Dei viaggi e del turismo

di Planetes - 23/07/2019
Esiste una sostanziale differenza tra “viaggio” e “turismo”

"La carta geografica, anche se statica, presuppone un'idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea."   (Italo Calvino)

Esiste una sostanziale differenza tra “viaggio” e “turismo”. Prima del turismo ci furono i viaggi e prima dei viaggi le esplorazioni. In modo approssimativo, ciascuna di queste attività può essere ascritta ad una determinata epoca della storia moderna: l’esplorazione appartiene al periodo tra il Rinascimento e il secolo dei lumi, il viaggio al periodo alto-borghese, il turismo al nostro periodo interclassista.

E che le parole abbiamo ancora un senso è dimostrato dal fatto che le antiche guide per i viaggiatori, le Baedeker edite a Lipsia fino all'inizio della seconda guerra mondiale, rigorosamente (e soltanto) in tedesco, francese ed inglese, ed oggi reperibili solo nelle librerie antiquarie, dicevano tutto su come arrivare in un certo luogo ed elencavano musei,  monumenti, teatri, luoghi di particolare interesse (culturale, etnografico, culinario, ecc. ecc.) da visitare, con dovizia di informazioni, dettagli e spiegazioni. Le guide turistiche odierne, invece, non ci dicono nulla del come giungere a destinazione (essendo questo il compito del tour operator), ci dicono ben poco di quello che c’è da vedere ma ci dicono tutto su quel che c’è da comprare, dove e quanto spendere.

Le fantasie turistiche fruttificano al meglio quando i turisti vengono scaricati non in luoghi ma in pseudo-luoghi, simil-luoghi, passando attraverso pseudo-luoghi subordinati, come gli aeroporti e i loro duty-free. Mauritius o le Seychelles, per capirci, sono pseudo-luoghi, Recanati, Santa Maria di Collemaggio e la fontana delle novantanove cannelle invece sono dei luoghi. Essendo una città di cui si è costruita un’immagine familiare e tale da renderla “riconoscibile” a chi non la conosce affatto, anche Londra è in un certo senso, anch'essa, uno pseudo-luogo che somiglia in questo senso, ma soprattutto per certi altri aspetti deteriori, a Disneyland.

D’altra parte, nella cultura contemporanea prevalente, il concetto di sostituzione è ormai fortemente radicato: la seta con le fibre sintetiche, il pesce con i bastoncini di pesce, le librerie con i supermercati che vendono libri, l'epistolario con la "messaggistica", l’italiano con un italianese d'accatto ("Venite a visitare la nostra esposizione di illuministica(sic), troverete la soluzione alle vostre problematiche(sic) di illuminazione!", pubblicità su una radio locale in modulazione di frequenza).

In un mondo che aspira ad essere sempre più globale, meno differenziato, è inevitabile che non vi sia se non posto del tutto marginale per i violini d’un caffè viennese, per lo Schiffergesellschaft di Lubecca o per Hay-on-Wye, con le sue librerie, ai confini del Galles, a beneficio di pochi, non intruppati viaggiatori. Ed infatti le Baedeker e i bei libri di viaggio della tradizione letteraria anglosassone e francese (mi vengono in mente Orwell, Lawrence, Chatwin, Heat-Moon, Loti) e certa italiana (penso a Calvino con Le città invisibili, a Giorgio Manganelli coi suoi luoghi italiani de La favola pitagorica), attivando percorsi interiori, assumono valenze e significati psicologici, artistici, religiosi, politici ed etici. Anche l'amato Giulio Verne, che ha riempito giornate e nottate intere della mia adolescenza, anche se alle volte in forma un po’ mascherata era sostanzialmente uno scrittore di viaggi che noi ragazzi  di allora seguivamo con quella sospensione dell'incredulità che distingue i lettori caparbi.

Ora, se cogliere la metafora che si annida sempre nel senso letterale è fine essenziale della poesia, io credo che ciò valga anche per il viaggio, in quanto esperienza, e per la scrittura di viaggio.

Il turismo è altra cosa.

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