Il termine “vivisezione” continuerà a far parte del nostro vocabolario

di Stefania Sarsini - 13/09/2016

Numerose testate giornalistiche hanno di recente divulgato la notizia che in seguito a una sentenza della terza sezione civile della corte di Cassazione, dare del “vivisettore” a chi pratica esperimenti sugli Animali è un reato. 
La sentenza in questione riguarda un processo civile intentato (molti anni fa) contro un’attivista animalista responsabile del sito web della campagna antivivisezionista NoRBM (conclusa nel 2004) che avrebbe – secondo l’accusa – diffamato il personale dell’azienda RBM, che si trova vicino a Ivrea (Torino) e che nei suoi laboratori compie esperimenti su Animali.
Qualora tale notizia fosse stata vera, per quanto riguarda l’attivismo antispecista nulla sarebbe cambiato, il punto è che essa non risulta nemmeno fondata – come è stato illustrato nelcomunicato pubblicato su AgireOra Network –, è giusto pertanto smascherare l’ennesima menzogna divulgata dai media mainstream per arrecare danno alla lotta per la liberazione animale. 
Per tale motivo di seguito riportiamo, per completezza d’informazione, alcune considerazioni di Carlo Prisco, avvocato e attivista animalista.


La sentenza numero 14694/2016 della terza sezione civile della corte di Cassazione è stata recentemente oggetto di molte diatribe, nonché di evidenti strumentalizzazioni.
In particolare si è cercato di affermare il principio che dare a qualcuno del “vivisettore” configuri il reato di diffamazione. Che questa interpretazione non sia corretta lo suggerisce il fatto che a occuparsene sia stata proprio la Cassazione civile anziché quella penale.
Ma allora di che cosa si è occupata questa pronuncia? Com’è implicito nel fatto che si tratti di una sezione civile, oggetto del contendere era la responsabilità risarcitoria e non quella penale.
Dunque si potrebbe già concludere non soltanto che “dare del vivisettore” a qualcuno non sia reato, ma addirittura che ciò sia talmente evidente da non dover neppure richiedere un processo per accertarlo.
A questo punto ci si potrebbe domandare come mai chi effettua la sperimentazione sugli Animali sia tanto interessato ad affermare il concetto che il termine “vivisettore” vada bandito dal vocabolario, addirittura invocando la legge o arrivando a travisare pronunce giurisprudenziali per tale finalità.
L’enciclopedia Treccani definisce la vivisezione come: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici”. 
È chiaro che qualsiasi atto operatorio compiuto su un Animale vivo rientra a pieno titolo nella definizione; ma i fautori di tale pratica, focalizzando l’attenzione sulla variabilità degli esperimenti possibili, rivendicano la necessità di utilizzare l’espressione “sperimentazione animale” per motivi di precisione terminologica. A conforto di queste posizioni s’invoca il disuso in ambito scientifico dell’espressione “vivisezione”, che sarebbe invece deliberatamente dispregiativa.
Pensando al fenomeno dell’inflazione terminologica: qualunque categoria contraddistinta da un termine, con il tempo, finisce progressivamente e inevitabilmente per sentirsene etichettata, e dunque esso verrà sistematicamente soppiantato da uno nuovo. 
Un esempio su tutti: soltanto negli anni ‘80 era considerato normale definire “handycappato” un Umano portatore di un’invalidità, mentre poi è stato considerato dispregiativo e soppiantato dal termine “disabile”, che a sua volta è progressivamente diventato dispregiativo ed è stato sostituito dall’espressione “diversamente abile”.
Insomma, l’intera battaglia degli sperimentatori/vivisettori sembrerebbe di donchisciottiana memoria, tanto che viene da domandarsi: cui prodest
Forse che, una volta abbandonata l’espressione “vivisezione” a favore di “sperimentazione animale”, questa non diverrà a sua volta dispregiativa per via di ciò che viene fatto agli Animali?
Perché allora condurre una simile crociata? Forse perché il termine “vivisezione” concentra l’attenzione sull’atto e sulla vittima, mentre “sperimentazione” evoca un’attività di per sé asettica e focalizza semmai sullo scopo. Come a dire: chi “seziona Animali vivi” non sembra attirare su di sé le simpatie popolari, mentre uno “sperimentatore” può più facilmente assurgere a paladino della società. Società che, come gli scienziati sanno bene, è in gran parte contraria alla vivisezione, ma che – come questi hanno cercato di dimostrare – è assai più incline ad avallarne l’operato, se “correttamente informata”.
Uno degli argomenti che è stato rappresentato dagli sperimentatori/vivisettori, è appunto questo: l’elevata percentuale di dissenso sociale verso tali pratiche, sarebbe frutto della manipolazione mediatica da parte degli animalisti e del ricorso a concetti come quello di vivisezione. E il “metodo scientifico” adoperato per confermare quanto sopra consiste nell’”informare” l’opinione pubblica, fornendo una visione del tutto soggettiva, volta a dimostrare che:

1) gli Animali non soffrono, 
2) gli sperimentatori lavorano in nome d’interessi altruistici e idealistici, 
3) tali pratiche sono necessarie e non surrogabili.

Ecco dunque che s’impugnano le armi contro i mulini a vento della vivisezione: nella consapevolezza che ciò che viene fatto veramente (operare Animali vivi) evochi tale repulsione da dover “distrarre” l’attenzione del pubblico con pratiche degne dei migliori illusionisti, sicché, mentre la gente “guarda” al nobile scienziato che guida il progresso morale e materiale dei popoli, con il cuore grondante sangue per l’inevitabile sacrificio degli Animali, il tavolo operatorio dove le vittime inermi giacciono venga coperto dall’oblio.
Finché la pratica di usare per scopi scientifici Animali vivi non cesserà il termine “vivisezione”, anche nella sua accezione di base e più letterale, sarà perfettamente calzante alle pratiche “scientifiche” odierne, mentre, nella sua accezione estesa continuerà a esserlo fino a quando verranno causate privazione di libertà, sofferenza e morte. 
Questo caso, in conclusione, rappresenta una cartina al tornasole di ciò che gli sperimentatori/vivisettori vorrebbero che fosse, cioè un bavaglio all’espressione stigmatizzata, e di ciò che è, cioè una pratica tuttora invalsa e una definizione di uso comune per fare genericamente riferimento all’uso di Animali per fini sperimentali.

AVVOCATO  Carlo Prisco 





  L'articolo che segue è stato  inviato dal Prof Bruno Fedi al IL FATTO QUOTIDIANO, che fa  parte di una commissione del Ministero Della Salute, sui Metodi Alternativi ( Ovviamente alla SPRIMENTAZIONE ANIMALE ) .

 L'articolo è stato preceduto da altri  email  di animalisti antispecisti , ai quali mi onoro appartenere, a " correzione" del   "disinformativo" articolo della giornalista Giovanna Trinchella, sul quotidiano in questione ,( inviate per conoscenza anche al direttore Travaglio e Gomez  ma  a tutt'oggi  non pubblicate , ) così come questa a email che segue scritta da un emerito ricercatore e docente,  a dimostrazione come anche  una stampa che si definisce di sinistra sia influenzata dalle lobbies dell'infustria farmaceutica e delle multinazionali della ricerca  .

 





Illustre direttore, 

sono un lettore del "Il Fatto  Quotidiano" e sono quasi sempre in accordo con la vostre interpretazioni dei fatti e con l' aspirazione alla giustizia che pervade articoli ed audizioni TV. Sono rimasto, però, sorpreso dall' articolo della giornalista Trinchella del 29//7/2016. Penso che sia sfuggita l' importanza del fatto riferito e delle opinioni espresse, che sono gravi, ingiuste e scientificamente infondate.

L' articolo riferisce su una sentenza del 19/7/2016 che condanna una persona per aver usato il termine" vivisettore" in modo ritenuto insultante dalla corte:Il termine è usato tradizionalmente da molto tempo ed identifica la ricerca fatta su animali non umani, senza tener conto delle loro sofferenze e non effettuata nel loro interesse.



Questa sentenza è dunque una sorta di censura preventiva, perchè scoraggia chi non è d'accordo con la metodica. proibisce di chiamare le cose col loro nome. Si devono usare parole che no rendono l' idea di quanto accade realmente. In sostanza, favorisce le ricerche senza considerazioni etiche  minacciando ritorsioni economiche contro chi dissente.



 Tutto questo, mentre i dissenzienti sono continuamente insultati, anzi calunniati perhè qualificati ignoranti e privi di considerazione per la vita umana.



  Questa sentenza può essere l' inizio di una grave limitazione alla libertà di pensiero.

In sostanza,  è un grande favore all' industria dei farmaci, che sostiene la sperimentazione su animali e non vuole che il termine vivisezione, sia usato .



 Più o meno come se si proibisse l' uso delle parole:"campi di sterminio" e si rendesse obbligatorio quello di:"campi di rieducazione" L' articolo della Trinchella contrasta con la difesa della libertà e della giustizia del giornale. Anche perchè la giornalista commenta che la vivisezione non esiste e tutto il progresso medico-biologico proviene dalla Sperimentazione Animale.

Faccio notare che, in Italia, si "sacrificano" ogni anno quasi 800000 animali e mille volte di più, nel mondo .



Faccio notare che esiste una Direttiva Europea (2010), che regolamenta  proprio la vivisezione, stabilendo addirittura la gravità degli interventi, le modalità di soppressione , proibendo anche alcune procedure, ma permettendole poi, in deroga. Dunque, permettendo ciò che era stato proibito.Non si possono negare i fatti, nè il documento ( la 2010). I fatti esistono anche se chiamati in modo diverso.



L' articolo del "fatto" , è dunque grave, perchè tende a limitare la libertà dei cittadini, mortifica la giustizia, indirizza la ricerca in modo  non etico e fuorviante scentificamente, con danni, non solo per gli animali, ma anche per gli esseri umani.,.

Sono qualificato a parlare per la mia intera vita professionale e perchè faccio parte di una commissione del Ministero Della Salute, sui Metodi Alternativi ( Ovviamente alla S.A) .

Quello che rende grave il contenuto dell' articolo della sig. Trinchella, è l' affermazione che tutto il progresso biologico deriverebbe dalla S.A. E' un falso clamoroso, effettuat.o da una persona assolutamente non qualificata, che ignora l' argomento. L' affermazione può sembrare vera solo a chi ignora quasi tutto della biologia,Sembra vera, come l' affermazione che il sole gira intorno alla terra sembrava vera  a tutti gli ignoranti, nell' epoca di Galilei.



Questo falso  scientifico clamoroso, nell' articolo di cui scrivo, è utile a Big Pharma per raccogliere enormi somme di denaro ( Penso alle raccolte TV) che sono spesso gestite senza alcun controllo. Pensiamo anche ai grandi guadagni( Il Grande Segreto dell' Industria Farmaceutica, scritto da un ex dirigente) e non dimentichiamo gli scandali periodici:( Poggiolini e De Lorenzo),ma anche  gli effetti collaterali e indesiderati, non previsti, perchè non prevedibili sul modello animale.

Dal punto di vista scientifico, tutto ciò che sappiamo sull' uomo, proviene da studi sull' uomo,quello che sappiamo sul topo, proviene da studi sul topo- Il grande progresso medico del 1800 e 1900, deriva dagli studi di Wircov, che mise in relazione i sintomi osservati sul malato con i danni osservati sui cadaveri.

Il progresso è dipeso da studi su uomini, non su topi-



La SPERIMENTAZIONE ANIMALE continua per ragioni economiche,( che sarebbe uno scoop scoprire e pubblicare), non certo per ragioni scientifiche..



 Per tutto questo ritengo grave  ostacolare la libertà d' espressione degli antispecisti, che può preludere ad altre limitazioni. Grave anche il fatto di cercare di indirizzare la ricerca scientifica verso settori antiquati. Già la lettera della dott. Penco ha sottolineato l' assenza di risultati nel campo delle malattie neurodegenerative. Tuttavia queste ricerche ,con modello tradizionale  raccolgono grandi quantità di denaro..

Spero vogliate prendere atto che l' articolo della sig. Tinchella, merita almeno una risposta.



Cordialmente, Prof. Dott. Bruno Fedi