15 agosto 1863, la legge Pica: permise all’Italia lo sterminio delle genti del Sud

di Lino D'Antonio - 22/08/2017
Nell’agosto del 1863 le armi avevano smesso di rimbombare da tempo anche a Gaeta e a Civitella del Tronto, ultimi baluardi borbonici. Il trono che era stato di Carlo d’Angiò, Alfonso il Magnanimo e Carlo III di Borbone fu assimilato da quello di Casa Savoia. Il Regno delle Sicilie non esisteva più già da un paio d’anni.

Il presente era così diverso e lontano da quel passato, il quale aveva reso in maniera unica Napoli e il Mezzogiorno protagonisti della grande storia, che tutto appariva caduco, invivibile ed impensabile fino a qualche mese prima.

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Bersagliere si fa ritrarre con l’appena ucciso brigante Nicola Napolitano

In questo mondo nuovo, sorto dalle ceneri di un’età irripetibile, c’era però chi voleva continuare ad ancorarsi ardentemente a quel tempo. C’era chi non aveva esitato a mettere in discussione tutto, anche la propria vita, affinché quel passato potesse esistere ancora. Uomini innamorati della propria terra, identità e libertà, per la storiografia dominante: briganti.

L’Unità d’Italia era divenuta realtà, ma nel Mezzogiorno d’Italia si continuava a combattere. Malgrado la disparità di risorse, mezzi ed uomini, erano proprio i briganti a creare numerosi grattacapi all’esercito italiano con azioni di guerriglia ed avventurose scorribande in molti paesi con l’intento di portare la popolazione locale alla ribellione. Col passare del tempo un numero sempre maggiore di persone si aggregò al movimento di resistenza postunitario e la cosa preoccupò le autorità competenti.

Già nell’estate del 1862 re Vittorio Emanuele II aveva proclamato lo stato d’assedio per le regioni dell’Italia meridionale, al fine di reprimere il fenomeno. Non ottenendo risultati soddisfacenti, a distanza di dodici mesi, si decise di promulgare la legge Pica. Era il 15 agosto 1863.

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Giuseppe Garibaldi consegna il Sud a Vittorio Emanuele II

Il provvedimento fu emanato in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto albertino, garanti dell’uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge, ed introdusse il reato di brigantaggio. Per i colpevoli di tale crimine era previsto il giudizio dei Tribunali Militari che sorsero in tutte le regioni meridionali. Le pene previste erano la fucilazione, lavori forzati a vita o lunghi anni di carcere.

È stato notato che alla sospensione dei diritti costituzionali, la nuova disposizione governativa introdusse misure come la punizione collettiva per i reati dei singoli e il diritto di rappresaglia contro i villaggi. Veniva giustificato il concetto di responsabilità comune. La legge diede, in sostanza, un potere abnorme all’autorità militare su quella civile. Se su qualcuno ricadeva il sospetto di essere brigante, o era semplicemente il parente di un sospettato, veniva fucilato senza processo e senza possibilità alcuna di dimostrare la propria innocenza.

Moltissimi furono i soprusi e le prepotenze arbitrarie; intere famiglie vennero arrestate senza motivo, uomini assolti dai giudici continuarono a marcire in carcere e così via. Anche in Parlamento, viste le ingiustizie che si erano verificate, si sollevò un forte ma inconcludente dibattito. La legge Pica non faceva nessuna distinzione ed affrancava i militari, e i loro fucili, da ogni tipo di vincolo morale e giuridico. Il brigantaggio, movimento dagli ideali politici e legittimisti, venne ufficialmente assimilato al più becero banditismo.

Si pensi che nel breve lasso di tempo nel quale la legge speciale fu in vigore eliminò, tra esecuzioni ed arresti, 14000 briganti o presunti tali. Malgrado la durezza del provvedimento il governo non ottenne i risultati sperati. I briganti continuarono a lottare, con eroica ostinazione, la loro guerra ineguale contro l’esercito italiano fino al 1870.

Fonti:
– Cesare Cesari, Il Brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870.
– Mario D’Addio, Politica e magistratura (1848-1876).
– Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento.
– Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti.

 

Gramsci: “Lo Stato italiano ha messo a ferro e fuoco il Sud e le isole”

 

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Fondatore del Partito Comunista Italiano (Livorno, 21 gennaio 1921), Antonio Gramsci, nato ad Ales nel 1891, è stato uno dei politici ed intellettuali italiani più attivi della storia d’Italia, a cui ha lasciato un patrimonio inestimabile di idee e non solo. Ha trascorso più di di dieci anni nelle carceri fasciste, che hanno messo a repentaglio e dura prova la sua salute. Oltre alla carica politica, ha ricoperto anche il ruolo di critico letterario, filosofo e giornalista. È morto a Roma all’età di 46 anni, il 27 Aprile 1937. Il pensiero di Gramsci non si esaurisce solo all’ambito polito ma tocca anche la sfera dell’etica e della filosofia.

Alcuni cenni sulla formazione accademica e sull’attività politica: nel 1911 ha intrapreso gli studi umanistici, presso la facoltà di Lettere a Torino, senza mai conseguire la laurea per dedicarsi interamente all’attività politica nell’ambito del Movimento Socialista. Ha fondato, nel 1919, il cosiddetto “Ordine Nuovo”, simbolo della classe operaia. Significativo anche l’incontro con Lenin, in Unione Sovietica nel 1923. Il calvario presso le carceri inizia nel 1926: viene arrestato dai fascisti e condannato a venti anni di reclusione. Tuttavia riesce ad avere uno sconto sulla pena. Nel 1929 inizia a scrivere, presso il carcere di Turi, “I quaderni dal carcere”, che sintetizzano il suo pensiero e riflessioni e teorie in ambito sociale, culturale e naturalmente politico. Secondo lui, solo un intellettuale, “divulgatore della cultura”, sarebbe in grado di dirigere la classe operaia e contadina per educarla e far sì che possa trasformarsi in quella dirigente, cosa che non accadeva in Italia. Fu il fascismo a generare crisi all’interno della società borghese.

“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”: scrive nel 1920, in riferimento al Regno d’Italia, costituito sotto il dominio della monarchia sabauda.

Nel 1926 scrive un saggio relativo alla questione meridionale, intitolato “Alcuni temi sulla quistione meridionale” incentrato sugli anni dal 1894 al 1898, che ripercorrono il periodo dei moti dei contadini della Sicilia, l’insurrezione di Milano, repressa dal governo Rudinì. Secondo il suo pensiero, la società meridionale era formata da tre classi, ovvero i contadini e braccianti, che non avevano peso nello scenario politico, i medi contadini, che vivevano con il ricavato della terra, che non lavoravano però direttamente, e dai proprietari dei terreni, attivi nella formazione intellettuale. Basta pensare a personalità eccelse come Benedetto Croce. La questione meridionale è intesa come “fatto” politico e storico allo stesso tempo: da essa dipendeva e dipende il futuro dell’Italia stessa.

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