Dalle urne una lezione per la politica

di Pancho Pardi - 18/06/2011
Che questo nuovo, liberatorio senso comune dopo il voto non si possa tradurre subito in mozione di sfiducia nell’aula parlamentare non significa affatto che non abbia senso politico

Il voto amministrativo e il voto referendario non sono paragonabili sotto il profilo tecnico, ma mostrano entrambi una tendenza che potrebbe diventare decisiva nell’immediato futuro: una nuova, imprevista, suggestiva autonomia dei cittadini elettori.

In città essenziali i cittadini hanno preferito candidati che i partiti, in gran parte, non avevano scelto. Nelle grandi città solo a Torino l’indicazione nelle primarie di coalizione coincide col voto popolare. A Milano e Cagliari le primarie hanno scelto un candidato diverso da quello indicato dal PD e a Napoli le primarie di partito fallimentari hanno aperto la strada alla candidatura di De Magistris (sostenuta solo da IdV) e al suo successo. Tanto più impressionante se si considera l’esperienza più che deludente del centrosinistra in quella città.

Nelle primarie e nel voto amministrativo i partiti scoprono di essere giudicati dagli elettori in modo ben diverso da come si percepiscono. Scoprono anche negli elettori una capacità di trovare soluzioni al tempo stesso molto unitarie e molto efficaci.

I partiti di centrosinistra dovrebbero trarne conseguenze stringenti. Se le direttive di partito non sono in sintonia col senso comune dei loro elettori sono destinate a restare inascoltate. La regola secondo cui il centrosinistra vince solo se adotta pensiero e azione di natura sempre più moderata è stata smentita. L’elettore di centrosinistra vuole al contrario una coalizione ben distinta e in aperto contrasto col centrodestra.

Il voto referendario (attivato solo da IdV e Comitati) conferma in modo molto esplicito l’autonomia dei cittadini elettori. Capaci perfino di non farsi addormentare dalla mancanza di informazione. A causa dell’ostruzionismo di maggioranza in Commissione di Vigilanza la campagna referendaria nei programmi Rai è cominciata con un mese abbondante di ritardo. Eppure il silenzio di regime non ha prodotto il risultato sperato, anzi forse ha addirittura suscitato l’effetto opposto: un maggior interesse popolare, attivato nei canali e coi mezzi della libera cittadinanza.

Attenzione a non cadere nella trappola. C’è già qualcuno pronto a sostenere che visto che l’ipocrisia della televisione generalista non ha raggiunto l’effetto voluto allora non vale la pena di continuare a ragionare sul conflitto d’interessi: Berlusconi si tenga pure il suo schiacciante dominio televisivo tanto il popolo ha la Rete. Non è una buona logica. Quando vinceremo nelle elezioni politiche si dovrà, per pura pulizia istituzionale, stabilire che chi ha il possesso di mezzi di comunicazione non può avere accesso alla rappresentanza politica e tantomeno all’esercizio del potere politico.

Dunque i cittadini hanno con maggioranza schiacciante schivato la censura del silenzio e hanno affermato un’opinione squillante sui quesiti referendari. Fanno sincera pena i commenti che interpretano il voto come effetto dell’emotività o addirittura dell’inganno propagandistico: 27 milioni di cittadini hanno bocciato il nucleare, l’acqua privatizzata e il legittimo impedimento perché non avevano capito!

Ma non convincono neanche le cautele che negano valore politico al voto referendario. E’ la prima volta che i cittadini bocciano, in modo clamoroso, leggi prodotte dal governo in carica. Per di più, leggi influenti sulla salute, sui beni comuni, sul fondamentale diritto costituzionale all’eguaglianza di fronte alla legge. Il fatto che abbiano votato per la loro abrogazione anche elettori del centrodestra non toglie ma al contrario aggiunge valore politico.

Che questo nuovo, liberatorio senso comune non si possa tradurre subito in mozione di sfiducia nell’aula parlamentare non significa affatto che non abbia senso politico. Ne ha in abbondanza: troppo per la debolezza attuale dell’opposizione parlamentare.

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