dentro una nebbia lessicale costruita per anestetizzare la percezione.

Dispositivi di legittimazione permanente

Ed è qui che il ruolo di certa stampa diventa particolarmente delicato: perché una cosa è contrastare l’antisemitismo — battaglia necessaria e sacrosanta — un’altra è trasformare il giornalismo in un dispositivo di legittimazione permanente delle azioni di uno Stato. Quando l’identità si salda alla narrazione politica, il rischio è strutturale: ogni critica diventa “antisemitismo”, ogni denuncia “delegittimazione”, ogni parola sul genocidio una soglia da rimuovere. E così il linguaggio — e il giornalismo — smette di descrivere la realtà e comincia a ridefinirla.

La storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa sul rapporto tra manipolazione linguistica e normalizzazione della violenza. E invece continuiamo ad assistere allo stesso schema: prima si sterilizzano le parole, poi si anestetizza la percezione, infine si rende accettabile ciò che fino a ieri era indicibile. Tutto deve scorrere liscio. Liscio come l’olio. O forse, ormai, liscio nell’odio.

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