Marco Bersani - Per una società della cura

di Marco Bersani - italia.attac.org - 03/05/2020
In quasi tutte le regioni del centro-sud il contagio potrebbe essersi arrestato e lì sarebbe possibile sperimentare con gradualità l’apertura di scuole, servizi e spazi per il tempo libero, è ancora una volta la voce del padrone a scandire i tempi delle scelte e a far riaprire quasi tutte le attività economiche

Se c’è un dato che l’attuale emergenza sanitaria ha reso evidente è l’antagonismo, dentro questo modello economico-sociale, tra l’ideologia del profitto e la società della cura. É la storica contraddizione fra produzione economica e riproduzione sociale, che, come ci insegna da sempre il pensiero femminista, si è sinora basata sulla esclusiva considerazione della prima e la conseguente svalutazione della seconda.

Dentro la pandemia tutte e tutti abbiamo potuto finalmente constatare come nessuna produzione economica possa darsi senza garantire la riproduzione sociale, e come, pertanto, la cura di sé, degli altri e dell’ambiente debba venire prima di ogni altra attività, fino a dare nuovo significato alla stessa produzione economica.

Ma ciò che si è reso evidente per le persone, non è automaticamente dato e diventa terreno di lotta per contrastare l’ideologia dominante, che continua a proporre la produzione del profitto come unico faro della società.

La gestione dell’emergenza sanitaria, giunta ora alla fase due, ne è la lampante cartina di tornasole.

Nella prima fase dell’epidemia, subendo le vergognose pressioni di Confindustria, Governo e Regioni, pur di evitare di dichiarare “zona rossa” le aree delle province di Brescia e Bergamo (le più industrializzate d’Europa) e quella di Piacenza (polo logistico di tutto il nord-ovest) hanno trasformato in “zona arancione” l’intero paese, permettendo la prosecuzione delle attività produttive (purché essenziali, ma lasciando la dichiarazione di essenzialità all’autocertificazione delle imprese!) e determinando la trasformazione di un serio problema sanitario in una tragedia (crimine?) di massa.

Tutto questo ha fatto il paio con un sistema sanitario trasformato, negli anni, da presidio territorialmente diffuso di prevenzione e cura, ad azienda ospedaliera centralizzata, facendo diventare terreno di business privatistico un servizio di primario interesse generale.

Ci sono voluti gli scioperi spontanei dei lavoratori delle fabbriche e la rabbia del personale medico-sanitario, entrambi considerati carne da macello, per ottenere qualche straccio di garanzia di sicurezza nei luoghi di lavoro e nuove risorse per la sanità.

Dentro tutto questo, sono stati abbandonati al loro destino gli anziani, disseminando il paese di focolai prodottisi nelle residenze assistenziali assistite (Rsa) e sono stati rimossi dalla società otto milioni di minorenni, la vita dei quali è stata scadenzata dai divieti e azzerata di ogni possibilità.

Nulla pare cambiato anche in questa fase due dell’epidemia: mentre in quasi tutte le regioni del centro-sud il contagio sembra essersi arrestato e lì sarebbe possibile sperimentare con gradualità l’apertura di scuole, servizi e spazi per il tempo libero, è ancora una volta la voce del padrone che arriva dai distretti industriali del nord a scandire i tempi delle scelte e a far riaprire quasi tutte le attività economiche, prolungando il rischio per lavoratrici e lavoratori, e la conseguente segregazione delle fasce non produttive della società, bambini e anziani in primis.

Il diritto alla salute – da tutti acclamato – viene così sottoposto a riduzioni filosofiche o a veri e propri stravolgimenti, a seconda dei contesti in cui lo si colloca.

Eccolo allora interpretato in senso strettamente naturalistico (presenza/assenza di virus) quando si parla di diritto alla salute, intesa invece come benessere psico-fisico, dei bambini (e degli anziani), e può dunque tranquillamente comportare – ancora per mesi! – la compressione del diritto all’istruzione, al gioco, allo sport, alla socialità.

Eccolo invece evaporare per tutte le donne e gli uomini, costretti a varcare l’ingresso dei loro posti di lavoro (magari dovendo anche scegliere – soprattutto le donne – tra lavoro e cura dei figli, una “complessità” che pare non sfiorare in alcun modo chi governa) per lasciare l’altare al profitto, unica religione veramente praticata dentro l’attuale modello economico-sociale.

Ed eccolo infine rispuntare, di nuovo nella versione solo naturalistica,  per tutte e tutti nel tempo di non-lavoro, quando ogni individuo dev’essere rimesso in auto-isolamento e costantemente colpevolizzato (“è dal vostro comportamento che dipenderà l’esito della fase due” ha detto il Presidente del Consiglio nella sua ultima esternazione).

D’altronde, nessuna sanzione è prevista per l’imprenditore che falsifichi la propria auto-dichiarazione sulle misure di sicurezza, mentre multe salate, quando non inseguimenti da film degli anni’70, vengono  riservate a chi, pur nel pieno rispetto delle regole di cautela, esce per fare una passeggiata o due passi lungo una spiaggia.

Non si tratta, ovviamente, di esaltare la disobbedienza fine a se stessa, bensì di aprire una discussione collettiva sulla profondità del conflitto che abbiamo davanti: possiamo continuare con un modello economico-sociale che pone il profitto a fine ultimo di ogni attività, relegando ai margini le fasce non produttive della società e ricattando quotidianamente quelle deboli dentro la produzione? O vogliamo, finalmente, mobilitare energie, intelligenze e risorse per innescare la società della cura, di sé, degli altri – bambini e anziani in primis – e dell’ambiente?

Il mondo si divide tra indegni e indignati. Tocca ad ognuno decidere da che parte stare.

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