"De reditu suo" - ovvero: Il ritorno, di Claudio Rutilio Namaziano

di Claudio Rutilio Namaziano - consiglio di Barbara Fois - 03/07/2019
Suggerimento di Barbara Fois

Lo so, lo so, a questo punto avete già deciso di non leggere oltre. Sa di saccente, di noioso: anche solo il titolo e il nome dell’autore riportano a un’epoca troppo lontana da noi. Vi chiedo perciò di darmi fiducia ancora per qualche riga. Lasciate che vi presenti l’autore di questo poemetto e vi dica di cosa parla e poi potete decidere se vi va di continuare a leggere o no.

Siamo nell’inverno del 415 ( o 417) d.C. e il Medioevo è vicino. Anzi, in fondo è già qui: l’impero romano è in pezzi e Roma non è più la grande città bianca di marmi, servita da alti acquedotti dalle eleganti arcate e da belle e larghe strade lastricate. Ormai tutto è in rovina, tutto è in pezzi.

Rutilio è un senatore che è venuto a Roma moltissimi anni prima, dalla Gallia Narbonense. Cioè viene da un’area compresa fra Provenza e Linguadoca, da una terra fra Tolosa e Narbona. Rutilio ha vissuto a Roma gran parte della sua vita, ama quella città e ormai tutti i suoi amici vivono lì. Ma le cose sono molto cambiate, da quando i barbari hanno invaso i territori dell’Impero e violato perfino la Città Eterna, così Rutilio deve abbandonare la sua patria di elezione e tornare in Gallia, per accertarsi dello stato delle sue terre, anch’esse devastate dalle incursioni visigote.

“ …la mia sorte mi strappa dalla terra amata, mi richiamano i campi di Gallia, dove nacqui, che ora sono sfigurati dalle lunghe guerre, ma maggiore è la devastazione e più grande è la pena e la pietà…e la sventura di tutti richiede l’aiuto di ognuno…”

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L’addio

E’ arrivato il tempo di partire, ma il viaggio dovrà svolgersi per mare “Si sceglie il mare, perché le vie di terra in pianura sono fradice d’acqua e sui monti irte di pietre. Dopo la distruzione a ferro e fuoco della Tuscia e della via Aurelia da parte dei Goti, le strade non domano più i boschi con locande, né i fiumi con ponti, dunque è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto.”

Le belle e lastricate strade romane sono infatti diventate inagibili per le troppe pietre divelte e sono diventate pericolose non solo per le incursioni di gruppi sbandati di barbari, rimasti a “spigolare” quel poco che resta, ma purtroppo anche per colpa degli “sciacalli” locali, che cercano di ricavare un vantaggio dalle disgrazie altrui. Sono forse i primi fenomeni di brigantaggio nella nostra penisola.

Rutilio dice addio a Roma, ne bacia piangendo le porte e dedica a questa città toccanti parole d’amore.” Hai fatto di genti diverse una sola patria, la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi, offrendo ai vinti l’unione nel tuo diritto e hai reso l’orbe diviso unica Urbe.”

Con dolore si stacca dagli amici e poi comincia il viaggio di ritorno in Gallia: dal porto di Augusto, a Cerveteri, Centocelle, porto Ercole, l’Argentario , l’Elba, Pisa (inimmaginabile senza il suo meraviglioso campo dei miracoli!), e via via fino al confine con la Liguria, dove il testo di Rutilio si interrompe: non perché il viaggio sia finito, ma perché il tempo si è mangiato il resto dell’ opera.

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Ma la cosa davvero più interessante è la descrizione dei luoghi, delle rovine, dovremmo dire, perché ormai non resta più nulla “Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa: immensi spalti ha consunto il tempo vorace. Restano solo tracce e, fra crolli e rovine di muri, giacciono tetti sepolti… ecco che possono morire anche le città.”

Il grandioso passato è morto ormai e già si intravvedono le prime avvisaglie di un futuro ancora sconosciuto e segreto: Rutilio nel suo viaggio, nel territorio toscano, incontra dei monaci cristiani, la cui vita ritirata, isolata e chiusa al mondo e alla luce del giorno (vivono nelle catacombe),  lascia perplessa e sgomenta la sua anima profondamente e tenacemente pagana. E tuttavia, ironicamente, il manoscritto di Namaziano sarà ritrovato proprio nella biblioteca del monastero di Bobbio nel 1494. I monaci lo avevano sottratto all’oblio e conservato per il tempo futuro.

Dobbiamo ringraziarli, per averci conservato una testimonianza così viva di un’epoca di transizione così convulsa e controversa, nel cui sfondo c’è un paesaggio da fine del mondo, come forse  abbiamo visto nelle incisioni e nei disegni che Giambattista Piranesi, ben 300 anni dopo, ha dedicato alle rovine di Roma.

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 la fonte Egeria

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il portico di Filippo

Ma nelle parole di Rutilio c’è una così dolorosa nostalgia, un pathos così profondo, che nelle dettagliate, architettonicamente eleganti vedute del Piranesi non c’è. Perché Piranesi Roma l’ha conosciuta già così, Rutilio invece l’ha abitata nel suo antico splendore e ora cammina invece in un mondo che le invasioni con le loro devastazioni hanno stravolto e reso irriconoscibile, un po’ alla “the day after”. E’ un mondo pieno di paesaggi stregati, boschi oscuri, incontri sorprendenti. Il viaggio è lento, ci si ferma ad ogni approdo possibile per rinnovare le scorte di cibo e d’acqua e se il tempo non è buono, la sosta può durare per giorni, e magari si trova anche il momento per andare a caccia e catturare un cinghiale!

E poi di ogni luogo Rutilio ci racconta qualcosa e la storia si lega alla geografia e rende questo percorso un viaggio anche nelle leggende, nei miti, nei personaggi, nella cultura del passato. Un libretto prezioso, pubblicato – con traduzione a fronte – da Einaudi nel lontano 1992 (almeno io ho questa edizione) e curato da Alessandro Fo. Ma c’è anche una edizione più recente pubblicata nel 2011 dalla editrice Aragno, a cura di Sara Pozzato e Andrea Rodighiero.

So che la mia proposta di lettura sarà accolta con diffidenza, perché la storia, a torto, non è molto amata, e questo perché nelle scuole superiori la insegnano i laureati in Filosofia, che a stento sostengono un unico esame di storia in tutto il loro corso di studi universitari, mentre ai laureati in lettere non è concesso avere quella cattedra, per il motivo inverso. Bisognerebbe dividere la cattedra di storia e filosofia in due cattedre distinte e certamente, con insegnanti che la storia capiscono e amano, l’atteggiamento di sospetto nei confronti della storia svanirebbe. Ricordo una insegnante cretina che diceva “Non vi spiego la storia per non offendere la vostra intelligenza.” E la assegnava a capitoli e la chiedeva a date, come uno stupido quiz. Mentre la storia va invece spiegata e soprattutto capita, eccome! Vanno indagati i fatti e i perché, ma soprattutto ai manuali vanno affiancate le fonti, cioè le testimonianze dei contemporanei, quelle voci così fresche e sincere anche nella loro partigianeria. Dopo aver letto qualche passo di Rutilio, inquadrando il suo racconto nel contesto dei fatti dell’epoca, i miei studenti sostennero che avevano capito sulla caduta dell’Impero romano e l’inizio del Medioevo più cose da Namaziano e dal “De reditu suo”, che dall’intero manuale di storia Medievale.

Dunque: buona lettura!

Barbara Fois

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