Ritorna la censura

di Pancho Pardi - 13/02/2009

Prendiamo atto che il governo vuole introdurre la censura. Con la nuova legge sulle intercettazioni telefoniche il governo attacca direttamente gli editori. Li minaccia di pene e di multe salate se oseranno pubblicare ciò che finora era possibile pubblicare in base al diritto di cronaca. Un solo esempio: con questo sistema non avremmo saputo nulla dell’affare Parmalat e dei danni a decine di migliaia di piccoli risparmiatori.

Gli esperti di diritto si eserciteranno nell’analisi e nella spiegazione di questa nuova trovata del centrodestra. Ma è fin da subito facile tirare una conclusione: per impedire che l’attività dei potenti venga conosciuta dall’opinione pubblica, il governo è pronto a minare alla radice le possibilità di indagine e conoscenza su tutti i reati. I giornalisti non potranno più dare informazioni sui processi, né potranno nominare i magistrati e gli imputati fino che tutta l’udienza preliminare non sarà conclusa. Passeranno anni. E quando si saprà sarà sempre troppo tardi.

E nella nuova legge di controriforma della giustizia si prepara una perla per impedire che l’eventuale condanna di Mills per corruzione si traduca in pubblico riconoscimento del ruolo di chi l’ha corrotto. Indovinate chi.

A questo punto si deve inventare qualcosa di più della mobilitazione classica. Opposizione parlamentare e manifestazioni di piazza sono obbligatorie. Ma ci vuole un’iniziativa speciale. Se in Italia gli editori diventano punibili perché pubblicano ciò che nel resto del mondo si continuerà a pubblicare, è necessario organizzare un nuovo tipo di disobbedienza civile.

I parlamentari che non vogliono condividere questa infamia si mettano a disposizione nell’esercizio delle loro funzioni per diffondere pubblicamente ciò che non si dovrà più sapere. Chi si intende della materia provi a immaginare soluzioni creative e a proporre suggerimenti in merito. Chi non lotta si consegna inerme al dominio di un potere incontrollabile.

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